ESAMI DI STATO/ Maturità 2013, prima prova, analisi del testo (tipologia A): ecco il “segreto” per il giusto svolgimento

- Valerio Capasa

Si sta avvicinando la prima prova dell’esame di Stato. Attenzione alla tipologia A, perché non è così semplice come potrebbe sembrare. I suggerimenti di VALERIO CAPASA

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Caro maturando,con la prima prova arriva il momento della tua opera d’arte. Come quando la commissionavano a Michelangelo o a Caravaggio: ora tocca a te, fare un (bel) compitino oppure far vedere quello che sei. Forse hai già deciso: se sei bravo sceglierai un’analisi del testo o un saggio breve, e giustamente farai quello in cui ti senti collaudato. Attento al tema di attualità, a cui di solito si aggrappano i disperati: anche se la traccia dovesse invitarti, perché per esempio verte sulla musica, e tu magari sei un appassionato o anche un musicista, il rischio è che la commissione sia comunque indotta a pensare che tu l’analisi del testo o il saggio breve non lo sappia fare, soprattutto se non riuscirai a uscire dalla retorica. 

Se punti sull’analisi, prima di aiutarci su come farla, è necessario che tu sappia bene cos’è. E cosa non è. Intanto, se hai sempre scelto questa tipologia, potresti avere a poco a poco sviluppato un virus: forse ormai pensi che una poesia esista solo per farci sopra un’analisi del testo. Innanzitutto dunque liberati dal problema di cosa fare di una poesia. Non è detto che occorra analizzarla: di solito tutte le cose, anche le opere d’arte, le incontriamo con uno sguardo sintetico, quando diciamo, quasi al volo, “bella”, “brutta”, “vera”, “commovente”. Il primo passo per fare bene un’analisi del testo, allora, è fregartene di analizzarla: lasciati il tempo per farti sorprendere, per farti leggere da quel testo. 

Per anni questo respiro ti è mancato: c’era sempre qualche esercizio da fare, qualche crocetta da mettere. Tra l’altro è segno certo di una moda illudere tutti che non si tratti di una moda ma di qualcosa che esiste ab aeterno. Forse i tuoi insegnanti hanno dimenticato che fino a una quindicina di anni fa nessuno propinava analisi del testo, in nessuna scuola italiana, che non se ne trova alcuna traccia in alcun manuale prima degli anni Novanta, e che per millenni si sono approcciati i testi senza fare l’analisi. 

È una moda, come il Pulcino Pio, che è arrivata e che passerà. Ti fa individuare endecasillabi, sinestesie, ossimori, rime, significati di parole inusuali: strumenti che dovevano diventarti familiari dalle elementari e che ora ti sembrano dei traguardi. Ma l’analisi del testo sta al testo come la ricetta della pasta al forno sta alla pasta al forno. E anche se tu la rifacessi con gli stessi ingredienti di tua nonna, la sua viene comunque meglio: non si sa come mai, ma c’è sempre qualche cosa, la più importante (nonché la più segreta e sfuggente), che fa la differenza. 

Lo notò Calvino quasi cinquant’anni fa, qualche rigo dopo aver affermato che «lo scrivere è solo un processo combinatorio tra elementi dati»: «ma la tensione della letteratura non è forse rivolta continuamente a uscire da questo numero finito, non cerca forse di dire continuamente qualcosa che non sa dire, qualcosa che non può dire, qualcosa che non sa, qualcosa che non si può sapere?».

Goditi questo ineffabile, che rompe le gabbie, perché «la battaglia della letteratura è appunto uno sforzo per uscire fuori dai confini del linguaggio; è dall’orlo estremo del dicibile che essa si protende; è il richiamo di ciò che è fuori dal vocabolario che muove la letteratura» (Cibernetica e fantasmi).

L’analisi del testo, allora, se non tiene conto di quel che è «fuori» (cioè del rapporto fra testo ed extratestualità) gioca di rimando in rimando, di citazione in citazione, ma somiglia a una sorta di autopsia su un cadavere, di cui guardiamo al microscopio pancreas, milza, fegato (notando la somiglianza con altri pancreas, milze e fegati), ma di cui ci sfugge un’idea sintetica: e allora arriviamo a sapere tutto… di niente. Avremmo fatto a quel punto non l’analisi, ma l’omicidio del testo: che invece, in partenza, era un corpo vivo, pieno di realtà e inesauribile a ogni analisi, ma di cui pure hai raccolto una serie di dati per introdurti in quell’inesauribilità.

