SCUOLA/ Dove un diploma costa 6mila euro e lo Stato è “allievo” di Totò

- Filomena Zamboli

In certe scuole di Nola e di Torre Annunziata, in Provincia di Napoli, si può agevolmente comprare la maturità a sei-settemila euro. Lo ha scoperto Repubblica. Da Napoli, FILOMENA ZAMBOLI

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Napoli (Infophoto)

Fa impressione. Quando la raccontano così, la nostra scuola, fa impressione. È come se esistesse solo questo: i diplomifici e il mercato dei titoli di studio. Ovviamente, è una cosa brutta. L’illegalità, ovunque si annidi, qualunque faccia prenda e qualunque settore interessi è un brutto affare. Per gli uomini in quanto tali. È impressionante, se sono veri i fatti e i numeri che riportano Repubblica e Il Mattino, che in un’area geografica così ristretta – Nola, Torre Annunziata – si siano perpetrati tali “soprusi formativi”, non a danno ma con la partecipazione consapevole di studenti, generalmente maggiorenni, di cui il 90% arrivada ogni parte del Paese.

L’Italia tutta allora sapeva e l’Italia tutta non si è tirata indietro quando si è trattato di conseguire un titolo di studio “legale”. Oppure è la storia vecchia, come il mondo, che sia l’occasione a fare l’uomo ladro, che sempre ladro rimane. E questo non giustifica nessuno: né chi propone né chi accetta. Come i falsi invalidi. La mala pianta deve essere estirpata insieme a chi la fa crescere e prosperare. E allora smettiamola: gli studenti campani in quella scuola quasi non c’erano. Ma tutti gli altri sì. Di chi è la colpa? 

Nel rispondere a questa domanda si finisce però a considerare la questione con il solito metro farisaico: chi ha ragione e chi ha torto. Quindi il problema è altrove. L’istituzione di un sistema scolastico paritario, sancito dalla berlingueriana legge 62/2000, finalmente rendeva “storia nostra” una tradizione che gli stessi padri costituenti ritennero sacra ovvero lasciare al padre e alla madre, titolari del dovere-diritto di crescere, istruire e educare i figli, la scelta sul “dove” questo obbligo morale e legale si doveva attuare. Per cui la nostra Italia, il Paese dell’integrazione scolastica per eccellenza, della legge 104/92 copiata ovunque nel mondo, il Paese della Montessori, della scuola per tutti e per ciascuno, il Paese che, all’indomani della guerra si era prefisso di debellare l’analfabetismo e di costruire la scuola dell’uguaglianza, finalmente nell’anno 2000 portava a compimento il dettato costituzionale di un sistema scolastico integrato e rispettoso della libertà di scelta delle famiglie e, quindi, della salvaguardia della buona tradizione, cattolica e socialista a un tempo, che ha fatto del nostro Paese una Repubblica. 

E allora? Abbiamo, come spesso “ci” capita, lasciato un pezzettino per strada. Quale, direbbe il buon Collodi dando voce al simpatico bugiardissimo Pinocchio? La faccenda del valore legale del titolo di studio. Eh, sì. Nel mentre riconosciamo l’uguaglianza al sistema e l’esercizio sovrano della libertà di scelta, ancora facciamo assurgere lo “Stato” quale detentore di un assenso formale a un percorso, formativo, di crescita della persona e della società. 

E il “titolo di studio”, che oggi più che mai, nell’era delle competenze, sa di vetustà, diventa mercimonio. Vi immaginate, se il nostro sistema democratico non dovesse certificare altro che capacità, abilità e competenze, secondo voi, quale scuola sceglierebbero i genitori per i loro figli? Quindi il problema, tutto italiano, è che alla scuola abbiamo lasciato la forma e non ci occupiamo affatto della sostanza. 

Con le conseguenze che tutti vediamo: dai risultati nelle prove internazionali fino alla depauperazione di ogni tipo di risorsa. Pure, lo statalismo imperante non riesce ancora del tutto a mortificare, seppellire, tramortire definitivamente tanta buona scuola al lavoro, e tanta scuola statale e paritaria, anche in Campania. Conosco tanti presidi e centinaia di docenti che in questi stessi giorni, invece che andarsene al mare, e non per la crisi, stanno tirando le fila di un anno di lavoro, stanno accompagnando i ragazzi a conseguire il sospirato traguardo, sudato e sofferto, magari cominciando a pensare a quel che occorre per il nuovo anno scolastico, ormai alle porte. Facciamo un po’ di conti da “salumiere”. Una classe costa allo Stato, in media, 200mila euro l’anno, considerando complessivamente la spesa per il personale docente e Ata e senza calcolare gli oneri delle strutture, delle infrastrutture e delle attrezzature. E neppure le utenze. Quanto dovrebbe pagare la famiglia di ogni ragazzo di una classe composta in media da 20 alunni? E se è vero, come è vero, che è lo Stato ad accollarsi questa spesa per le scuole di Stato, perché i figli degli “altri” non hanno diritto allo stesso trattamento?

 

Quella che voglio raccontarvi oggi è un’altra storia. Napoli è una casba. Una città dalle mille anime: quella greca, quella romana, quella musulmana, quella spagnola, quella francese, quella cristiana: cammini per strade che finiscono dall’alto delle colline e dalle periferie e sboccano tutte verso il mare e queste strade, le case, i palazzi hanno mille stili mutuati da quelle mille anime. Ci sono scuole in quelle strade e in quei palazzi e non c’è posto per farle esistere altrove: l’una sull’altra, sicure fino a un certo punto. E in quelle scuole cresce la vita. Se vai nel centro storico ci sono scuole, statali e paritarie, a Forcella, ai Vergini, nella Sanità dove professori pagati dallo Stato, le Suore della carità, le cooperative del volontariato collaborano per garantire un’offerta formativa integrata. 

Contributi dallo Stato pari a zero, finanziamenti sempre più risicati e ragazzi fortunati perché c’è chi si prende cura di loro, al mattino in classe e al doposcuola al pomeriggio. Ci sono scuole a Poggioreale che si sono andate a cercare un rapporto con la società calcio Milan che, per ogni goal della scorsa stagione, versava un contributo per costruire un campo di calcio ai ragazzi (e alle scuole del quartiere), ragazzi che, oggi, grazie a questo, non giocano più per strada. 

Ci sono scuole paritarie che offrono un servizio ai figli degli immigrati perché anche le donne lavorano e hanno bisogno di luoghi sicuri, di percorsi accoglienti e competenze certe per i loro figli. Ci sono scuole, tante scuole, nei paesi dell’interland napoletano, quello che corre lungo la costa e quello che si addentra intorno al Vesuvio o quello che sale verso il Lazio, che collaborano stabilmente su territori devastati dall’illegalità, difficili, martoriati, dove la scuola è l’unico baluardo alla strada e alla dispersione. 

E poiché da noi il tempo pieno non esiste, e quel poco che c’è lo dobbiamo difendere con i denti contro i tagli forsennati della crisi, se non ci fosse un sistema integrato, non si potrebbe “campare”. E Salerno è come Corinto, e certi paesi nostri del beneventano e dell’avellinese ricordano con i loro vigneti le colline senesi e con le loro scuole la buona scuola italiana. Per questo la faccenda del Pacioli non c’entra nulla con la scuola, quella vera. Se ci sono sacche di “malascuola” in preda alla corruzione, ci sono, a fronte, migliaia di esperienze virtuose. Di luoghi di vita per ragazzi e famiglie, luoghi di lavoro serio, di docenti e dirigenti. 

E soprattutto, non tutta la scuola paritaria si può accomunare al malaffare. Una certa dietrologia statalista, però, non perde occasione per farlo e tantissime volte per motivi legati all’ideologia piuttosto che alla realtà. Per il semplice fatto che, anche in Campania, se non esistesse il sistema paritario tanti bambini e ragazzi dovrebbero rinunciare alla scuola (e non si può!) e le famiglie dovrebbero rinunciare a quei benefici di accoglienza e accudimento che altrove, nella stessa Italia, sono pagati da noi tutti. 

Certo la mia è una posizione di parte, chi lo nega, ma qui gli asili nido e tante scuole dell’infanzia e primaria funzionano benissimo con il sistema integrato e non potrebbe essere altrimenti. Nella mia scuola, che ha solo due classi a tempo pieno su 30, se non ci fossero i servizi del privato sociale, i bambini al pomeriggio andrebbero per strada. E tanti studenti non avrebbero mai operato in laboratori attrezzati di scuole tecniche e professionali. Quindi finiamola: via il malaffare ovunque esso sia, prima di tutto nella scuola. Continuiamo a fare sul serio: sradichiamo la malapianta alla radice. La scuola è pubblica. O come si dice da queste parti: “nuje simme serie, appartenimmo ’a morte” (Totò).

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