SCUOLA/ Luca, 5 anni e già vittima di una famiglia “normale e perbene”

L’estate offre uno spaccato limpido sulla realtà educativa in cui siamo immersi. È il caso di Luca, 5 anni: chi dovrebbe introdurlo nella vita viene meno al suo compito. MANUELA CERVI

29.07.2013 - Manuela Cervi
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L’estate offre uno spaccato estremamente limpido sulla realtà educativa in cui siamo immersi, quando tacciono tutte le parole sprecate durante l’anno in polemiche scolastiche; cadono tutti i veli teorici, e rimane soltanto la nuda realtà di bambini e adolescenti che si affannano a maturare: che fanno tante cose; che ne vedono molte altre; che magari si divertono, ma che difficilmente crescono.

Luca ha cinque anni. Durante l’anno frequenta la scuola dell’infanzia fino al pomeriggio, quando sono i nonni ad andarlo a prendere, a fargli fare merenda, a farlo riposare, giocare, finché la mamma lo passa a prendere. Da giugno a settembre trascorre con i nonni anche le vacanze, prima con quelli materni e poi con quelli paterni, con una pausa di una sola settimana insieme ai genitori, sebbene la mamma sia a casa in ferie per due mesi. In sua presenza la nonna passa il tempo a elogiare le virtù materne della figlia contro ogni elementare evidenza, e a imbrigliare l’esperienza del nipote nelle paure di chi non può assumersene la responsabilità genitoriale, per essere poi redarguita telefonicamente dalle paure della figlia, che presume di gestire a distanza il rapporto con il figlio. Il padre per non entrare in polemica con moglie e suocera, lascia fare, continuando a vivere in un mondo in cui il figlio in fondo non esiste.

Un giorno Luca arriva a casa per pranzo e una bambina della sua età è lì ad aspettare proprio lui, per giocare insieme, ma la nonna gli intima di salire in casa, mentre neppure il nonno interviene per non polemizzare con la moglie. E lui se ne va senza una parola, senza una parola da parte dei nonni, lasciando miseramente sola la bimba, unico accento umano della sua giornata. Infatti con la medesima logica nel pomeriggio, invece di aspettare che una farfalla si posi sulla mano per osservarla come farà quella bambina, la catturerà per schiacciarla al suolo subito dopo, senza neanche averla guardata. Nel lampo dei pochi secondi del suo rincasare, l’esperienza di quel bambino che cosa coagula? Che cosa gli comunica? Che cosa gli insegna? Che cosa gli mostra del mondo?

Gli mostra – e lui capisce benissimo, anche se ci vorranno molti anni per diventarne consapevole, se mai lo diventerà – che non c’è nessuno disposto a vivere per lui; nessuno disposto a fare sacrifici per lui; nessuno disposto a sacrificare sé per lui; nessuno disposto ad amarlo. 

Gli mostra che chi se ne prende cura, lo fa tra contraddizioni inconciliabili prive di una verità che le orienti: la volontà di recuperare il tempo che non passò con i figli, senza poterlo recuperare; la volontà di fare i nonni, costretti però a fare i genitori; la volontà di accompagnare i nipoti nella crescita, dovendo però accettare direttive a distanza; la volontà di dissimulare la verità dei fatti, come se i bambini non la vedessero. L’esperienza gli mostra che a un sussulto di bene vero, sincero, generoso, disinteressato, che accade inaspettatamente nella giornata, si può passare sopra, asfaltandolo senza battere ciglio. Gli mostra che non viene sanzionata la freddezza con cui lui guarda al bene che accade, al contrario del bagnarsi in un torrente un paio di calze, che dopo qualche minuto si sarebbero comunque asciugate da sole. Gli mostra che l’unico orizzonte entro cui decidere che cosa fare è l’interesse personale del momento, dettato da chi decide in che cosa consista.

In sintesi l’esperienza che fa del mondo azzera la distinzione tra il bene e il male. Un bene e un male non arbitrari, ma oggettivi poiché vitali, e in quanto vitali capaci di far crescere. Che tua madre ti ami è un bene vitale e quindi oggettivo, e che non ti ami è un male oggettivo, che ti impedisce di crescere. Che i tuoi nonni facciano i nonni è un bene significativo ai fini della crescita e quindi oggettivo; che invece ricoprano più ruoli senza ricoprirne nessuno ingenera solo confusione ai fini della crescita. Poter riconoscere e apprezzare un gesto di bontà vera e disinteressata, che anche solo per un attimo sfiora la tua esistenza, è un bene oggettivo, di cui hai bisogno per vivere; mentre passarci sopra è un male, che ti allontanerà sempre di più dalla vita, dal poterne riconoscere il valore e il significato fino a poterne intravvedere il senso. 

Infatti, ad esempio, nessuno degli adulti che Luca ha attorno gli legge le fiabe (“Sono solo favole”), che invece costituiscono la più grande opportunità che la cultura occidentale abbia lasciato all’infanzia per riflettere, distinguere e comprendere il bene e il male, cioè le istanze ultime di quella parabola relazionale che inizia con la curiosità, passa per il gusto delle cose, per la fiducia che possiamo riporre in qualcuno, per l’amore con cui siamo amati, per la gioia con cui attraversiamo il tempo. Una parabola relazionale che bambini come Luca neppure iniziano, pur essendone capaci fin dalla nascita.

In una famiglia che tutti definirebbero normale e perbene, Luca oggi a cinque anni è un bambino insicuro, cinico, materialista, utilitarista, scisso in sé, che vive senza un padre, aspettando che sua madre torni, e che nell’unica settimana che trascorre con loro piange ossessivamente e inconsolabilmente. 

E gli adulti, dopo i danni che fanno e i cadaveri che lasciano per strada, hanno ancora la sfacciataggine di lamentarsi che già dalla preadolescenza ormai i ragazzi siano disinteressati, annoiati, ingovernabili, violenti.

In questo buio cupo, dove l’uomo non è amato neppure più da suo padre e da sua madre, il futuro ci può venire incontro solo attraverso genitori disposti ad affermare il bene dei propri figli con consapevolezza, lottando contro lo tsunami di un disamore ormai ordinario in cui bambini e ragazzi si sfaldano e poi implodono.

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