SCUOLA/ Si può fare a meno della “rivoluzione silenziosa”?

- Fabrizio Foschi

Il rischio che la “Costituente per la scuola” chiesta dal ministro Carrozza (e auspicata anche da Letta) si risolva in un “pour parler” è reale. Ecco come evitarlo. FABRIZIO FOSCHI (Diesse)

scuola_concorso_giovaniR400
Infophoto

La Costituente per la scuola da concludere entro giugno, annunciata dal premier Letta nel discorso alle Camere dell’11 dicembre scorso, riprende e calendarizza un obiettivo programmatico del ministro Carrozza. Ora l’appuntamento è inderogabile. Si tratterebbe di un forum, di una grande occasione di dibattito alla quale sarebbero invitati tutti i soggetti che hanno parte in causa nello sviluppo del sistema scolastico italiano: quelli interni e quelli esterni. 

L’auspicio è che sia non solo una disputa tra esperti, ma soprattutto un confronto tra realtà che la scuola italiana la realizzano ogni giorno per rispondere alle sfide educative che il Paese sta attraversando. In altri termini, sarebbe interessante una riflessione sulla scuola possibile, piuttosto che l’ennesima progettazione di una scuola impossibile e svincolata dalla realtà. 

Abbiamo vissuto, nel recente passato, fasi riformistiche degli ordinamenti, tutte più o meno incompiute, che si sono spesso sovrapposte a tentativi precedenti. Ora bisognerebbe portare a conclusione l’essenziale, ma a condizione di individuarlo nelle esperienze più significative che rappresentano novità già in atto, sia sul versante dell’innovazione che su quello dell’organizzazione. Nell’incompiutezza e talvolta nel caos delle norme qualcuno ha camminato: si tratta di allargare le piste, rendere più praticabili le soluzioni, rafforzare le coordinate senza volere a tutti i costi, centralisticamente, riempire il quadro. 

Si parla di autonomia delle istituzioni scolastiche dal 1997; una riforma incompiuta perché non si è mai tradotta nell’autonomia finanziaria delle scuole, cioè nella possibilità che le scuole gestiscano direttamente i fondi che ricevono dallo Stato in proporzione al numero degli alunni che riescono ad attirare. La mancata liberalizzazione del sistema statale si affianca all’altro punto debole del sistema italiano, che è paritario a parole ma non nei fatti. Nella legge 62/2000 del ministro Belinguer, il sistema nazionale di istruzione “è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali”.  La scuola paritaria tuttavia continua ad essere discriminata, nonostante faccia risparmiare allo Stato 6 miliardi di euro l’anno. 

Eppure, nonostante le discriminazioni e le incompiutezze dell’elefantiaca macchina statale, l’autonomia si è andata affermando come esigenza e come dato di fatto. Pur tartassate dai tagli e dalle colpevoli dimenticanze dei diritti più elementari, molte scuole paritarie hanno resistito e si sono addirittura proposte al territorio come competitive nella gestione delle risorse, del personale e nella formulazione della governance interna. In tanti altri casi, scuole statali (specialmente superiori di II grado) hanno allacciato rapporti con enti e imprese del contesto locale per esprimere al meglio le proprie potenzialità. Altre hanno fatto progetti e trovato i soldi per realizzarli; altre ancora hanno modificato i percorsi formativi, entro gli angusti limiti consentiti dalla legge, e si sono proposte alle famiglie anche sulla base di ottimi standard di apprendimento degli alunni, certificati a livello internazionale dalle prove Ocse-Pisa. 

In sede di Costituente bisognerebbe dare voce a questi casi e farli diventare un modello riproducibile per osmosi, per contagio. Partendo da qui, dalla scuola in atto, si capirebbe probabilmente che in questi anni è accaduta una piccola rivoluzione che ha finito per liberare energie compresse, rendendo ingovernabile il sistema (e ben venga!) sul versante dell’assurda pretesa di proporre a tutti gli alunni i medesimi standard di insegnamento, come se gli alunni fossero tutti uguali e non potessero imparare di più di quello che già sanno. La rivoluzione operata è di chi ha compreso che la scuola oggi non è l’ambito in cui si riproduce un unico modello di conoscenza (tecnico-scientifica), ma il luogo in cui la conoscenza si realizza insieme agli alunni, nella forma della “conoscenza appresa” che ha bisogno della componente soggettiva di chi partecipa al processo che lo riguarda, mediante il continuo confronto con un’oggettività che può essere interpretata e non assunta acriticamente. 

Altre incompiutezze stanno alle nostre spalle, come dimostra l’anello debole del rapporto tra la  scuola e il lavoro. 

La riforma Moratti (2003) fu preceduta dagli Stati generali della scuola italiana del 2001 (la storia si ripete) nei quali furono enunciati cambiamenti strutturali: il doppio canale tra sistema dei licei e sistema dell’istruzione e formazione professionale; il diritto-dovere all’istruzione fino a 18 anni; la personalizzazione della didattica mediante le unità di apprendimento. Nella loro pratica traduzione (legge 53/2003) e poi nella successiva fase di smantellamento del ministro Fioroni, questi principi restarono ancora una volta monchi. Eppure, in alcune regioni virtuose (in testa la Lombardia), l’offerta di un canale dell’istruzione e formazione professionale è proseguita, si è concretizzata e ampliata, tanto da abbattere, in queste situazioni, tassi preoccupanti di abbandono scolastico. Nella frammentarietà c’è stato chi si è avvalso di taluni spazi consentiti dalla legislazione nazionale per costruire. 

Una Costituente dovrebbe ascoltare la voce della migliore istruzione e formazione professionale. 

Infine, affinché non si riduca (la Costituente) ad una carrellata di scontati incitamenti alla informatizzazione e digitalizzazione della didattica, bisognerà far parlare gli insegnanti. Magari i giovani che hanno deciso di percorrere le ardue incompiutezze dei percorsi abilitanti (Tfa; Pas) per puntare tutto sul dialogo educativo; oppure quelli che nella totale assenza di una seppure minimale carriera del docente hanno deciso di puntare sulla crescita professionale aggiornandosi a loro spese, con l’aiuto delle associazioni professionali. 

In sintesi, bisognerebbe davvero ragionare su quello che è successo in questi anni, e sul perché il tessuto del Paese abbia tenuto. Nonostante tutto, si scoprirebbe che la scuola vissuta e costruita ogni giorno, nel dialogo e nel rapporto, ha fatto la sua parte. Sarebbe ora che chi governa si mettesse da questa parte e da lì decidesse di ripartire. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori