Nonostante la crisi molti settori sono alla ricerca di tecnici, ma gli istituti tecnici e professionali hanno un numero di iscritti ancora insufficiente e la dispersione è alta. DIEGO SEMPIO
Iscrizioni 2013: il 49,1% degli allievi di terza media ha optato per il liceo (era al 47,40% nel 2012, il 49,88% nel 2011). L’istituto tecnico è stato scelto dal 31,4% (31% nel 2012, 30,39% nel 2011) e gli istituti professionali sono al 19,6% (21,60% nel 2012, 19,73% nel 2011).
La formazione professionale regionale è scelta da un numero sempre maggiore di famiglie, ma i dati precisi al momento sono di difficile reperimento e non rientrano nelle succitate percentuali.
Forse “contagiati” da altri settori della vita italiana, ci si sforza di individuare ipotetiche classifiche con numeri che nella realtà appaiono in fondo risibili: negli ultimi anni il sistema è bloccato con una netta maggioranza di allievi che scelgono il liceo, distanti gli istituti tecnici con il resto che vede la progressiva ascesa della formazione professionale a scapito degli istituti professionali.
I problemi sono sotto gli occhi di tutti: nonostante l’amplissima scelta del liceo l’università soffre in termini di iscrizioni (-50mila negli ultimi anni) e fatica a laureare i propri immatricolati (un dato su tutti: il 17% degli iscritti sono “inattivi”, cioè non svolgono esami) senza contare percentuali ancora basse di occupazione per i laureati.
Nonostante la crisi molti settori professionali sono alla ricerca di tecnici, ma gli istituti tecnici e professionali hanno un numero di iscritti ancora insufficiente e una dispersione scolastica a dir poco imbarazzante soprattutto nel primo biennio.
La formazione professionale regionale è ancora vista come il fanalino di coda del sistema, benché sia impressionante la crescita di iscritti nelle regioni in cui essa è presente, evidentemente per i tanti casi di eccellenza (libertà di scelta dei docenti, programmazioni per obiettivi e competenze, presenza di docenti professionisti del settore, stage, risultati occupazionali, etc). E non a caso, visto l’andamento delle iscrizioni, in diversi istituti professionali l’offerta formativa sta significativamente “virando” dai percorsi quinquennali a quelli regionali, ma con un’organizzazione del personale e delle risorse che ostacolano oggettivamente la realizzazione di percorsi di Iefp coerenti
In tutto questo rincorrere i numeri e le problematiche ognuno sembra preferire il “tiro al bersaglio” per indicare colpe e colpevoli: dall’università che lamenta una preparazione precedente sempre più scarsa (vero), alla scuola superiore che individua il “buco nero” nella scuola media inferiore (vero anche questo).
E l’istruzione e la formazione professionale, che si trovano ad essere, per la mentalità culturale sopra accennata, il “refugium peccatorum” di allievi stranieri che non conoscono la nostra lingua, di ragazzi disabili privi delle risorse per il sostegno didattico, ma soprattutto di giovani che si credono già falliti a 15 anni con classi che a volte sono vere e proprie “polveriere”. L’altro giorno un allievo di prima “operatore elettrico” di fronte a una certa mia richiesta in classe mi domanda: “Prof. ma perché lei non insegna al liceo e invece viene proprio qui?”, come a dire: “Guardi che con noi non ne vale la pena…”.
E poi la carenza di risorse… e poi l’orientamento: come non dare ragione a chi lamenta da anni un orientamento ridotto a mera informazione, lontano peraltro dalla realtà, e soprattutto incapace di osservare e valorizzare i talenti dei nostri giovani fin dai primi anni della scuola?
Si è pur provato a mettere in campo riforme e attività anche molto interessanti, pensiamo a puro titolo esemplificativo al riordino dei Tecnici, ai nuovi percorsi Its (avviati da due anni, ma alzi la mano chi li conosce) o all’introduzione delle nuove tecnologie in aula (ed ecco la notizia fresca della “ribellione” degli editori scolastici), tentativi appunto spesso misconosciuti o osteggiati a priori.
La storia è una materia poco amata dai giovani d’oggi, ma rimane sempre “maestra di vita”: il 21 marzo si ricorda San Benedetto e recentemente ho riletto questo bel testo tratto dall’ “Historical Studies” di J.H. Newman: “San Benedetto trovò il mondo sociale e materiale in rovina, e la sua missione fu di rimetterlo in sesto, non con metodi scientifici, ma con mezzi naturali, non accanendosi con la pretesa di farlo entro un tempo determinato o facendo uso di un rimedio straordinario o per mezzo di grandi gesta: ma in modo così calmo, paziente, graduale che ben sovente si ignorò questo lavoro fino al momento in cui lo si trovò finito.
Si trattò di un restauro piuttosto che di un’operazione caritatevole, di una correzione o di una conversione. (…). Uomini silenziosi si vedevano nella campagna o si scorgevano nella foresta, scavando, sterrando, e costruendo, e altri uomini silenziosi, che non si vedevano, stavano seduti nel freddo del chiostro, affaticando i loro occhi e concentrando la loro mente per copiare e ricopiare penosamente i manoscritti ch’essi avevano salvato.
Nessuno di loro protestava su ciò che faceva; ma poco per volta i boschi paludosi divenivano eremitaggio, casa religiosa, masseria, abbazia, villaggio, seminario, scuola e infine città”.
Un invito a partire positivamente da quel che abbiamo, con la coscienza che i tempi sono duri e che la soluzione non si potrà raggiungere se non con passi lenti, ma sicuri; come hanno fatto i monaci rigenerando la nostra civiltà: lavorando e sapendo guardare, valorizzare e indicare a tutti i vari tentativi in atto.
In fondo ciò che il mio allievo si aspetta, proprio come desidera ciascuno di noi, non è anzitutto una riforma della scuola o qualche pillola di saggezza, ma un adulto “certo” che gli dica: “Io sono qui per te, per questo ‘oso’ anche chiederti questo…”, una risposta che vede nel lavoro e nella fatica quotidiana una compagnia reale e vicendevole sulla strada della vita.
