SCUOLA/ È “figlia” di un congresso del Pci del 1945

Chi avrebbe detto che i lavori del V Congresso del Pci (aperti il 29 dicembre 1945) sarebbero stati decisivi per il futuro di tutta la scuola italiana? Ne parla GIOVANNI COMINELLI

01.01.2014 - Giovanni Cominelli
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Palmiro Togliatti (1893-1964) (Immagine d'archivio)

La pagina di storia della scuola che raccontiamo è poco nota. Del resto, la storia dell’Italia del secondo dopoguerra è poco insegnata e poco studiata, quella della scuola ancor meno. Questa è la biografia di un ossimoro longevo, ma tuttora vivo e vegeto: il gentilianesimo di sinistra. 

È il 29 dicembre del ’45. Alle spalle: la Liberazione il 25 aprile, la resa delle truppe tedesche in Italia il 1° maggio; davanti: gli enormi problemi della ricostruzione economica, istituzionale e morale del Paese, che il fascismo ha gettato nella guerra mondiale e nella guerra civile interna. Tra cinque mesi, il 2 giugno del 1946, si vota nel referendum istituzionale, indetto per scegliere tra Monarchia e Repubblica, e si eleggono i deputati per la Costituente, che deve dare al paese una nuova Costituzione, dopo lo Statuto albertino. 

Il governo Parri si è dimesso da poco, essendo durato dal 21 giugno al 10 dicembre. Ora è De Gasperi al comando, ci rimarrà fino al 1953, attraverso una successione di otto governi. Questo primo governo è anche l’ultimo del Regno d’Italia. De Gasperi è stato nominato da Umberto di Savoia, che è il Luogotenente di Re Vittorio Emanuele III e che diventerà re solo il 9 maggio del 1946, per meno di un mese. Il primo governo De Gasperi durerà fino al 13 luglio 1946, quello successivo sarà nominato da Enrico De Nicola, primo presidente della Repubblica, proclamata il 2 giugno del 1946. Nel governo di unità nazionale ci sono la Dc, il Psi (che in realtà si chiama PsiUP; tornerà a chiamarsi Psi dopo la scissione socialdemocratica del 1947), il Pci, il Pli, il Pd’A (Partito d’Azione) e Dl (i Demolaburisti di Democrazia del lavoro). Vicepresidente del Consiglio è Pietro Nenni, Palmiro Togliatti sta alla Giustizia.

Dunque, è il 29 dicembre del 1945: nell’aula magna dell’Università di Roma, alle 14,30, Pietro Secchia, numero due del Pci e responsabile dell’Organizzazione, apre i lavori del V Congresso del Pci. Il IV Congresso i comunisti lo avevano tenuto in semiclandestinità nel 1931, a Colonia. In mezzo, gli sconvolgimenti internazionali e interni del quindicennio più feroce del secolo. Il Congresso si trova davanti un Paese da ricostruire. La riforma della scuola è considerata, insieme a quella del sistema industriale e dell’agricoltura, il terzo pilastro della ricostruzione dell’Italia. Sulla politica della scuola, protagonista del Congresso è Concetto Marchesi, latinista, rettore dell’Università di Padova, che il 5 dicembre 1943 aveva lanciato agli studenti l’Appello all’insurrezione contro il nazi-fascismo e poi si era dato alla clandestinità. La discussione verte sulla questione del latino. Obbligatorio o no nella scuola media? 

Già dai primi anni dell’unità nazionale si affrontavano due scuole di pensiero: quella dei classicisti e quella dei modernisti, una versione aggiornata dell’antica Quérelle des anciens et des modernes, aperta in Francia dal modernista Charles Perrault nel 1687 contro Boileau. 

