SCUOLA/ Se marocchini, albanesi e rumeni “sgombrano” le nostre classi

- Laura D'Incalci

In prima elementare si ritrovano in 7 italiani con 14 compagni stranieri, in gran parte africani. I genitori italiani ritirano i figli. È accaduto a Costa Volpino (Bergamo). LAURA D’INCALCI

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Bambini italiani in minoranza: in prima elementare si sarebbero ritrovati in 7 insieme a 14 compagni provenienti in gran parte dal continente africano, per lo più marocchini, con qualche albanese e rumeno. Il caso accaduto in una scuola del Bergamasco – a Costa Volpino – è riferito al condizionale in quanto i genitori italiani hanno ritirato i propri figli iscrivendoli in altre scuole del circondario, in altre frazioni o altri comuni. No comment. Anche il dirigente dell’istituto comprensivo Umberto Volpi, nonostante la lunga esperienza – 40 anni nella scuola – non ha nulla da dire, prende atto senza una reazione, senza esternare un interrogativo, analisi o proposte. Il nostro non sembra un tempo per battaglie ideali, anche la crisi a volte sembra accentuare una debolezza di pensiero e di aspirazioni che lascia spazio a soluzioni individualistiche che aggirano i problemi nell’illusione di semplificarli.

Ma prima di lanciare giudizi dividendo il mondo in “buoni” e “cattivi”, erigendo muri fra illuminate coscienze propense all’accoglienza e all’integrazione e mentalità malate di mediocrità e razzismo, caliamoci nella realtà. Mi è capitato di entrare in una classe di scuola elementare e la scena era questa: la maestra non poteva comunicare contemporaneamente con tutti i bambini, non tutti infatti comprendevano l’italiano e tanto meno lo parlavano. Animata da gran buona volontà oltre che da straordinario equilibrio psicologico, si destreggiava sfogliando il vocabolario di turco, passando poi a quello di albanese e tentando di parlare a gesti con il bambino cinese inserito a metà dell’anno scolastico. Nel generale trambusto, aveva anche sott’occhio le fragilità dell’alunno che non aveva accettato la separazione dei genitori e lo dimostrava sferrando pugni ai compagni, o di quello chiuso in se stesso abituato a stare interi pomeriggi davanti a uno schermo…

Doveva al contempo affrontare – così aveva riferito dopo il suono della campana – la protesta del padre pronto a lamentare un rallentamento nel programma di suo figlio sistematicamente confrontato con il coetaneo vicino di casa. “Ci avevano promesso un mediatore culturale, qualcuno che facesse da interprete, ma finora non si è visto nessuno… la situazione è ingestibile” era stato il suo sfogo inghiottito insieme al respiro affannato. 

Questo genere di situazioni, questa “emergenza” complessiva e strutturale, palpabile e in molte scuole protratta nel tempo, ha lasciato un segno, approfondito solchi di incomprensione e di rifiuto del diverso, ha in troppi casi acuito la percezione di inadeguatezza e disfunzione alimentando una mentalità di sfiducia e pregiudizio. I genitori vivono un disorientamento non del tutto ingiustificato, si sentono sopraffati dal timore che i loro figli – in contesti particolarmente problematici – possano essere a disagio, non adeguatamente seguiti dal punto di vista educativo e didattico.

Tornando alla prima elementare di Costa Volpino, non conosciamo però alcun particolare, non sappiamo se i piccoli marocchini, albanesi e rumeni siano o meno già radicati in Italia e quindi se i problemi di inserimento siano superabili almeno riguardo alla comprensione della lingua, alla facilità di relazione con i compagni e gli insegnanti. In questo senso impressiona la fuga degli italiani che sembrerebbe del tutto preventiva, pregiudiziale, non commisurata ai reali contorni di una circostanza che avrebbe potuto essere sperimentata, accolta e valutata e che invece è stata censurata da un netto e compatto rifiuto. Senza mettere in conto il messaggio che i bambini in qualche misura avranno recepito avvertendo di essere stati ritirati dalla “loro” scuola e inseriti in un’altra: la decisione lascerà comunque un segno trasmettendo inevitabilmente l’idea che il “diverso” rappresenta solo uno svantaggio o un pericolo, non conviene incontrarlo, è decisamente da evitare.

È stata persa un’occasione, anche solo l’ipotesi, di un incontro interessante, di una sfida che può stimolare l’esperienza dei propri figli, arricchirla del valore di qualcosa che non si conosce, di un impatto che scardina lo schema mentale e intensifica la curiosità, l’apertura al diverso, la comprensione dell’altro. Balza all’occhio l’abissale distanza della scuola, paralizzata nelle sue prassi burocratiche, dalla realtà sociale oggi attraversata da nuove urgenze, sempre più variegata, complessa, multietnica. E viene da chiedersi, pur con tutto il rispetto per le apprensioni di madri e padri probabilmente spaventati dall’impatto con un apparato scolastico inadeguato a gestire il cambiamento: quale educazione efficace ci può essere se si censura la realtà, le sue trasformazioni, i contesti nei quali siamo chiamati a vivere, lavorare, edificare e immaginare il futuro? Un sussulto di realismo potrebbe riaprire domande sbrigativamente censurate, fughe affrettate, inerzie che impediscono alla società intera − genitori, insegnanti, dirigenti, bambini stranieri e italiani − di accorgersi che siamo tutti sullo stesso pianeta, tutti a fare i conti con le istanze di una scuola che deve riprogettare la sua funzione, misurarsi con sfide educative oggi sempre più impellenti. Su questo fronte i genitori possono avere un peso, rimettersi in gioco affrontando con inventiva le contraddizioni e i nodi critici di un’integrazione che nell’incontro fra persone scopre la sua molla più potente e decisiva.

A riprova che non si tratta di pensieri lunari, di fantasiose utopie, basta tornare fra i banchi, nelle aule, e sorprendere spaccati di vita dove la creatività sovverte ogni previsione e risponde alle emergenze più impegnative. Una mamma aveva chiesto l’inserimento del suo bambino con gravissimi handicap in una prima elementare e il dirigente aveva deciso di consultare gli altri genitori prima di prendere una decisione giudicata penalizzante per i bambini “normali”. 

Il consenso fu unanime e non ci furono obiezioni, del tutto convincente fu l’intervento di un papà: “Avere un compagno così sarà un bene per i nostri bambini − aveva detto − capiranno cose importanti che nessun altro potrà loro insegnare”. 

L’esempio non è perfettamente calzante in quanto d’altro genere è la diversità messa a tema, ma sottolinea un aspetto essenziale della dinamica educativa che mai mette fra parentesi il reale con i suoi condizionamenti, ma ne affronta le provocazioni e ne mette a frutto il valore.

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