SCUOLA/ Un blitz della Carrozza e il gender diventa Educazione di Stato

Una “dichiarazione programmatica” appare con grande evidenza sul sito del Miur. Riguarda le pari opportunità di genere. Un progetto attuato fuori dal confronto pubblico. FELICE CREMA

11.12.2013 - Felice Crema
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“Campagne di sensibilizzazione, concorsi, promozione e diffusione di spettacoli nelle scuole. Sono solo alcune delle azioni del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per il contrasto alla violenza di genere. L’ultima è sul piano della formazione dei docenti, così come previsto dal Decreto “L’istruzione riparte”, che punta “all’aumento delle competenze relative all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere”. “Dobbiamo fare in modo che la scuola non sia semplicemente un luogo in cui si celebrano le ricorrenze, ma lo spazio in cui si sedimenta un reale cambiamento culturale”, ha dichiarato il Ministro Maria Chiara Carrozza. Il Miur quindi è al lavoro per un vero e proprio piano di formazione degli insegnanti contro la violenza di genere, che coinvolga anche i dirigenti scolastici e i direttori degli Uffici scolastici regionali, con il sostegno delle università e delle associazioni. Quest’anno il Miur ha preparato anche la campagna di sensibilizzazione “Tante diversità uguali diritti”, con diffusione on line di materiali informativi e formativi, un concorso per corti cinematografici ed approfondimenti curriculari sul tema donne e legalità. Come ogni anno, poi, l’8 marzo verranno premiati al Quirinale i migliori progetti delle scuole che partecipano al concorso “Donne per le donne”. Tra gli altri appuntamenti annuali, la settimana contro la violenza e la discriminazione, che si celebra dal 10 al 16 ottobre.

Per comprendere quello che sta succedendo nelle scuole italiane è decisivo avere presente questa impegnativa e netta “dichiarazione programmatica” che da alcuni giorni appare con grande evidenza sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Non sfugge a nessuno che, con la parziale eccezione delle ultime righe, l’intervento formativo previsto riguarda esclusivamente uno dei temi oggi più controversi: la sostituzione del riferimento alla sessualità fondato sulla dimensione fisiologica (sessualità maschile e femminile dipendente dal corredo cromosomico che, fin dalla fecondazione, determina il sesso del/la nascituro/a) con la teoria del “gender”, sostenuta dallo schieramento LBGT (lesbian, gay, bietero, trans), che propone una concezione della sessualità considerata come esito della sola scelta individuale. Un tema quindi all’ordine del giorno su cui è in atto un vivacissimo confronto culturale e politico. 

Eppure una scelta così drastica su un tema così rilevante è stata compiuta senza il pur minimo confronto pubblico, cercando una clandestinità politica che, anche sola, mostra quanto i promotori di questa iniziativa siano consapevoli che la grande maggioranza dei cittadini non sono convinti delle ragioni addotte dai sostenitori della teoria del gender. Anzi, proprio per questo, occorre avviare subito una campagna di “educazione” di (della) massa. 

Abituati come siamo al fragore che accompagna qualsiasi iniziativa che riguardi la nostra scuola, l’assenza di commenti e il pullulare di iniziative delle scuole che hanno di fatto anticipato la decisione del ministero appaiono un altro segno molto chiaro che il percorso seguito sia stato volutamente sottotraccia per mettere tutti di fronte ad un fatto compiuto.

È del tutto evidente che questa iniziativa, fortemente voluta dal ministro Carozza (ma di questo cosa dice il governo e in prima persona il presidente Letta?) rappresenta un primo punto di arrivo “pubblico” di un progetto molto ambizioso che, in due soli anni, ha introdotto nel nostro ordinamento le categorie del “gender” sempre, è bene ricordarlo, approfittando di ambiguità testuali e costruendo un percorso carsico gestito da abilissimi utilizzatori del sottogoverno. 

Il percorso del decreto 104/2013, “Misure urgenti in materia di istruzione università e ricerca” ne è un esempio molto chiaro. Questo decreto, emanato dal governo Letta all’inizio dell’estate, rimane in attesa della conversione in legge fino a settembre. Verso la fine di questo mese avvengono le normali audizioni presso le Commissioni parlamentari della Camera, previste per raccogliere osservazioni e proposte di esperti ed associazioni sul contenuto del decreto in corso di conversione. 

