SCUOLA/ Statale e paritaria, perché non facciamo parlare i costi standard?

- Anna Monia Alfieri

La scuola paritaria fa parte del sistema pubblico di istruzione ma per lo Stato è come se non lo fosse. Quando la libertà di scelta sarà realmente garantita? ANNA MONIA ALFIERI (Fidae)

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Scuola pubblica per tutti, statale e paritaria, non ci resta che scrivere.

O forse no, se il modello è un certo blog condito di volgarità e improperi, per non dire di abbondanti scampoli di ignoranza, anche sintattica e grammaticale.

Allora non ci resta che parlare nel quotidiano. A tu per tu. Con i colleghi di lavoro, con i genitori. Con i ragazzi più grandi. Con il panettiere e con il vicino di posto in treno o in aereo. Con il piccolo artigiano che non trova ragazzi che in emergenza lavorino al sabato. Con la colf peruviana separata e sfruttata dal grande studio legale, che desidera il meglio per il proprio figlio e si presenta alla porta della scuola pubblica paritaria cattolica, la quale ha già dato un astronauta, una famosa giornalista e un membro del Consiglio superiore della magistratura. Il prossimo potrebbe essere lui.

Parlare, magari in inglese o in francese, con il cittadino comunitario, stupefatto, che replica, ad una affermazione del preside di scuola pubblica paritaria: “Cosa? In Italia i genitori pagano gli stipendi ai prof? ma non li paga lo Stato?”.

Parlare di scuola, di famiglia, di cultura, di formazione, di diritti, di ricerca, di studio. Parlarne in modo appassionato, tanto più quanto è maggiore l’abisso di ignoranza, ideologismo, grettezza mentale, stupidità percepiti…

Parlare di spending review con il lattaio dell’Ohio (come diceva Montanelli buon’anima): se un alunno di scuola pubblica statale costa in media 8mila euro all’anno e uno di scuola pubblica paritaria ne costa 4mila, e se il risultato finale è identico (diciamo: un cittadino colto che va all’università e che in futuro pagherà le tasse), cosa significa? Il lattaio direbbe: cerchiamo i 4mila che avanzano nelle tasche di qualcuno…

Parlare dei precari di scuola pubblica statale: un esercito di senza-diritti. Per loro il contratto a tempo determinato può scadere a giugno e – se va bene – riprendere a settembre. D’estate non mangiano, sono a dieta. Parlare di ferie non pagate, di stipendi in ritardo di mesi… o condivisi: un po’ per uno, a seconda di quello che arriva nella cassa della scuola, prima chi ha famiglia, ai single quello che resta. Qualcuno parla e dice, testuali parole: “Dallo scorso anno è venuto fuori un nuovo decreto per cui i precari come me, che non godevano di tutte le ferie che maturavano  e che solitamente pagavano, adesso devono usufruirne durante l’anno altrimenti perderanno il diritto e non potranno essere pagate. Sa cosa hanno fatto i presidi? Hanno arbitrariamente deciso che per noi poveri precari già sfortunati in tutto (classi peggiori, orari impossibili e tanto altro) i giorni di Natale, Pasqua e Carnevale, che per tutti i docenti di ruolo è sospensione dell’attività didattica, per noi erano ferie…”

Parlare di retribuzioni nella scuola paritaria, che svolge un servizio pubblico: anche quando sono corrisposte secondo un contratto nazionale, a parità di titoli di docenza, funzioni e obiettivi didattici, risultano inferiori per i propri docenti rispetto ai colleghi della scuola pubblica statale; una lampante ignominia in ogni caso, e se possibile peggio, se la scuola è anche cattolica e le retribuzioni non sono neppure quelle che dovrebbero essere. Forse il Gesù dei Vangeli oggi direbbe: “Si secchi la mano di chi firma i contratti”. Ma anche la mano di chi non firma l’accreditamento dei contributi statali alle stesse scuole, semplice restituzione di tasse pagate dai genitori… L’Ira di Dio non è un concetto astratto: c’è e ci sarà.

