SCUOLA/ Solo corsi in inglese? Due domande scomode

- Silvia Ballabio

Il “problema dell’inglese” suscita ancora in Italia opinioni contrastanti. C’è chi dice “diamo la precedenza al francese e al tedesco”; chi invece lo vuole in università. SILVIA BALLABIO

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Il latino è stata lingua franca del mondo un tempo conosciuto, e oggi, privo di terra che non sia il Vaticano e in modo universale più che particolare, è rimasto tale. A suo modo. Il cinese e l’arabo non sono oggi lingue franche, ma forse lo diverranno; sono molto diffuse. L’inglese è la lingua franca dell’oggi, certo, ma fu anche la lingua di Sir Francis Drake, privateer della regina Elizabeth I, ma di fatto pirata autorizzato a depredare le navi spagnole; fu la lingua di chi era in rivalsa, periferico, insulare, e, fin dai tempi dell’Adrian’s wall, barbarian

Certo non era lingua franca, negli assalti alla navi del grande nemico del tempo, la Spagna. Ma come si passa dallo statuto di lingua a quello di lingua franca? E si è lingua franca in base al numero dei parlanti (non necessariamente un criterio di prossimità geografica)? Oggigiorno chi utilizza la lingua inglese ricade in tre gruppi; inner circle (i paesi anglofoni per eccellenza, dove la lingua è espressione culturale storica), outer circle (paesi dove ha un alto tasso di utilizzo per varie ragioni), e “il resto”, che la usa spesso, in molti contesti e situazioni; il gruppo dove, bene o male, si ricade tutti. 

Si  potrebbe anche tentare di definire l’inglese come lingua franca in base al numero degli ambiti conoscitivi che la utilizzano come dominante (criterio non di prossimità geografica) o addirittura come unica lingua della comunità scientifica di un certo settore, tale da imporsi a qualsiasi parlante  ben oltre i confini nazionali. Cosa fa diventare una lingua una lingua franca, al punto da insinuarsi anche nelle altre lingue, “contaminandole”? Ecco alcuni esempi di contaminazione direi massiccia: “riduzione di questo gap,”semplificazione della governance”, “modello multilevel, “da parte degli stakeholders, “criteri di benchmarking”, “blocco del turn overtotale “accountability”…. Sicuramente espressioni utilizzate in  una presentation di un qualche economista ad un congresso internazionale, direte. No, nell’audizione  al Parlamento del 6 giugno del ministro dell’Istruzione Carrozza.

L’italiano della musica e dell’opera lirica si è imposto nel corso di una lungo periodo di “predominio” – meglio “fioritura” – culturale italiana che va dal Seicento all’Ottocento, sopravvivendo anche alla fine del predominio stesso, con tutto il mondo, non solo quello occidentale, felice di rubarci opera, adagio, forte, bravo, senza chiedere di sostituirli, in Inghilterra, con sung play, slow, strong, e good. Non cercate queste parole nel dizionario, per favore. Non esistono. Eppure avrebbero potuto esistere, qualcuno direbbe “dovuto” esistere. 

Perché non venne in mente agli inglesi di “difendere la loro lingua”? Evidentemente per l’incapacità di “innovarla senza inquinarla introducendovi senza motivo parole straniere”. Vero. La lingua inglese accoglie e fa proprio un numero di lemmi impressionante, in virtù dei suoi meccanismi morfologici di conversione, che vincono anche le resistenze legate alla sua ortografia decisamente non fonetica. Oppure per capire perché quelle parole siano inglesi si può pensare ad un’ipotesi diversa. Gli inglesi si tennero le parole italiane perché non avevano l’opera lirica che l’Italia ha creato, ed evidentemente la vollero, fortissimamente la vollero far loro. E non solo gli inglesi. Schermo tattile non è parola italiana, e non perché non ce l’abbiamo nel dizionario; perché nessuno la usa. E nessun parlante italiano direbbe “Una pellicola trasparente” per dire “Un film chiaro” perché nessun ascoltatore sarebbe disposto in questo caso a percorrere la strada della contestualizzazione e disambiguazione, altre volte necessaria. Si sentirebbe preso in giro, a meno che l’intento non sia ironico.

Nessuna lingua, che sia franca o no, si afferma o sopravvive per effetto del protezionismo linguistico, anzi, il protezionismo linguistico sa molto di salvaguardia della specie in via d’estinzione. Nobile passatempo, ma non rimpiangiamo i dinosauri, anche se non ci siamo adoperati per la loro fine; e nemmeno ci entusiasmiamo per gli alligatori, ci limitiamo a contemplarli mentre oziano nelle Everglades. Se il greco antico sopravvive tenace negli studi umanistici, io da brava ghibellina (pro-English) personalmente ne gioisco, ma non lo incito ad adottare il metodo comunicativo: starei cercando di far “evolvere” l’alligatore, vivo e vegeto così come è ora, verso la sua probabile estinzione. E anche se ha regalato radici pregne di significato alla cultura occidentale, non lo incito a darcene di nuove ora. Quelle che ha prodotto sostengono con forza le lingue occidentali così come sono. Perché Nicodemo chiese come si potesse tornare nel ventre materno, e gli fu risposto che è possibile a Dio quanto non è possibile all’uomo. 

