SCUOLA/ Ecco la “formula” per cacciare i docenti incapaci

- Giuliano Romoli

La scuola forma uomini, non è un’azienda. A maggior ragione gli incapaci andrebbero cacciati. Ma perché gli strumenti funzionino, serve l’autonomia. La lettera di GIULIANO ROMOLI

milano_liceomanzoniR439
Infophoto

Caro direttore,
la valutazione del sistema scolastico sarebbe buona cosa, se essa producesse effetti benefici sulla sua efficienza ed efficacia.

Ora, le prove Invalsi sono nate con questo obiettivo. Abbiamo ormai sottomano risultati in forma analitica e grafica, analisi sottili e documentate delle prestazioni di ogni singolo studente e medie delle prestazione di classe, di istituto, di zone geografiche e di sistema.

All’origine dei vuoti di preparazione degli alunni ci sono necessariamente inadempienze del sistema scolastico a livello di singolo insegnante o di istituto.

Mettiamoci nei panni di un preside nella situazione attuale del sistema scolastico statale. Se questi dovesse riscontrare pessimi risultati in matematica nelle classi affidate a un certo insegnante, se si accorgesse che quell’insegnante è del tutto incompetente e incapace di un’azione didattica efficace, cosa potrebbe fare? Alla Fiat un ingegnere incapace, che fa danni, verrebbe immediatamente licenziato. Nella scuola questo non è possibile. Il preside potrebbe richiamarlo alla necessità di un aggiornamento, ad un maggior impegno nella preparazione delle lezioni, poi? Un insegnante di ruolo è inamovibile. Mi è capitato di vedere insegnanti che, a una lettera di diffida del preside, hanno risposto con la minaccia di una querela.

E se poi il preside dovesse accorgersi che le carenze non riguardano il singolo insegnante, ma investono l’intero istituto, cosa potrebbe fare? La Fiat chiuderebbe lo stabilimento e dirotterebbe le risorse verso stabilimenti più produttivi. Se le prove Invalsi dimostrassero che gli istituti paritari conseguono risultati migliori delle scuole statali, verrebbe naturale pensare che lo Stato dovrebbe favorire questo segmento del sistema pubblico di istruzione invece che dissanguarlo. 

Si potrebbe obiettare che il paragone tra Fiat e scuola non è pertinente, perché la scuola non è un’azienda. Giusto. La scuola è più di un’azienda, perché forma uomini e non costruisce macchine. Di conseguenza, occorrerebbe ancora una maggior severità di fronte a inadempienze, pigrizie, cialtronerie e incompetenza.

Ma il nostro sistema scolastico è fatto a misura di docente, non di alunno. Prevalgono gli interessi dei primi sui secondi.

Come osserva giustamente Andrea Ichino, se i risultati del nostro sistema scolastico sono disastrosi, bisogna smantellare il sistema centralistico e super garantista che da troppo tempo ormai affligge la nostra scuola e liberare le forze innovative che pure esistono e che potrebbero davvero operare una svolta se dotate della giusta autonomia. Dare la scuola in mano a chi la sa fare.

Le prove Invalsi servono solo se il sistema ha la possibilità di riformarsi e migliorarsi, se no buttiamo via i soldi per l’ennesimo adempimento burocratico.

È come se il medico si limitasse alla diagnosi senza avere la possibilità di applicare alcuna terapia.

Meglio lasciare il paziente nella beata presunzione di essere sano, anche se di lì a poco lo aspetta la morte.

Non si è ancora capito o non si vuole capire che all’origine dei risultati disastrosi dei nostri alunni c’è un problema di sistema: il monopolio statale centralistico della scuola.

Un sistema scolastico napoleonico e ingessato come il nostro non può essere destinato che a un ulteriore progressivo degrado.

(Giuliano Romoli)
Scuola Spallanzani, Casalgrande, Reggio Emilia

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori