SCUOLA/ Quella pericolosa tentazione di educare bambini senza “corpo”

- Manuela Cervi

Se ai bambini non si dà una penna ma una tastiera, il rischio è quello dell’impoverimento del pensiero. Perché? Basta riflettere sul (genio del) nostro pensiero astratto. MANUELA CERVI

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È da una ventina d’anni circa che è ormai dimostrato come tutto il nostro pensiero astratto nasca dall’esperienza che facciamo del mondo, dentro il corpo in cui la facciamo (embodiment).

Infatti siamo soliti dire: “Mi lascio il passato alle spalle e guardo avanti; guardo al futuro”. Oppure diciamo: “Sono entrata in sintonia con quella mamma, perché ha le mie stesse preoccupazioni nel crescere i figli”; oppure “Sono finalmente entrata in relazione con la collega; prima non si riusciva quasi a scambiare una parola”, e qualcuno si sente “Intrappolato in una relazione”, oppure vuole “Uscire da una lunga storia”. E poi diciamo decine di volte al giorno, senza neppure accorgercene: “incuriosire, incantare, infervorare, ingolosire, infastidire, imbaldanzire, incoraggiare, inanimare, insperanzire, intimorire, impaurire, inorridire, impietosire, intenerire, innamorare, innervosire, indispettire, infuriare”. Oppure a chi non è mai capitato di non riuscire ad “Afferrare bene le idee di un altro, i pensieri di un altro”? «Già non attendere’ io tua dimanda, / s’io m’intuassi, come tu t’inmii», dice Dante. Oppure diciamo: “Mi sono proposta di raggiungere certi obiettivi, e quindi devo fare questo, quest’altro e quest’altro ancora”, esattamente come quando “Tendiamo a uno scopo”, o quando dobbiamo “Fare molta strada per ottenere certi risultati”. Oppure diciamo: “Accontentare, ammalinconire, addolorare, allietare”. Ad esempio: “Questo pomeriggio tardo autunnale non mi attrista soltanto, mi intristisce profondamente”. Oppure ancora intuiamo perfettamente che se siamo coraggiosi corriamo meno rischi che ad essere audaci, e che se siamo audaci corriamo meno rischi che ad essere arditi. E potremmo fare mille altri esempi, all’infinito.

Se possiamo lasciarci il passato dietro le spalle, dove non lo vediamo, e guardare il futuro, che vediamo bene perché ci sta di fronte, è perché gli occhi con cui guardiamo il mondo li abbiamo solo davanti, e non ruotano a 360 gradi come quelli dei camaleonti, ma ci aprono una vista a 180 gradi, una vista a metà.

E se possiamo entrare in sintonia o in relazione con qualcuno, come se entrassimo dentro un luogo (in una casa, in una città, in una regione), è perché tutta l’esperienza che facciamo del mondo, la facciamo dentro un corpo, che costituisce il confine tra noi e tutto ciò che non è noi; un corpo in cui in-spiriamo e da cui ex-piriamo, in cui in-geriamo e da cui ex-pelliamo. E questa è la ragione per cui qualcosa ci incuriosisce, ci fa cioè entrare dentro la curiosità, oppure ci incanta, ci fa cioè entrare dentro l’incanto, oppure ci infastidisce, ci fa cioè entrare dentro il fastidio.

E se possiamo porci degli obiettivi da raggiungere, come se fossero un luogo verso cui muoverci, è perché tutta l’esperienza che facciamo del mondo, la facciamo dentro un corpo, che per muoversi da un luogo a un altro, deve attraversare tutti i luoghi contigui che separano il primo dal secondo in una progressione temporale, che si allunga tanto più, quanto più è lo spazio che separa il luogo di partenza e quello di arrivo. È questa la ragione per cui ci accontentiamo, andiamo cioè verso la contentezza senza entrarci; oppure ci allietiamo, andiamo cioè verso la letizia senza entrarci. Se una giornata tardo autunnale buia e fredda mi attristisce, mi conduce soltanto verso la tristezza, ma possono rimanere prevalenti altri stati d’animo anche positivi; se invece la stessa giornata mi intristisce, mi fa entrare dentro la tristezza, dove altri stati d’animo non possono coesistere.