Le lingue muoiono al ritmo di una ogni due settimane, dato che tutti segnalano, e normalmente non per difendere i morenti. È più difficile accorgersi che una lingua, invece, è nata, nel senso di accoglierla nella comunità dei viventi. Di solito perché, alla nascita, è come il bimbo Gesù: e per capire cosa sia occorre un’epifania. Oggigiorno tutti sono coscienti che esiste un “International English”, ma questa presa di coscienza non apparteneva alla cultura solo venti anni fa, e questo passaggio non è stato interiorizzato a livello di pratica didattica. Ma definire l’International English un “pessimo strumento per quanto attiene allo scambio di idee e di esperienze”, più o meno utile solo per ordinarsi un Frappuccino, è averne un’esperienza (prima ancora che una concezione) molto limitata; intessere una conversazione durante un coffee break è operazione complessa fra un pakistano, un italiano, un francese e un arabo, per le problematiche culturali e linguistiche. 

Dire che il problema sta nel fatto che parlano un inglese “maccheronico” è non avere nessuna idea di cosa sia la comunicazione, ma affermare che l’International English non può funzionare nella ricerca pura o negli studi umanistici, beh, bisogna andare a spiegarlo a tutti coloro che usano la lingua inglese in testi scritti ed orali per entrambe, assorbendo dalla comunità scientifica di competenza ed appartenenza un discourse (organizzazione del testo) specifico, unico, irripetibile, e non certo semplice da acquisirsi. Ma se non si è disponibili a farlo allora ci si schiera con i guelfi, contro i ghibellini, e si pretende l’allontanamento dell’inglese dal mondo universitario, e si fa della sentenza del Tar l’arma di una battaglia ideologica. 

Di  guelfi contro ghibellini, con il guelfo che rivendica un principio di territorialità linguistica per la scelta di quale lingue apprendere oggi. La lingua che parlo ha a che fare con il luogo in cui vivo ora, ma il luogo in cui vivo ora è dettato solo dallo spazio? Non ha forse a che fare anche con il tempo, con ciò che fu? Lo spazio non è forse in parte sempre stato temporale, nella memoria, individuale e collettiva, prima che ce lo dicesse la fisica quantistica? Oggi il mio vicino è a Melbourne, perché la sua esperienza, accademica o personale,  è nel non-luogo, la rete mondiale, che sta ridefinendo l’idea di “vicino”. Ed è su questa  dinamica che occorre riflettere e preoccuparsi, anche molto, ma non dicendo che il francese oggi ci è più vicino dell’inglese. L’inglese è ovunque, e  lo è in una varietà di forme dove le linee di demarcazione sono a volte nette, a volte fluide, a volte inesistenti. 

E tutto questo in un contesto che, per quanto riguarda le politiche europee, è di plurilinguismo dichiarato e perseguito nell’apprendimento delle lingue straniere. Qualche domanda, legittima, ce la si dovrebbe effettivamente fare a proposito della politica scolastica italiana, per capire se e cosa stia accadendo al mondo delle lingue innanzitutto nella scuola secondaria. A livello universitario la proposta di English-taught courses assume altro rilievo; gli anni della formazione della personalità sono alle spalle, si apre l’orizzonte, anche per lo studente universitario, della ricerca. O dovrebbe. Nella proposta di una istituzione, che fa delle valutazioni in merito all’efficacia del proprio insegnamento. Il Politecnico di Milano ha fatto la scelta di English-taught courses only. Il Tar della Lombardia ha deliberato che questa scelta “Incide in modo esorbitante sulla libertà e sul diritto allo studio”, e la risposta del rettore Giovanni Azzone è stata chiara. 

“Rispettiamo naturalmente la sentenza del Tar ma come università scientifico-tecnologica riteniamo che sia nostro dovere adottare tutti gli atti previsti dall’ordinamento vigente per chiarire il quadro entro cui si può esercitare l’autonomia universitaria e per assicurare il diritto dei nostri studenti alla migliore formazione possibile”.

Più che una questione di povertà della lingua inglese, nativa, franca o internazionale, mi sembra che il problema si ponga sul piano del diritto, e da brava ghibellina voto a favore di un dibattito, si spera non ideologico, in merito a quale principio sia più alto ed efficace. Suggerirei alcune domande, per iniziare, che mi sembrano pertinenti alla questione in oggetto, solo corsi inglese in un Ateneo. Accantonando the guelfi vs ghibellini approach. La prima: la libertà di scelta dello studente è un valore assoluto? La seconda: quanto e come lo Stato (la questione è finita sul tavolo di un Tar, ora finirà al Consiglio di Stato) deve normare l’atto educativo? La terza: quanto è importante, per la scuola, tenere conto della realtà? 

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