SCUOLA/ Renzi, troppi buoni propositi smentiti dai fatti (e dal centralismo)

- int. Tino Giardina

A pochi giorni dal termine della consultazione pubblica lanciata dal governo su “La Buona Scuola”, Diesse ha reso pubblica la sua valutazione. Ne parla il presidente TINO GIARDINA

renzi_attenzione_problemiR439
Matteo Renzi (nfophoto)

A pochi giorni dal termine della consultazione pubblica lanciata dal governo, Diesse — associazione di insegnanti legata alla Compagnia delle Opere — ha pubblicato sul suo sito una lunga e articolata analisi de La Buona Scuola, il testo in cui il governo formula le sue proposte per una scuola che serva al rilancio del Paese. Ne abbiamo parlato con il suo presidente, Tino Giardina.

Che giudizio vi siete fatti nell’insieme di questo documento?
Il documento del governo è certamente apprezzabile per avere tentato di mettere la scuola al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. Occorre però anche chiedersi “perché” si vorrebbe una scuola che funzioni meglio, consapevoli dello scopo per cui si fanno le cose che si propongono. Una buona scuola, aperta, ricca di strumenti e didatticamente più moderna, dovrebbe realizzare l’incontro più libero e consapevole tra esseri umani, appassionati a sé e alla realtà, che trasmettono delle conoscenze e delle competenze attraverso il loro stesso essere. Da qui siamo partiti per commentare il testo governativo.

Qual è a vostro avviso la questione decisiva?
Il testo esordisce definendo il precariato come la grande emergenza. Il precariato è un problema, accanto alle questioni economiche, reale e serio, ma non è certo il primo. La questione decisiva è l’emergenza educativa. Sciogliere il nodo del precariato e delle modalità di assunzione può anche essere un modo per aggredire la questione, ma un attimo dopo bisogna mettere a tema la domanda: cosa fa veramente buona la scuola? Serve una “buona politica” che riparta da una idea di Stato realmente sussidiario, in grado di considerare l’intero sistema nazionale di istruzione abbattendo vecchi steccati ideologici, capace di valorizzare i fatti educativi in atto, di scommettere su una reale, integrale e anche valutata autonomia scolastica, di incentivare la professionalità dei docenti e delle loro libere aggregazioni.

Autonomia, professionalità dei docenti, loro libere aggregazioni: che cosa c’è dentro?
Il modello di scuola che più riteniamo adatto allo scopo fondamentale dell’istruzione non può prescindere dall’attuarsi di una reale autonomia scolastica; ogni istituto va reso veramente autonomo nella gestione del personale, nella gestione dei fondi, nella proposta educativa. Su questo tema il documento risente di un approccio ancora viziato da un centralismo anacronistico. Infatti, la logica dell’autonomia delle scuole rimane ancora solo quella di un’autonomia funzionale, mentre una trasformazione in chiave davvero sussidiaria del sistema scuola è ancora lontana.

Quanto agli insegnanti?
I docenti non sono impiegati, il cui ruolo è definito dalla somma delle attività che competono loro; ma professionisti, cioè soggetti che usano in modo autonomo e responsabile le competenze che hanno per raggiungere uno scopo e lo verificano continuamente. Per questo la formazione in servizio deve entrare a fare parte stabilmente del profilo professionale del docente. Una formazione che si rispetti, tuttavia, oltre che approfondimento di conoscenze e competenze, è anche ripresa di motivazioni all’insegnamento. 

In questo senso, occorre valorizzare le iniziative autonome nate in forma sussidiaria tra reti di scuole, università e mondo dell’associazionismo professionale. Invece il documento, dopo aver affermato a parole il valore delle associazioni professionali, le strozza annunciando l’eliminazione, per ragioni di risparmio, dei docenti che attualmente mette a loro disposizione, mettendole nei fatti in gravissima difficoltà. Proprio per questo le associazioni professionali hanno lanciato un appello al ministro perché rinunci a una scelta autolesionistica.

