SCUOLA/ La “rivoluzione” in stile Jobs serve più al ministro o agli studenti?

- Giovanni Cominelli

Il primo giorno di scuola anche quest’anno ha offerto una rassegna di dichiarazioni e buoni propositi. Il ministro Carrozza ha parlato a tutto campo. GIOVANNI COMINELLI

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Il primo giorno di scuola in quasi tutte le Regioni anche quest’anno offre una rassegna di dichiarazioni di politici, opinionisti, assessori, ministri. Particolarmente attiva su questo fronte delle parole il ministro dell’istruzione Maria Chiara Carrozza. Un ministro consapevolmente precario, non per scelta, ma per evidenti ragioni di instabilità del quadro politico, tuttora fondate sulla vicenda Berlusconi.

Pertanto e inevitabilmente il ministro naviga a vista tra le necessità che il sistema di istruzione nazionale ripresenta puntualmente ogni anno alla ripresa, i bisogni che le nuove generazioni gettano sul tavolo della società e della politica, le rivendicazioni di stabilità di un ampio precariato docente, la delusione di molti docenti, che hanno vinto il concorso per entrare in ruolo senza che ci siano i posti, il fallimento di molti concorsi regionali per dirigenti (dalla Sicilia, all’Abruzzo, alla Toscana, alla Lombardia) con conseguente sistematico ricorso alle reggenze (in Lombardia circa la metà delle circa 1500 scuole statali), le difficoltà delle scuole paritarie di stare a galla, nutrendosi dei fichi secchi che solo annualmente lo Stato decide di fornire, i problemi drammatici dell’integrazione di più di 700mila ragazzi extracomunitari, di cui la metà è nata in Italia e parla la nostra lingua. 

Il ministro ha esordito, in stile Steve Jobs, invitando gli studenti ad essere ribelli e a muoversi per cambiare il mondo e il Paese. In effetti, le giovani generazioni sono la forza motrice del cambiamento. Benché il ministro, che ricorda di aver partecipato, in seconda fila, al Movimento della Pantera dell’anno 1989-90, insorto contro uno dei pochi ministri riformisti e competenti dell’epoca, Antonio Ruberti, dichiari che gli studenti a volte hanno ragione, a volte hanno torto. Tocca, in ogni caso, alla politica creare le condizioni perché la loro strada non sia troppo in salita. Ma è qui che la politica stenta ad andare oltre le parole. 

Per quanto riguarda le scuole pubbliche paritarie, il ministro ne riconosce la funzione e il valore, ma è evidente che il meccanismo previsto dalla legge 62 del 2000 non consente di passare al finanziamento automatico, quale quello previsto per le scuole pubbliche statali. Occorrerebbe fare un passo in avanti oltre la legge. Per il momento non se ne vedono le condizioni politiche, visto che i partiti che sostengono il governo sono impegnati fin quasi dalla sua nascita in un reciproco assedio. In realtà sostengono il governo come la corda sostiene l’impiccato, che rischia l’asfissia ad ogni piè sospinto. 

Le risposte finora elaborate dal ministro stanno tutte nel Decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 9 settembre. Una prima parte del Decreto introduce e finanzia misure per il diritto allo studio, per la reintroduzione dell’insegnamento della geografia economica, per progetti didattici nei musei, per l’acquisto dei libri di testo e l’elaborazione di libri digitali, per il prolungamento eventuale dell’orario scolastico al pomeriggio, soprattutto nella scuola primaria, al fine di contenere la dispersione scolastica. Una seconda parte del Decreto prevede un finanziamento per un piano triennale di assunzione di docenti (69mila) e di Ata (16mila). La spesa complessiva è di 400 milioni. 

Non si può non vedere il divario tra la dimensione dei problemi, di cui il ministro si mostra consapevole, e la risposta. Alla fine, ciò che si vede è un ministero del personale, che decreta sotto dettatura dei sindacati, interessati ovviamente alle sole questioni del personale. Anche l’ipotesi di un concorso annuale per rimpiazzare i posti vacanti di dirigente pare riproporre le procedure fallimentari che hanno portato al tormentone dei concorsi, ricorsi e controricorsi. Lo stesso valga per il concorso per docenti, per il quale i 2/3 degli attuali vincitori di concorso non avrà comunque il posto. Il che imporrebbe una revisione radicale dell’intero meccanismo selettivo sia per adeguare domanda e offerta sia, soprattutto, per consentire alle scuole sul territorio, da sole o in rete, di procedere speditamente e autonomamente al riempimento dei posti vacanti. 

Insomma: mentre le dichiarazioni del ministro appaiono lungimiranti, consapevoli delle criticità del sistema, i suoi atti di governo stanno di parecchi passi indietro. Avremmo voluto sentire dal ministro un invito alle scuole a giocarsi audacemente l’autonomia che la legge prevede, attraverso sperimentazioni e innovazioni sul campo. Avremmo soprattutto gradito la manifestazione della consapevolezza che la fuga dalla scuola, la dispersione, la noia non sono importate dall’esterno, ma sono prodotte dall’interno di un sistema chiuso nelle maglie di un’amministrazione centralistica soffocante e incompetente. 

Sarà per l’inconsistenza riformistica del quadro politico e delle forze che lo compongono, sarà per deficit di cultura politica, certo è che il nuovo anno è destinato a galleggiare in acque morte come quelli precedenti. Così anche gli spunti positivi riformistici, che si intravedono nelle dichiarazioni di inizio d’anno del ministro, riguardino essi le scuole paritarie, l’abolizione del bonus della maturità, la questione dei libri di testo, l’aggiornamento della formazione degli insegnanti, il favore per le donazioni private alle scuole e l’incremento della quota di defiscalizzazione delle medesime, che la sinistra ha sempre osteggiato, in nome della difesa del carattere pubblico della scuola, tutto ciò rischia di restare solo una generosa dichiarazione di impotenza. L’autunno si avvicina…

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