REFERENDUM BOLOGNA/ Cosa accadrebbe se le risorse alle private fossero cancellate?

Se le scuole per l’infanzia bolognesi dovessero rinunciare alla convenzione, con il milione “risparmiato” il Comune potrebbe creare solo 160 nuovi posti. LORENZO BANDERA

25.05.2013 - Lorenzo Bandera
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Il sistema integrato delle scuole d’infanzia della città di Bologna da circa vent’anni offre un servizio educativo di elevata qualità agli abitanti del capoluogo emiliano. Attiva dal 1994, la sinergia tra le diverse scuole d’infanzia – paritarie comunali, paritarie private e statali – nel corso degli anni si è sviluppata in maniera molto positiva. Questa collaborazione ha dato vita ad un riconosciuto modello di secondo welfare, che ha permesso di rispondere coerentemente alla crescente richiesta dei cittadini per servizi dedicati ai bambini tra i 3 e i 6 anni.

Questo sistema, tuttavia, è stato recentemente messo in discussione dal Comitato Articolo 33, che ha promosso il referendum  di domenica 26 maggio in cui si chiede di abolire le risorse attualmente destinate alle scuole paritarie private. Il modello creato a Bologna si fonda principalmente sulle scuole paritarie comunali, che garantiscono circa il 61% dell’offerta complessiva in un settore in cui storicamente lo Stato non ha mai sviluppato policies strutturate. Essendo la scuola dell’infanzia esclusa dal principio di obbligatorietà previsto dal nostro ordinamento, infatti, le istituzioni nazionali non hanno mai avviato misure sistemiche capaci di rispondere adeguatamente alle necessità dei cittadini.

Di fronte alla latitanza delle istituzioni statali, dunque, l’ente comunale si è impegnato nella creazione di un sistema che lo vede profondamente coinvolto, in cui tuttavia risulta necessaria la presenza di altri soggetti – statali e privati non profit – che lo affianchino nella fornitura del servizio. Senza di essi, come ha ricordato anche il sindaco Virginio Merola, il Comune non sarebbe in grado di rispondere alle richieste delle famiglie di Bologna. Il sistema integrato bolognese, come indicano i dati del Comune, è costituto da 122 scuole d’infanzia di cui 70 comunali paritarie, 25 statali e 27 private paritarie. Le comunali ospitano attualmente 5.272 bimbi, le statali 1.582, le private 1.730. Per il loro funzionamento Palazzo d’Accursio nel 2012 ha stanziato complessivamente euro 37.762.817: euro 35.504.454 sono stati destinati alle paritarie comunali, euro 1.142.363 alle statali, euro 1.116.000 alle private paritarie.

Analizzando i dati si può costatare come la spesa per ogni bambino iscritto presso le scuole paritarie comunali sia, mediamente, di euro 6.912. Per le scuole statali i trasferimenti comunali sono pari a euro 710 per bambino, mentre per le paritarie private si fermano a euro 657. Dati alla mano questo significa che il Comune, pur erogando alle private solamente il 2,9% di quanto destinato al sistema integrato dal bilancio di Palazzo d’Accursio, sostiene un servizio che copre oltre il 20% dell’utenza totale.

E’ un dato sicuramente interessante, e c’è da chiedersi cosa accadrebbe se queste risorse relativamente esigue non fossero più destinate alle scuole paritarie private, ma reindirizzate verso le scuole statali e comunali come proposto dai promotori del referendum. Nell’eventualità di questo scenario a subire il danno più grave sarebbero probabilmente, oltre le scuole paritarie private, le famiglie bolognesi. La cancellazione dei contributi alle scuole private, infatti, potrebbe comportare l’aumento delle rette annuali, la conseguente diminuzione delle iscrizioni e, presumibilmente, la chiusura di alcuni istituti.

Da un lato questo significherebbe una minore possibilità di scelta da parte degli utenti, dall’altra una diminuzione dell’offerta formativa delle scuole d’infanzia sia in termini di quantità che di qualità. Dal punto di vista quantitativo un aggravio delle rette, che in linea teorica potrebbe essere pari, in media, ai 657 euro per bambino attualmente garantiti dal Comune, potrebbe infatti portare molti genitori a non potersi più permettere una scuola privata e, contemporaneamente, costringere diverse scuole gestite da enti non profit a dover chiudere i battenti. Ammettendo che la maggior parte degli istituti privati riesca comunque a reggere il colpo, se anche solo il 10% dei posti attualmente garantiti dalle scuole d’infanzia paritarie private venisse meno – o il 10% degli alunni che frequentano le private fossero costretti a spostarsi verso scuole comunali o statali – appare difficile che il Comune possa colmare tale diminuzione del servizio.

Con il milione “risparmiato” le scuole comunali, alla luce delle spese medie per bambino finora sostenute, potrebbe teoricamente creare 160 nuovi posti, comunque inferiori ai 170 (10%) offerti attualmente dalle private paritarie. Dal punto di vista qualitativo, invece, la scomparsa delle risorse attualmente destinate alla formazione degli insegnanti, allo sviluppo di progetti di qualificazione e coordinamento pedagogico e al perseguimento dell’equità tariffaria potrebbe portare a offerte formative divergenti tra le varie scuole appartenenti al sistema integrato. Il mantenimento di un siffatto sistema, come dimostrano i dati, appare anzitutto una questione di ragionevolezza o, come ha avuto modo di affermare Romano Prodi nei giorni scorsi, di semplice buon senso.

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