SCUOLA/ Dalla Germania: meglio 1 ora di islam che parlare di “fratellanza”

- Roberto Graziotto

Ha suscitato interesse in Italia l’insegnamento confessionale della religione islamica nelle scuole elementari tedesche (in modo particolare dell’Assia). ROBERTO GRAZIOTTO

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LIPSIA – Dopo un articolo apparso sul New York Times (e ripreso dall’Ansa) anche in Italia si parla dell’insegnamento confessionale della religione islamica nelle scuole elementari tedesche (in modo particolare dell’Assia). 

Nel sito della Deutsche Islam Konferenz (Dik), un forum di dialogo tra i rappresentanti dello Stato tedesco e i musulmani in Germania si legge che questi sono circa 4 milioni, dei quali la metà hanno la cittadinanza tedesca (dati del 2010). I motivi della loro presenza in Germania sono di diversa natura. Il 22 per cento sono migranti che cercano lavoro; un 20 per cento è costituito da profughi che cercano asilo in Germania (in modo particolare dall’Iran e, per quanto riguarda l’Europa, dai Balcani, dopo il conflitto degli anni novanta) e il 15 per cento sono arrivati per motivo di studi (dati del 2009). La maggioranza dei musulmani proviene dalla Turchia. 

Anche da questi pochi dati è evidente che si tratta di una presenza che non può essere ignorata.

Per quanto riguarda il problema specifico dell’insegnamento confessionale della religione islamica nelle elementari, il piano di incominciare nell’Assia questo insegnamento risale alla conferenza plenaria della Dik del 2008, che prevedeva il suo inizio nell’anno scolastico attuale (2013/2014), come di fatto è avvenuto. Ma già a partire dall’anno scolastico 2012/13 esso era stato realizzato in 33 scuole della Nordrhein-Westphalen.

Il fine di questo insegnamento, come anche dell’inserimento della religione islamica nelle università tedesche, viene così riassunto dal collaboratore scientifico Abdelmalik Hibaoui, del centro per teologia islamica nella prestigiosa Università di Tubinga, in cui avevano insegnato, tra altri nomi illustri della cultura europea, Joseph Ratzinger e Hans Küng: si tratta per i musulmani di una possibilità di confrontarsi con la propria teologia, sia a livello scientifico che didattico, per un tentativo di rinnovamento e di integrazione nell’ambito di una società pluralistica.

Ovviamente a seconda della tendenza più conservativa o liberale nel dibattito tedesco questo tentativo è visto con più scetticismo (fino a toni molto critici) o con più apertura. La mia posizione è piuttosto di compromesso: un sì incondizionato al dialogo con l’islam ma una cautela nei tentativi istituzionalizzanti dell’inserimento dell’islam nel sistema scolare tedesco; questo inserimento istituzionale è invece la posizione della grande coalizione (Cdu/Csu e Spd). 

Questo non significa che a livello internazionale, per esempio per quanto riguarda l’inserimento della Turchia nell’Unione europea, la cancelliere Angela Merkel si trovi in una posizione di apertura incondizionata, piuttosto Merkel difende una posizione di cautela, anche contro la volontà di Barack Obama che ne vuole l’integrazione. 

Da Robert Spaemann, il filosofo dell’etica tedesco conosciuto, tradotto e letto anche in Italia, ho imparato, in alcuni dialoghi che abbiamo avuto e che hanno trovato anche una dimensione editoriale (Testimone della verità, Marcianum Press, 2012) un atteggiamento di giudizio differenziato: per esempio a livello teorico e di identità culturale la Turchia non appartiene alla cultura europea (e non solo per la sua posizione di non riconoscimento del genocidio degli armeni), ma non si può negare che una sua integrazione potrebbe essere di vantaggio per molti cristiani che vivono in Turchia.

Ritornando al problema dell’inserimento di un insegnamento di religione confessionale nelle scuole elementari, ne vedo ovviamente l’utilità per una convivenza pacifica e di dialogo di una grande minoranza all’interno della Germania, per l’appunto quella dei musulmani in un paese di identità cristiana, attualmente fortemente secolarizzato, ma mi chiedo se non si potesse tematizzare, in riferimento a questo inserimento, anche una tutela dell’insegnamento della religione cattolica ed evangelica confessionale in Turchia.

Dico questo non perché pensi che tra il mondo islamico e quello cristiano secolarizzato vi sia un abisso, ma per una stima verso la mia propria identità. In un’intervista con Haci-Halil Uslucan, psicologo, che insegna studi moderni turchi e ricerca integrativa nell’Università di Duisburg-Essen si comprende forse un aspetto che ad un lettore europeo di giornali non è molto chiaro: a livello di metodi educativi famiglie musulmane e non musulmane in Germania non si distinguono come due mondi differenti (intervista di Thilo Guschas del 5 settembre 2008, nel sito della Dik). Le prime insistono di più sul valore della disciplina e dell’obbedienza, perché pensano ad un livello più collettivo e di impressione che la propria persona fa su questo livello collettivo, mentre le altre più ad un livello individualistico; ma per entrambe è vero che i giovani non agiscono in forza di un modello educativo o di un’appartenenza religiosa, ma in forza di una certa paura di essere esclusi dalla società in cui vivono. 

Questa è certamente una sfida culturale ed educativa comune (come trasformare questa paura in una speranza) e in questo senso un dialogo tra le culture è certamente più utile che un atteggiamento ideologico negativo rispetto al dialogo: non toglie però il fatto che senza una propria identità non è possibile dialogare con nessuno. Il rischio è quello di un assorbimento in un “globalismo” (che è la forma dominante di società nel mondo) che, come dice papa Francesco, non genera “fratellanza”, ma “indifferenza”.

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