Fino a questo momento l’art. 16, quello che ci interessa, dedicato alla formazione del personale scolastico, si apre con questa formulazione: “Al fine di  migliorare il rendimento della didattica, particolarmente nelle zone in cui i risultati dei test di valutazione sono meno soddisfacenti ed è maggiore il rischio socio-educativo, e potenziare le capacità organizzative del personale scolastico, per l’anno 2014 è autorizzata la spesa di 10 milioni…” cui segue l’elenco ordinato dei casi in cui si ritiene necessario il sostegno e il potenziamento della attività didattica in presenza di risultati di apprendimento non positivi (e qui il riferimento è ai rilevamenti Invalsi) e di condizioni socio-culturali disagiate, tra cui in evidenza la presenza di studenti non di madrelingua italiana. 

Nulla quindi che abbia neppure lontanamente a che fare con i temi del gender. 

È nell’ambito della Commissione cultura e istruzione della Camera che avviene la metamorfosi. L’art. 16 viene formalmente rimescolato ma, fermo restando lo stanziamento di 10 milioni ai fini formativi già previsti dalla vecchia stesura del 1° comma, viene aggiunto il punto (d) che recita testualmente: “(la formazione deve essere orientata) all’aumento delle competenze relative all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere, in attuazione di quanto previsto dall’articolo 5 del decreto-legge 242/2013″, la cosiddetta legge contro il femminicidio. Le obiezioni poste in Commissione nel successivo passaggio al Senato prima dell’approvazione definitiva del decreto sono sbrigativamente superate con la constatazione che ormai non ci sarebbe più stato tempo per un nuovo passaggio alla Camera: o accettare il testo come pervenuto o far decadere il decreto ai primi di novembre per mancata conversione da parte del Parlamento.

A questo punto sorge un dubbio. Se, come messo bene in evidenza dalla dichiarazione presente nel sito del ministero, l’urgenza che giustifica l’uso della decretazione era relativa l’inserimento dell’educazione al “gender”, come mai questa non era in alcun modo presente nella prima stesura del decreto? E se invece altre erano le urgenze che giustificavano l’uso dello strumento del decreto come mai il ministro ha dichiarato prioritaria e qualificante solo quella dell’educazione “al gender” e subito, forse addirittura con qualche settimana di anticipo, un numero significativo di scuole hanno messo in cantiere iniziative di formazione su questo tema? 

La vera urgenza appare essere stata quella di avviare una campagna di “rieducazione” di insegnanti, dirigenti allievi, campagna già in atto sul campo ma che occorreva “proteggere” con l’avallo delle istituzioni scaricando i suoi promotori della responsabilità di spiegare come e perché si riteneva importante una formazione su questi temi. Una formazione richiesta dal ministero (anzi, cui il ministro tiene in modo particolare) e che appare anche adeguatamente finanziata, cosa rara di questi tempi, rappresenta un ottimo motivo per non irritare chi questi e altri soldi deve distribuire.

Un tema decisivo per l’educazione delle giovani generazioni e per il futuro del nostro Paese viene in questo modo fatto rientrare in una routine burocratica che soffoca la possibilità di un confronto pubblico, aperto alle differenti opzioni in campo, e permette con relativa facilità di orientare le risorse in una ben precisa direzione. 

E poi ancora altre domande, fino ad ora senza risposta. Perché si è voluto stabilire un collegamento diretto con la legge per il femminicidio? Forse per potersi collegare ad iniziative già avviate che coinvolgono l’associazionismo promotore della cultura del gender?

Perché la formazione prevista non lascia nessuno spazio decisionale ai soggetti cui compete l’educazione: “istituzionalmente” l’insegnante, “costituzionalmente” padre e madre?

Perché, per la prima volta dopo la caduta del fascismo, un ministro della Repubblica si fa promotore, usando del suo ruolo istituzionale, di una campagna ideologica, fondata su forme di “indottrinamento” che non lascia spazio ad un confronto di posizione educative, culturali e politiche?

Perché, infine, il Governo non sembra avvertire il peso anche politico che una questione di questa rilevanza pone? 

Le risposte a queste domande non ci sono, ma devono essere date: per il rispetto dovuto alle istituzioni (in primo luogo il Parlamento), ai cittadini, a chi crede che la democrazia non sia solo un gioco di potere ma il modo con cui si governa senza violenza.

Diversamente non saremmo più cittadini ma sudditi.

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