Resta una sola chance: provare a fare l’analisi in maniera intelligente. Poniamo che il testo da analizzare sia una bottiglia d’acqua. Domanda 1: riassunto: “è una bottiglia d’acqua da 2 litri ecc.”; domanda 2 (batteria di domande): analisi: “qual è il residuo fisso? qual è la conducibilità termica?”; domanda 3, chiamata di interpretazione complessiva: “di’ quel che ti pare sull’acqua”; risposta: “l’acqua è importantissima, la vita nasce dall’acqua, è una risorsa primaria, mamma mia quanta acqua c’è nell’anguria, ecc.”. Ecco un modo ridicolo di analizzare: perché al punto 2 ti è stato chiesto il residuo fisso? La domanda 3 dovrebbe essere: interpreta i dati raccolti al punto 2. Cioè: data la sua leggerezza in termini di mineralizzazione, per un bambino un residuo fisso 22,3 è più indicato di un residuo fisso 752, perché… 

Date le rime, le allitterazioni, le onomatopee del Tuono di Pascoli, dati tre accenti consecutivi sulle o e al verso seguente un accento sulla i, immagina questi suoni al pianoforte: che cosa significano? (prova a leggere Il linguaggio di Pascoli di Gianfranco Contini, e vedrai come da ogni parolina e da ogni figura retorica si arriva lontanissimi). 

Prova a sentire le raffiche di “ta-ta-ta” all’inizio e alla fine di Veglia di Ungaretti, e guarda gli immensi spazi bianchi intorno alle parole: sentine i singhiozzi, guarda il sangue sulle mani, e scava lì dentro per interpretare, cioè per passare dalle parole alle cose, dal testo all’esperienza che – fuori dal testo – esso evoca. L’anno scorso le domande analitiche sulle espressioni montaliane «ammazzare il tempo» e «bisogni inutili» permettevano di interpretare molto più efficacemente il testo («ricerca la “visione del mondo” espressa nel testo», chiedeva il terzo quesito) che se uno avesse vomitato indistintamente tutto quel che sapeva su Montale.

Se vuoi, prova ad andare in ospedale e a dire che vuoi delle analisi del sangue: ti chiederanno sicuramente perché le vuoi fare, cioè quali sospetti ha il tuo medico, quali elementi potrebbero risultare significativi in vista di un’analisi, il cui scopo non è l’analisi, ma l’individuazione di una certa malattia o di una certa carenza, e quindi di una certa cura. L’analisi del sangue assoluta, senza indizi, senza ipotesi, non te la fa nessuno, perché l’analisi è sempre un mezzo, non un fine. E nessun malato si metterebbe a parlare con un dottore dell’argomento “sangue”, dai film horror ai cavalli purosangue, perché quel che serve è che qualcuno sia in grado di interpretare il codice in cui il laboratorio di analisi fornisce i risultati. Ecco: per fare un’analisi c’è bisogno di un’ipotesi interpretativa. 

Per esempio, nel 2010 l’analisi di un testo in prosa di Primo Levi sulla sua biblioteca personale mandò in tilt tantissimi aficionados dell’analisi, perché “noi Primo Levi non l’abbiamo fatto”: a quel punto i più secchioni (che ovviamente erano quelli andati più di tutti nel pallone) hanno tirato fuori dalla loro mente (o dalle loro cartucce) tutto ciò che sapevano su Se questo è un uomo, sui campi di concentramento, il nazismo e le giornate della memoria. Tutte cose che, ovviamente, non c’entravano assolutamente nulla, ma che allungavano la risposta 3 (quella di interpretazione complessiva): fu un trucco per gonfiare una rana. Che però rana rimase. 

Infatti l’analisi del testo non è l’analisi dell’autore. Ossia: non fa niente se non hai mai letto Primo Levi. Detto in pedagoghese stretto: ai commissari interessa verificare, più che le tue conoscenze sull’autore, le tue competenze nell’analisi di un testo qualsiasi. E dunque era più importante leggere bene quel testo ed entrare nella biblioteca personale di qualcuno anziché su Primo Levi. 

Leggere bene la traccia, d’altronde, aiuta tantissimo: «prendendo spunto dal testo proposto, proponi una “tua antologia personale” indicando le letture fatte che consideri fondamentali per la tua formazione» (mentre evidentemente, stando così le cose, perdere tempo nel toto-tema è demenziale). 

Certo, rimane il fatto che per parlare di una questione c’è bisogno di maturità, ossia di molto più che aver studiato qualche paragrafo. È evidente che conta, più che sapere come si fa un’analisi, che cosa hai da dire. Ma per avere qualcosa da dire su un testo, non è indispensabile averne letti molti: è indispensabile aver vissuto molto. Se nella poesia non senti la vita, non avrai nulla da dire. Perciò, permettimi, se in questi giorni vuoi prepararti proprio bene al compito di italiano, studia di meno e vivi di più! 



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