Parlare col portinaio cingalese che si presenta alla buona scuola pubblica paritaria cattolica con la bimba di tre anni, visino d’angelo: “Posso iscriverla? Mi piace la scuola, la serietà… siamo buddisti, ma non importa”. La risposta dovrebbe essere immediata: “Lei paga le tasse da 15 anni in Italia, è genitore; come tale, dice la Costituzione italiana, ha diritto di scelta nel servizio pubblico di istruzione, di cui questa scuola fa parte: il posto c’è; si accomodi!”. Parlare anche, però, di quegli oltre 6 miliardi di euro all’anno che lo Stato risparmia, perché il papà cingalese, oltre alle tasse, dovrebbe pagare circa 3.500 euro all’anno per essere libero ed esercitare quel diritto di scelta. Allora: la bambina si accomoda o non si accomoda? Si accomoda se la scuola pubblica paritaria fa i salti mortali (amministrazione e gestione oculate e intelligenti, corpo docente compatto e motivato, fund raising dignitoso e puntuale) per dire un sì che lo Stato per primo dovrebbe dire e non dice.

Parlare di un DL che prevede un potenziamento dei docenti di sostegno nella scuola pubblica statale. Gli 11.878 alunni disabili che frequentano le scuole pubbliche paritarie, che globalmente non costano pressoché nulla allo Stato, si devono arrangiare in classe senza sostegno – benché i loro genitori paghino le tasse – oppure devono affrettarsi ad iscriversi nella scuola pubblica statale, alla faccia della libertà di scelta educativa e al costo, per i contribuenti, di 7mila euro cad. più docente di sostegno.

Parlare anche un po’ “elevato”: per esempio della cultura dei nostri parlamentari. Non che si voglia fare l’elogio del “pezzo di carta” (ce ne sono di vario genere, anche con timbro albanese), ma i parlamentari laureati sono diminuiti del 40% negli ultimi 20 anni… Di conseguenza l’applicazione allo studio e alla produzione delle leggi, al metodo di analisi, all’impegno della ricerca è un po’ in affanno: si capisce talvolta da come aprono la bocca davanti ai microfoni. Conseguenza: è la pacchia dei consulenti, quelli, sì, laureati. Ad esempio, ci sarà bene qualche esploratore che si orienti nella foresta delle ordinanze, circolari, note, decreti, leggi, regolamenti del ministero dell’Istruzione…pare che la legislazione scolastica sia la peggiore: troppo sfoggio di cultura? 

D’altra parte, quelli che in parlamento spaccano tutto e poi non sanno dove trovare i pezzi per ricostruire stanno usando male la loro “freschezza”. Peccato. Nel complesso, troppa ignoranza, poca formazione umana, basso livello culturale, quello vero… Quale attenzione ai valori, alla scuola, alla famiglia può avere un “gruppo di lavoro pensante” di questa qualità? Forse singolarmente ci può essere chi è attento: tra i “consulenti-capi” c’è anche chi (estremamente libero perché ha i soldi) ha il proprio pargolo iscritto in una scuola pubblica paritaria cattolica, quando né dal blog di riferimento, né dal gruppo parlamentare, e neppure dal V-Day di turno emerge la benché minima comprensione del significato autentico di “scuola pubblica statale e paritaria”. Proprio strano. Parliamone chiaramente.

La scuola è una questione trasversale e prioritaria che domanda responsabilità personale e coraggio delle buone idee, della memoria storica, della passione per il sapere: si racconti ai cittadini la realtà dei fatti, poiché se l’ideologia del “gruppo di lavoro pensante” rappresenta un freno per la democrazia, unitamente all’abissale ignoranza presente nel gruppo stesso – che emerge pubblicamente nei talk show a base di amabili insulti − fa avvitare lo Stato in una picchiata senza scampo.

Il problema, su alcuni aspetti, sarà trovare chi ascolta, capisce e coraggiosamente si attiva. Qualcuno ci sarà che abbia il coraggio di individuare il costo standard dell’allievo e che, nelle forme che si riterranno più adatte al sistema italiano, dia alla famiglia la possibilità di scegliere fra buona scuola pubblica statale e buona scuola pubblica paritaria. Parliamone. Questo favorirà quella buona e necessaria concorrenza fra le scuole sotto lo sguardo garante dello Stato – che la smetterà di essere contemporaneamente gestore e controllore –;  si innalzerà senza dubbio il livello di qualità del sistema scolastico italiano e si abbasseranno i costi perché la vera qualità è lontana dallo spreco… Ed è anche lontana da una professionalità terra-terra: i docenti validi saranno riconosciuti e valorizzati, perché il ruolo di ammortizzatore sociale non si confà alla scuola… altri ministeri ci pensino. E se si ammette – come già percepito e sentito dire, anche da autorevoli presidi e dirigenti ministeriali – che non c’è speranza di soluzione per i problemi del “carrozzone scuola italiana”, non ci resta che piangere … o tornare alla scuola familiare, come ai tempi dei Greci  dei Romani, oppure delle caverne.



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