SCUOLA/ Istituti del Sud e banda larga? “Allarghiamo” la ragione…

- Cinzia Billa

È del 22 ottobre un articolo su Repubblica stando al quale al Sud solo 40 scuole superiori (su 260) hanno detto sì alla banda larga concessa gratis da un consorzio di ricerca. CINZIA BILLA

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È del 22 ottobre scorso un articolo di Riccardo Luna su Repubblica, che sembra dare una notizia ”sensazionale”: al Sud, nelle regioni cosiddette “obiettivo convergenza” — Sicilia, Campania, Puglia e Calabria —, solo 40 aderiscono alla rete in fibra messa gratuitamente a disposizione dal Consorzio Garr, infrastruttura di rete a banda ultralarga dell’istruzione e della ricerca. Un’iniziativa del valore di 6 milioni a cui però hanno deciso di aderire solo 40 istituti secondari superiori su un totale di 260. Le risorse sono state reperite dai 46,5 milioni del progetto Garr-X nato per ammodernare le reti in fibra ottica del Sud. A carico degli istituti scolastici rimane solo un canone di manutenzione, del costo di 3mila euro per cinque anni. Enzo Valente, fisico e responsabile dell’iniziativa tuona contro i dirigenti dicendo che molte scuole non hanno risposto, altre hanno motivato in tre modi diversi il “gran rifiuto”: chi non vuole la rete, chi non ha i 3mila euro e chi ha un ADSL che “basta” alle esigenze della scuola.

L’articolo definisce questa vicenda “emblematica dello stato pietoso del digitale in Italia”, insomma tutto chiaro: nel Sud d’Italia i presidi snobbano un’opportunità evidentemente d’oro.

Eppure, da insegnante meridionale che insegna lingua straniera e anela una connessione più veloce alla rete Internet per scopi didattici, non posso non pormi una domanda: ma siamo certi che la storia, come direbbe Sciascia, sia così “semplice”? Cioè basta scandalizzarci davanti a un fatto del genere, senza avvertire l’esigenza di porsi delle domande e archiviare tutto con disprezzo e dileggio? Mi permetto di dire che, raccontata così, è una storia tanto emblematica quanto eccessivamente semplice. Direi semplicistica.

Ad esempio, quali sono i reali termini del contratto di adesione e del pagamento del canone? Su quale bilancio della scuola dovrebbero gravare? Che hanno detto i consigli d’istituto, presieduti da un rappresentante dei genitori? Se si tratta di un progetto finanziato e i finanziamenti finissero? Insomma, non sono una dirigente né un’esperta, ma so che le scuole dell’autonomia, e dunque i loro dirigenti, devono stare molto attenti a come spendere 3mila euro, visto che, per quanto viene pagato il lavoro a scuola — non certo al Garr — 3mila euro significano tante cose.

Ci sono scuole che non hanno un laboratorio o, se lo hanno, i computer sono pochi e non hanno bisogno di banda larga. Per non parlare dei problemi della sicurezza, degli straordinari al personale Ata per fare corsi o semplicemente i consigli di classe e, come ricordava Luna in coda all’articolo, non hanno neanche la carta igienica.

Non c’è dubbio che la burocrazia possa essere un ostacolo alla realizzazione di iniziative lodevoli. Tuttavia chi fa ricerca dovrebbe essere abituato a porsi delle domande davanti ai problemi. E calarsi in una realtà complessa, carica di bisogni cui i dirigenti ogni giorno fanno fronte nonostante e attraverso la burocrazia cui sono comunque costretti, non avendola inventata loro. Non dimentichiamo che in Italia la burocrazia è quel male per cui gli enti pubblici non pagano le aziende per servizi fruiti e le aziende chiudono…

Insomma, davanti alla realtà della scuola sarebbe davvero ora di usare innanzitutto una ragione larga, disposta a fare i conti con la realtà. Ed è una realtà complessa, ogni giorno di più. Non aiuta affatto chi parla per emblemi, perché le immagini colpiscono l’attenzione di un lettore, ma non servono alla scuola così bistrattata e maltrattata. Ma l’ambiente universitario, e mi concedo ora io un emblema, non è forse nuovo a questo sguardo di poca stima e scarsa attenzione alla scuola.

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