EDITH STEIN/ La “rivoluzione” del realismo che va portata nelle scuole

Oggi è il giorno in cui si festeggia Santa Teresa Benedetta della Croce, una delle donne più significative del Novecento. Una figura da recuperare, spiega GIANNI MEREGHETTI

09.08.2013 - Gianni Mereghetti
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Carissimi amici del Sussidiario,

Oggi è il giorno in cui si festeggia Santa Teresa Benedetta della Croce, una delle donne più significative del Novecento, vittima della brutalità nazista, ma segno dell’amore di Dio, capace di fare di due popoli uno solo, quello che Lui ha tratto in salvo dal male. Edith Stein, questo il nome e cognome di questa Santa, prima di dedicarsi totalmente a Dio, ebrea convertita al cattolicesimo, è stata tra le personalità di spicco della fenomenologia, allieva di Husserl, anche se nella traccia del suo maestro ha lasciato alla storia del pensiero una prospettiva più avvincente. E spiace che la scuola non se ne ricordi, spiace che mentre inchiostro e inchiostro sia giustamente versato per il padre della fenomenologia non ne sia altrettanto usato per la donna che è stata la più coerente e fedele pensatrice della natura stessa del pensiero fenomenologico.

Val la pena che una scossa venga data alla scuola italiana, perché si dia a Edith Stein il dovuto, che la si ricordi come una delle menti più geniali non solo del Novecento, ma di tutta la storia del pensiero. A che cosa le dobbiamo oggi essere debitori? Perché bisogna introdurla e a forza nei programmi di filosofia che spesso non la citano nemmeno? La ragione è molto semplice, ed è che la fenomenologia deve a Edith Stein la sua ancora di salvezza, che nemmeno Husserl trovò. Come ben si sa, e lo si insegna, Husserl porta la fenomenologia a un esito idealistico, e in questo senso è del tutto presente l’imprinting della modernità, quella concezione secondo la quale da Cartesio in poi la realtà è posta dalla ragione, è prodotto del pensiero.

Eppure la fenomenologia husseliana aveva in sé una possibilità di svolta radicale rispetto alla modernità, perché proprio l’atto intenzionale della coscienza porta a riconoscere che vi è qualcosa con cui la ragione deve fare i conti e che viene prima: la realtà. Ma Hussel non fu fedele a quello che aveva scoperto, cosa invece che fece Edith Stein, la quale colse che dall’affermazione della coscienza era ragionevole giungere alla realtà, all’affermazione della realtà. Per cui la fenomenologia era e doveva essere la filosofia della realtà, in quanto proprio dalla coscienza si deve trarre che può essere solo perché è coscienza di qualche cosa che la precede.

Questa la rivoluzione di Edith Stein, mentre tutto il pensiero vuole autoaffermarsi, riducendo le cose a come le percepiamo, lei ha avvertito che la strada su cui ci porta la coscienza è la realtà. Più stiamo alla coscienza, più dobbiamo ammettere che dipende dalla realtà, che vive e diventa grande per la realtà.

Il vero approdo della fenomenologia, quindi, non è l’idealismo, ma il realismo. Di questo siamo debitori a Edith Stein, di averci riportato alla realtà, e per questo dobbiamo trovarle lo spazio dovuto nei programmi di filosofia della nostra scuola. Tacere di lei è insegnare ai giovani una parzialità, non c’è solo Husserl ad avere fatto grande la fenomenologia, forse l’ha fatta ancor più grande Edith Stein!

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