In particolare, agli inizi del ‘900, i classicisti avevano ribadito la necessità della conoscenza delle lingue classiche quale fonte di educazione morale e intellettuale e, in particolare, del latino come fondamentale per la preparazione mentale dei ragazzi. Semmai, il problema era quello della mediazione didattica. Giovanni Pascoli, a sua volta grande compositore di versi latini, aveva criticato l’eccesso di studio grammaticale, mentre Lombroso aveva sostenuto che lo studio del latino generava forme di esaurimento nervoso, perché costringeva i ragazzi a studiare qualcosa di estremamente lontano dalla loro vita. 

Dietro stava uno scontro più profondo, che già si era svolto in Germania sul finire dell’800, tra una concezione dell’istruzione riservata agli aspiranti alle professioni liberali, e una aperta alla scienza, alle tecnologie, all’industria, al lavoro. Si trattava di decidere o la contrapposizione o la conciliazione tra formazione umanistica e formazione tecnico-scientifica. In Germania, il peso della grande scuola filologica, di cui leader era Ulrich Wilamowitz-Moellendorf (1848-1931), era stato ridimensionato dall’alleanza tra la grande industria tedesca e il movimento socialdemocratico. Nello scontro tra la cultura della Kultur e la cultura dell’Arbeit (lavoro), aveva vinto quest’ultima. Di qui il grande sviluppo tecnico-scientifico e industriale della Germania degli Hohenzollern, ma anche la reazione post-umanistica di Nietzsche e la critica della scienza e della tecnica di Heidegger. In Italia, invece, contro le buone intenzioni e le ideologie scientiste del positivismo aveva vinto la linea De Sanctis-Spaventa-Croce e Gentile, gli ultimi due ministri dell’istruzione dagli anni ’20 del ‘900. 

Su quella linea genealogica, che aveva conseguenze evidenti per la definizione del curriculum scolastico, si collocò Concetto Marchesi nel suo intervento il 6 gennaio 1946. Lo studio del latino non “serve a nulla”, perciò è necessario. “Non serve né all’economia privata né all’economia pubblica; serve ‘soltanto’ all’esercizio, all’applicazione mentale sulla grammatica di una lingua che si studia con l’occhio soltanto e non con l’occhio e con l’orecchio”. Proprio le difficoltà di studiarlo, lo rendono necessario: “La lingua latina non la parla nessuno, non la si ascolta da nessuno, vive nelle pagine mute della sua grammatica, dei suoi libri di aneddoti, di sentenze, di favole con la immobile certezza delle sue forme”. Sì, il latino è difficile ad apprendersi, “senza dubbio, appunto perché esso impone un continuo controllo allo scolaro il quale non può andare avanti, se ha dimenticato quello che ha prima imparato. Ma la difficoltà, la noia, la fatica sono alla base di ogni sentiero che porta verso l’alto”. Ascoltiamolo più diffusamente:

“Stiamo attenti, compagni; le grandi catastrofi come quella che ha colpito l’Italia e l’Europa, le grandi catastrofi tendono a portare in basso l’umanità; facciamo in modo di non aiutarla questa discesa che oggi sarebbe un precipizio. Oggi c’è chi crede che siamo ad una nuova epoca di cultura; io direi in un nuovo ciclo di civiltà (civiltà è il termine preciso, giusto, che nel suo Rapporto ha adoperato il compagno Togliatti). Il progresso miracoloso della tecnica negli strumenti di lavoro e di produzione ha enormemente abbreviato il limite di trapasso dalla civiltà capitalistica verso la nuova civiltà socialistica; un trapasso che porterà un nuovo ordine giuridico e morale del mondo. Ma civiltà diversa non vuol dire umanità diversa e non vuol dire cultura diversa; la storia non è nuova a questi grandi cicli che hanno tramutato la struttura economica, politica e sociale delle genti senza naturalmente tramutarne la struttura intellettuale e spirituale: da Pitagora siamo passati a Copernico, a Newton, a Galilei, dagli atomisti della Grecia siamo passati alla bomba atomica; dai drammi di Eschilo siamo passati a Shakespeare, la più grande opera della poesia umana; dal romanzo medievale siamo passati ai romanzi moderni di Francia, di Russia, di Germania, di America restando nello stesso corso infinitamente progressivo di indagine scientifica e di creazione artistica. Noi stiamo subendo l’abbaglio della tecnica e l’incanto del motore; c’è chi crede che il mondo sia tutto trasformato e rimutato dalla tecnica, solo perché il motore domina nel meccanismo esteriore della nostra esistenza, perché le distanze sono enormemente abbreviate e quasi scomparse, perché la terra è rimpicciolita ai sensi dei mortali, perché poderose braccia metalliche sono mosse in un crescente vortice di produzione da esili dita, dalle piccole braccia dell’uomo esperto; ma quest’uomo esperto, quest’uomo mortale, questa cosa da nulla, come diceva di Ulisse il ciclope Polifemo, resta il massimo miracolo della terra non solo attraverso le scoperte della meccanica e della fisica, ma anche e più attraverso l’attività e le creazioni dell’intelletto e dello spirito [sottolineatura nostra]. Ho sentito dire che la scuola deve formare l’uomo moderno; io non so che cosa sia quest’uomo moderno. La scuola deve formare l’uomo capace di guardare dentro di sé e attorno a sé; a formare l’uomo moderno provvederanno i tempi in cui egli è nato. Ogni uomo è moderno nell’epoca in cui vive. Passati i limiti della scuola obbligatoria, giunti sulle soglie della scuola specializzata, della scuola professionale, della scuola media superiore, si deve iniziare l’opera salutare di selezione che Quintino Sella, il vecchio statista piemontese, auspicava senza vederne i modi e la possibilità di attuazione, quest’opera di selezione la quale deve consistere nel dirigere e nell’avviare tutte le attitudini e le capacità dei singoli individui verso quelle vie in cui possono più degnamente operare e progredire. Selezionare non vuol dire costituire la folla degli umiliati e dei reietti, vuol dire disperdere la folla degli spostati e per spostati intendo semplicemente coloro ai quali le facoltà naturali indicano altre strade degnissime di opera e di profitti che non siano quelle delle scuole superiori”. 

La linea di Concetto Marchesi fu pienamente appoggiata da Togliatti. La sua consacrazione avveniva dopo un dibattito pubblico, quale era comparso il 6 ottobre 1945 nel n. 2 della Rivista Il Politecnico, fondata da Elio Vittorini a Milano, con sede in Viale Tunisia 29, che uscì dal 29 settembre 1945 al dicembre 1947, con il sottotitolo “rivista di cultura contemporanea”. Il nome della rivista era preso da quella omonima, fondata da Carlo Cattaneo, il primo numero della quale era uscito il 1° gennaio 1839 e che aveva continuato, attraverso qualche vicissitudine, fino al 1869. 

Alla domanda dell’intervistatore “Come potremo far sì che i figli dei nostri operai possano compiere anch’essi gli studi? E i migliori figli dei contadini quando potranno sfuggire al destino dei seminari?”, Marchesi risponde: “il primo provvedimento da prendere sarebbe, a mio parere, quello del prolungamento dell’istruzione obbligatoria e gratuita. Penso che oltre ai cinque anni di istruzione elementare sarebbero necessari altri tre anni complementari: almeno otto anni di studio. Qualsiasi istruzione, media o universitaria, deve essere gratuita. Lo studente deve venir mantenuto a spese dello Stato. Ma un numero limitato di studenti, per ogni specialità, e molte specialità. Penso che per il rinnovamento della società italiana sia basilare ottenere una severa selezione e un’ampia specializzazione. Dopo otto anni di istruzione obbligatoria è evidente che sarà possibile, nella maggior parte dei casi, dare un giudizio definitivo sulle doti degli allievi e sul loro possibile orientamento futuro. Dovranno compiere studi superiori solo coloro che hanno per lo studio una inclinazione naturale: e saranno certamente sufficienti per ora ai bisogni della società”.

(1 − continua)




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