ESAMI DI STATO/ Maturità 2013, seconda prova: versione di latino, tradurre non basta

- Paolo Lamagna

Mancano ormai pochi giorni alla seconda prova per i licei classici: la traduzione dal latino. Il compito sarà un “appello alla maturità” solo per gli studenti? PAOLO LAMAGNA

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Statua raffigurante Marco Tullio Cicerone (Infophoto)

Mancano ormai pochi giorni alla seconda prova per i licei classici: la traduzione dal latino. 

C’è chi si sbizzarrisce nell’indicare probabili autori, terrorizzando su un difficilissimo Tacito, su un Ammiano Marcellino ancora più complicato o tranquillizzando su un più accessibile Cicerone, ecc. È possibile trovare indicazioni metodologiche sulla tecnica di traduzione più efficace (io stesso l’anno scorso in occasione della prova di greco non mi sono sottratto a questa tentazione), che però hanno un difetto di fondo: chi ostinatamente non ha seguito consigli, indicazioni, metodi proposti per cinque anni, è disposto a cambiare habitus proprio nell’ultima prova semplicemente per aver letto un articolo, comportandosi come quell’atleta che non ha seguito il suo allenatore nella preparazione e cerca di applicare qualcosa a pochi giorni dalla competizione? 

Io credo che sia forse più utile in questo momento riflettere sull’atteggiamento con cui affrontare la seconda prova a partire  proprio dalla definizione “seconda prova” e da qualche osservazione sulle componenti interessate. Sì perché – è inutile nasconderselo – non sono solo gli studenti ad essere implicati, anche se loro sono quelli su cui occorre porre maggiore attenzione, ma anche tutta una serie di altri soggetti.

Ma procediamo con ordine. Parliamo della “seconda prova”. Forse non si è messo bene l’accento sul fatto che sia una prova, cioè un’occasione per “mettere alla prova”, cioè verificare, accertare, ma anche dimostrare conoscenze, competenze e capacità e maturità. Chi mettere alla prova? Innanzitutto sé. Non è facile per gli studenti affrontare un giudizio su di sé, sul percorso, sulla preparazione, sulla formazione. La seconda prova, attraverso la traduzione di un testo ignoto, offre l’opportunità di confrontarsi con l’imprevisto: in un contesto in cui ci cerca di programmare tutto, si è costretti a fare i conti con l’imprevedibile, talvolta inaccessibile in cui si deve trovare comunque la propria strada. E questo riguarda tutti. Piaccia o no, è nell’accettare di affrontare una prova come questa che uno è costretto a guardarsi allo specchio, con i propri limiti ma anche le proprie capacità.

Una prova come questa però “mette alla prova” anche la commissione. Occorre grande sapienza didattica nel sapere valutare la fattibilità della traccia ministeriale, le richieste essenziali della propria disciplina. La difficoltà del secondo scritto consiste innanzitutto nel fatto che si tratta di realizzare una traduzione e non una semplice comprensione ed è illusorio pensare che una traduzione dal latino sia più facile di una dal greco. Questo esercizio è assai difficile per chi lo svolge (ilsussidiario.net ha dedicato ampio spazio l’anno scorso alla questione), ma anche per chi si trova a correggere: il precetto geronimiano non verbum e verbo sed sensum exprimere de sensu da quanti docenti è davvero condiviso? Anche ammettendo che il criterio sia universalmente accettato, c’è un reale accordo sull’aspetto linguistico?

La mia modesta opinione è che la correzione della seconda prova, quella di indirizzo, offra alla commissione giudicante un’opportunità notevole di crescita professionale per chiarire quelli che sono davvero i contenuti essenziali.

Peccato che anche per quest’anno solo in alcune ex sperimentazioni sia garantita, aggiungendo due ore alle quattro previste, la possibilità di un commento al brano che dimostrerebbe come si diceva qualche tempo fa la “maturità” del candidato.

Perché proprio qui intendevo arrivare. È vero che quello a cui si stanno accingendo i nostri ragazzi burocraticamente è definito “esame di Stato”. Ma per tutti è rimasto un esame di maturità, una tappa essenziale nella vita degli studenti, ma in qualche modo anche dei docenti giudicanti e di quelli giudicati nel loro lavoro.

E sulla maturità mi sembra utile riportare ciò che scriveva Eliot nel famoso saggio Che cos’è un classico: «È quasi impossibile definire la maturità senza muovere dal presupposto che l’ascoltatore ne sappia già il significato: diciamo dunque che, se siamo persone veramente mature e veramente colte, sapremo riconoscere la maturità in una civiltà e in una letteratura, così come la riconosciamo negli esseri umani che incontriamo. Rendere davvero comprensibile il significato di maturità a una persona immatura (anzi, renderglielo semplicemente accettabile) è impresa pressoché disperata. Se invece siamo maturi, o riconosceremo immediatamente la maturità, ovvero giungeremo a riconoscerla dopo una più intima frequentazione».

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