SCUOLA/ Prove Invalsi: istruzioni ai genitori per non farsi “arruolare” nei Cobas

Di tutte le persone interessate dalle prove Invalsi, le più trascurate sono i genitori. Eppure li vediamo coinvolti a pieno titolo. Hanno davvero le idee chiare? DANIELA NOTARBARTOLO

05.05.2013 - Daniela Notarbartolo
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I loro figli parlano a casa delle prove che li attendono tra pochi giorni, se non altro perché sono reduci dall’ennesima “simulazione”, e i professori li hanno caricati di stress, quello che prende più verosimilmente loro stessi, intimoriti dall’idea che il loro lavoro venga valutato. Il tempo contato (75 minuti), lo spauracchio dei distrattori che “traggono in inganno”, e può capitare che i ragazzi arrivino alla prova già in una posizione di timore o di negatività. Magari i genitori hanno dovuto comprare, in aggiunta ai libri di testo, i famosi libricini-pseudo-Invalsi, che gli editori solerti hanno predisposto per la bisogna. E magari si sono trovati coinvolti in battaglie e resistenze attive: gli insegnanti cercano alleati e incitano i genitori a tenere a casa i bambini, con argomenti che veicolano motivazioni ideologiche alla resistenza (sono pochi, ma ci sono). Ma che parte hanno veramente i genitori in tutto ciò? Si sa che il fattore-famiglia (per esempio il titolo di studio della madre, o il numero di libri posseduti) ha una grande importanza per i risultati dei figli. I genitori possono invece contribuire alla serenità del momento e anche (in fondo in fondo) al risultato.

Mi è capitata per la prima volta un’esperienza decisamente diversa dal solito (parlo sempre a insegnanti o a dirigenti scolastici): sono stata chiamata da un’associazione di genitori di scuole paritarie per dare un aiuto a giudicare concretamente questa circostanza, sulla base di informazioni circostanziate. Evidentemente quello che è nuovo per gli insegnanti lo è a maggior ragione per i genitori. 

In che cosa consiste una prova standardizzata usata come strumento “psicometrico” di abilità, cosa deve fare un buon distrattore per funzionare, perché ci sono alcune domande difficilissime che pochi studenti sanno affrontare, quali sono le caratteristiche di un quesito di “buona qualità” e con quale procedimento viene predisposto: fatti da conoscere, che danno il quadro in cui si colloca la famigerata prova. Soprattutto i dati raccolti in un certo modo, come sempre succede con i modelli teorici, o con gli strumenti che potenziano la percezione, permettono di vedere cose che a occhio nudo non si vedono: quanto vale il voto “9” nelle diverse regioni d’Italia? (ma lo stesso si potrebbe chiedere delle diverse sezioni della scuola). Quanto incide sul rendimento il trovarsi in una certa classe invece che in un’altra? Come indice il background socioculturale della famiglia in Lazio e in Campania (incide in modo molto opposto!)? E molto altro.

La realtà è che di queste cose si sa poco, in giro. Per la prima volta quest’anno Invalsi propone strumenti divulgativi per spiegare di che cosa si tratta: è già on line un volantino informativo formato A4 a tre colonne per gli studenti delle superiori, e una “brochure” rivolta ai genitori sarà resa pubblica a breve.  

Quello che più interessa a un genitore attento è la natura delle prove: che tipi di domande vengono poste ai nostri figli? Per l’italiano, riguardano il lessico e la grammatica,  gli aspetti di coesione e di coerenza di un testo, le informazioni implicite ricavabili autonomamente, il nesso logico fra le idee, l’individuazione dello scopo: quel che è necessario per capire veramente quando si legge. Le domande sono impegnative e richiedono ragionamento, non un sapere imparaticcio. I testi usati per la prova di comprensione devono essere “interrogabili” (cioè bisogna poterci costruire su un buon numero di domande sensate), quindi per forza hanno qualche implicito, qualche parola che lessicalmente fa un po’ attrito e richiede di fare ipotesi, qualche struttura sintattica un po’ interessante, … tutte cose difficili, povero bambino! 

In matematica non basta fare due conti in croce, bisogna giustificare una procedura, spiegare come si è fatto a rispondere, impostare un ragionamento in termini matematici. Ai genitori dell’associazione nessuno aveva mai mostrato le domande “in carne ed ossa”, e la reazione non è stata affatto negativa. La vulgata passata dagli opinion maker sulla stampa è che si tratti di quiz di basso livello, ma non è affatto così: provare per credere.

Qui si tratta di decidere: che cosa vuole un padre per suo figlio? Che inghiotta la pappa fatta e masticata da altri (ripetere la lezione), che prenda il suo bravo sei, non vada a settembre e possibilmente non dia problemi, oppure che impari ad affrontare le prove e stringa i denti, che cammini con le sue gambe e impari a farcela (il che comporta sempre un rischio per il genitore)? Ma i genitori li vedono, certi libri di lettura, in cui non c’è niente di veramente interessante, di sfidante, di arduo? Li leggono certi temi, dove l’autore (studente di prima superiore) non sa che la congiunzione “ma” oppone?

Come sempre le cose mettono in moto altre cose, e la prova Invalsi potrebbe finire nel grande capitolo in cui stanno anche S.O.S. tata (il programma televisivo, ma anche i vari libri per genitori inesperti),  I no che aiutano a crescere (Asha Phillips) e Contro i papà (Antonio Polito). Inutile difendere il figlio dal nuovo “cattivo” (Invalsi): qual è la posizione profonda del genitore nei confronti dei successi e degli insuccessi dei loro figli? Il successo a buon mercato non c’è più in nessun campo, e per non “finire a fare i badanti in Cina” (come dicevo ai miei studenti) sono richieste competenze vere, non il sei stiracchiato. Così l’interesse del genitore dovrebbe essere molto chiaro: che i figli siano in gamba e superino la prova, che la scuola li prepari (non alla prova ma a essere competenti) e contribuisca insieme alla famiglia al bene dei ragazzi.

La famiglia oltretutto continua ad avere un peso forte nel determinare i risultati dei figli (e questo dimostra che nel bene e nel male esiste). Non solo per il background socioculturale, ma perché il genitore vigilante e presente spesso fa la differenza (lo sanno gli insegnanti quando aspettano invano a colloquio i genitori che servirebbe avere, e invece arrivano sempre quelli dei ragazzi bravi). Il genitore fa molte cose utili per i risultati scolastici del figlio: gli regala libri ben scritti, gli legge ad alta voce quando è piccolo, a tavola discute, argomenta, spiega, soprattutto parla e ascolta! Direi che cura anche i nessi logici di causa-effetto (aspetto 4 della comprensione del testo) quando gli dice: «Non mettere le dita nella presa che prendi la scossa». Se è vero che le capacità argomentative e comunicative sono in ribasso, forse questo è anche perché la famiglia non sa più di essere un luogo in cui si praticano “discorsi” e si tessono “trame” (come le mitiche epopee familiari). 



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