E se anche intuitivamente percepiamo di correre meno rischi ad essere coraggiosi, che ad essere arditi, è perché tutti abbiamo fatto esperienza di aver nelle sole due mani, con cui prendiamo il mondo, due oggetti di peso differente, percependo il peso maggiore nell’una e quello minore nell’altra e il nostro corpo fare da bilancia. Nel caso del coraggio, dell’audacia e dell’ardimento la bilancia è quella dell’agire umano, che oscilla tra il rischio da correre e la considerazione del pericolo che esso comporta. Nel coraggio la bilancia è perfettamente in asse, soppesando ugualmente rischi e pericoli di un’azione; nell’audacia la bilancia pende verso il rischio, dando poco peso al pericolo; nell’ardimento è completamente sbilanciata sul rischio, avendo eliminato la considerazione del pericolo (chi non ricorda “L’ardimento. Racconto della vita di don Carlo Gnocchi”?).

Che tutto il pensiero astratto nasca dall’esperienza che facciamo del mondo, dentro il corpo in cui la facciamo, è ad esempio il motivo per cui una matricola di architettura dovrebbe ricominciare a disegnare come faceva Louis Khan, uno dei più grandi architetti del 900, che emigrato poverissimo negli stati Uniti raccoglieva da terra i legnetti e li faceva bruciare, per ricavarne carboncini per disegnare. Fu determinante nella sua formazione universitaria il corso di Disegno dal vero. E determinanti per la sua definitiva maturazione architettonica furono i disegni di viaggio, che nel corso di un anno egli fece in Europa (Roma, Assisi, Atene, il Cairo, ecc.). Disegnò sempre, per tutta la vita: disegni ad acquerello, a pastello, a tempera, a matita, a sanguigna, disegni prospettici, disegni a volo d’uccello, disegni di sezioni, semplici schizzi. Il disegno era per Kahn da un lato intrinseco al vedere e dall’altro intrinseco alla creazione (Il valore e il fine del disegno, in Architettura è. Louis I. Kahn, gli scritti): «[…] tutti i maestri, in ogni campo dell’arte, in modi propri di ciascuno, utilizzano il disegno – scriveva –. 

Ciascun disegno ha per me il medesimo valore di un problema progettuale risolto». Dunque solo a progetto realizzato, per una più veloce e precisa modellazione e resa grafica, una matricola d’architettura oggi dovrebbe utilizzare gli strumenti informatici impropriamente definiti “di progettazione architettonica”, ma non durante la fase progettuale, là dove il pensiero sta ancora elaborando, comprendendo, creando. Pena un impoverimento della capacità progettuale.

Ringrazio dunque Guido Ceronetti, per aver richiamato dalle pagine del Corriere di giovedì, riflettendo a margine di Scrivere meglio (Ascoli e De Faccio, 1998), gli insegnanti a far usare la penna per scrivere. La scrittura è un codice basato su convenzioni non casuali (corrispondenza fonema/grafema, convenzioni ortografiche, direzione della scrittura, dimensioni relative, distanze, spaziatura, spazi della pagina), sebbene in Italia, dopo una graduale trasformazione di obiettivi e metodi iniziata già nel ’23 con la Riforma Gentile, negli anni 70 calligrafia e bella scrittura siano state abbandonate come disciplina curricolare. 

Oggi i bambini sono lasciati liberi di copiare le lettere senza un metodo; non ne vengono corretti gli errori di prensione, né quelli di esecuzione; durante l’apprendimento e il consolidamento del corsivo viene corretta solo l’ortografia. Le conseguenze sono non soltanto una scrittura disordinata, disuguale, incontrollata e illeggibile, ma anche un impoverimento del pensiero. Al contrario scrivere rispettando le convenzioni proprie di ciascun codice, ad esempio acquisendo lo schema motorio di ogni lettera dell’alfabeto (movimento, direzioni, grandezze, distanze, allineamento, pressione e velocità), prima con le mani nella pittura, o con le mani nella sabbia, o con le dita che seguono tratti in rilievo, poi con matite e penne a sfera, ha lo stesso scopo che per Louis Kahn aveva il disegno per la progettazione, quel coordinamento oculo-manuale che rende possibile il pensiero. 

L’alfabeto, come per i viaggianti semiti ricordati da Ceronetti, è proprio la realtà intera che, passando attraverso il corpo, dà vita e ricchezza al pensiero.

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