Il testo del governo parla però di carriera dei docenti legata al merito, un tema su cui vi siete sempre battuti.
Sì, la valutazione del lavoro degli insegnanti è fondamentale per una “buona scuola”. Tuttavia, se non vogliamo che diventi solo un’operazione burocratico-amministrativa, occorre identificarne senza equivoci il significato, le modalità di attuazione, le risorse da mettere sul tavolo.

Quindi?
Innanzi tutto, una valutazione della professionalità docente reale e non formale dev’essere affidata all’autonomia delle scuole; altrimenti il rischio è che per avere uniformità di valutazione a livello nazionale, si trascuri il fatto che il lavoro viene svolto in contesti assai differenti, che richiedono impegno professionale e attenzione molto diversi. In secondo luogo, bisogna definire con cautela e coerenza il complesso dei criteri di valutazione. Il testo parla di crediti didattici, formativi e professionali. Gli ultimi due si riferiscono ai corsi di formazione frequentati e alle attività svolte a supporto dell’organizzazione della scuola o in progetti specifici: attribuire crediti in questi due settori è facile, quantificabile, ma non è assolutamente rappresentativo del lavoro del docente. Molto più complesso è valutare il lavoro in classe, ma questa è la vera sfida per una reale considerazione degli insegnanti come professionisti dell’educazione. Inoltre anche qui c’è un problema di risorse.

Ovvero?
Ovvero, il meccanismo dei gradoni per merito e la soppressione degli scatti per anzianità maschera un taglio effettivo degli stipendi per la maggior parte dei docenti. Il problema generale è che, nonostante apprezzabili intenzioni, il disegno di legge di stabilità per il 2015 anticipa di fatto le scelte del governo smentendo alcuni buoni propositi presenti nel documento. Si stanziano fondi? Sì, l’art. 3 della legge di stabilità destina 1 miliardo di euro per il 2015 e 3 miliardi a partire dal 2016. Solo che, facendo due conti, l’ammontare previsto nel 2015 non sarà sufficiente neanche per i docenti da assumere. E i tagli? Molti, e anche in contraddizione con il testo del governo; il dettaglio sarebbe lungo, chi è curioso può leggersi il nostro documento. In sintesi, non ci troviamo di fronte a un investimento da parte dello Stato, quanto piuttosto a un autofinanziamento imposto forzatamente al comparto stesso.

Il documento governativo prevede anche l’introduzione di nuove materie e un rapporto più stretto con il mondo del lavoro.

Anche qui, quel che manca è l’autonomia. Nuove materie? Anche, ma non decise dal centro, uguali per tutti. Roma deve indicare un core curriculum, un nucleo di conoscenze e competenze minimo uguale per tutti, poi tocca alle scuole capire come, nelle specifiche circostanze, quest’offerta di base può essere arricchita. L’alternanza scuola-lavoro? L’abbiamo sempre sostenuta. Ma il testo del governo non cambia la concezione strumentale della metodologia: il mondo del lavoro è interpellato per la sua possibilità di “far fare esperienza”, o al più per fornire “orientamento”, non per la valenza educativa intrinseca nella cultura del lavoro. Chiedo scusa, ma devo ripetermi: per avviare e moltiplicare i percorsi in alternanza occorrono risorse — per avere personale qualificato, per retribuire un’attività impegnativa — e autonomia.

Se dovesse sintetizzare il vostro giudizio?
Nel documento ci sono alcuni buoni propositi senz’altro condivisibili, come la volontà di risolvere il problema del precariato, di valorizzare il merito dei docenti e di aprire la scuola al territorio e al mondo del lavoro. Ma si accompagnano ad alcune scelte di fondo destinate quasi certamente a vanificarli, quali il rinascente centralismo, la mancanza di autonomia e le scelte finanziarie. Se davvero il governo considera la questione educativa la chiave dello sviluppo — come Renzi ebbe a dire fin dal suo primo discorso da premier al Senato — è bene che valuti con attenzione le proposte emerse in questi mesi e rilanci un reale e serio dibattito su questi temi con chi la scuola la vive realmente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori