SCUOLA/ Un prof: per farla “nuova”, manca la parità (reale)

- Luca Tizzano

Giunge a conclusione il dibattito su “La buona Scuola” targata Renzi. Un docente esorta il governo a fare una reale parità scolastica: sarebbe questa la vera riforma. LUCA TIZZANO

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Il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini (Infophoto)

Caro direttore,
è giunto a conclusione il dibattito su La buona Scuola targata Renzi, frutto del documento pubblicato dal governo il 3 settembre scorso e in consultazione nel Paese fino a ieri. Mi è sembrata proprio questa la prima novità: si è tornati a parlare di scuola nella società civile e sono tornati innanzitutto a discuterne tutti i protagonisti, docenti, genitori, studenti, imprenditori, politici, cittadini… insieme e in modo costruttivo.

Ho deciso di scriverle perché vorrei inserirmi nel dibattito in corso sul suo giornale ripercorrendo i passaggi a mio avviso più significativi di questo documento e annotando alcune osservazioni e spunti di riflessione.

Innanzitutto la premessa: mi sembra particolarmente significativo che nella prima pagina si parli dell’istruzione come dell’«unica soluzione strutturale alla disoccupazione» e di «tornare a vivere l’istruzione e la formazione non come un capitolo di spesa della Pubblica Amministrazione, ma come un investimento di tutto il Paese su se stesso. Come la leva più efficace per tornare a crescere».

È vero, siamo tutti ormai abituati e un po’ scettici di fronte ai roboanti e non sempre realizzati annunci renziani, soprattutto in un momento storico, almeno in Italia, in cui la fiducia nella politica è ai minimi termini; considero tuttavia significativo che finalmente anche nel nostro Paese ci si renda conto che il punto essenziale da cui ripartire in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo sia l’educazione delle nuove generazioni. E che questo passa anche attraverso una politica di investimenti reali e a lungo termine. Si tratta di un piccolo seme che fruttifica nel tempo, ma che è importante seminare per garantirsi il presente e il futuro. Certo, non si può dire che a tema nel documento sia l’educazione in quanto tale, piuttosto lo sono i meccanismi che permettono il funzionamento della macchina scolastica; ma è un primo passo verso quel cambio di mentalità auspicato a più riprese anche dal presidente Napolitano, ma quasi mai fattivamente perseguito.

1) Il primo aspetto sorprendente, che corrisponde al capitolo iniziale, riguarda le circa 150mila immissioni in ruolo annunciate per il prossimo settembre. La vera rivoluzione non riguarda solo l’abolizione del precariato quanto l’inizio di una vera e propria nuova era per la scuola statale, con una presenza di personale (definito organico funzionale o dell’autonomia) di gran lunga superiore al fabbisogno apparente e che dovrebbe permettere progettualità e investimenti completamente nuovi. Questo se le scuole, e i dirigenti scolastici, saranno in grado di utilizzare al meglio le risorse umane loro affidate. Saremo pronti? Si risolverà tutto nel gattopardesco immobilismo italiano? Staremo a vedere, ma oggi si può già dire che si tratta di una decisione positiva, spinta certamente dall’incombente sentenza della Corte di Giustizia europea del prossimo 26 novembre, ma che comunque nessun governo fino ad oggi aveva prospettato.

Finalmente si concluderà la sciagurata e fallimentare esperienza delle graduatorie (la scuola non può essere ridotta al supermarket della supplenza) e si ridarà ai giovani (e non) abilitati la possibilità di partecipare a un concorso per insegnare nella scuola statale con un numero di posti a disposizione congruo alle aspettative.

2) Abilitazione nuovi docenti. Nel documento si parla di un biennio magistrale abilitante seguito da un semestre di tirocinio nelle scuole. Dobbiamo innanzitutto riconoscere che chiunque legiferi su questo tema parte avvantaggiato: difficile fare peggio del Tfa/Pas in corso, un mix di incompetenza, approssimazione e superficialità disarmanti.

Ma mi domando: perché mantenere il numero chiuso in entrata? Non è in uscita dal percorso abilitante che è opportuno valutare la bontà di un futuro insegnante? A maggior ragione se l’abilitazione non garantisce il posto di lavoro, ma solo la possibilità di insegnare nelle scuole paritarie e di partecipare, se si vuole, ad un concorso per quelle statali.

Perché selezionare i partecipanti in ingresso, con test alquanto discutibili, subito dopo che hanno conseguito la laurea triennale (e quindi dovrebbero essere disciplinarmente preparati)?

Forse occorrerebbe più coraggio, permettendo a tutti di partecipare, a costi più contenuti, al percorso abilitante e fermando realmente coloro che durante, o al termine, del tirocinio non si siano dimostrati idonei a svolgere questa complessa professione…

3) Il capitolo sulla nuova carriera dei docenti, basata su tre tipi di crediti (formativi, didattici, professionali), pone la scuola di fronte ad una novità assoluta: finalmente si prova a premiare il merito e non più l’anzianità di servizio.

Come sempre quando si mettono dei paletti e si prova a definire un format, tuttavia, molti sono gli aggiustamenti da realizzare, i possibili miglioramenti o i punti deboli… Ma è importante iniziare, altrimenti nulla potrà mai cambiare. A tal proposito optare per l’azzeramento del meccanismo dei crediti alla fine di ogni triennio mi sembra una necessità, in quanto permetterebbe ad ogni docente di partecipare nuovamente “ad armi pari” con gli altri colleghi all’assegnazione del bonus successivo. Sono convinto che un meccanismo di premialità non possa che giovare al sistema e al lavoro del singolo insegnante, che potrà finalmente vedere riconosciuto, quando accade, quell’impegno spesso sommerso, e su più livelli, che caratterizza la sua professione.

4) Veniamo al capitolo, il terzo, a mio avviso più significativo: la valutazione degli istituti scolastici. Ogni scuola pubblica (statale e paritaria) dovrà elaborare un rapporto di autovalutazione, sulla base di un formatdefinito dal ministero, e un piano di miglioramento triennale. Tali relazioni saranno pubblicati sul sito La Scuola in Chiaro e messi a disposizione dell’utenza. 

Si tratta di una pratica che, a regime, taglierebbe ab origine la polemica che è infuriata sui commissari interni/esterni all’esame di Stato: tutti sanno che i voti in uscita in istituzioni scolastiche differenti, e in città o regioni diverse, sono incommensurabili. E già il mercato del lavoro e le università si muovono in questa direzione, facendosi beffe del voto finale e organizzando test e selezioni ancor prima che il percorso di istruzione superiore sia terminato. Che sia giunto, forse, il momento di abolire il valore legale del titolo di studio?

Ritornando comunque al capitolo terzo, mi sembra un punto qualificante per le istituzioni scolastiche poter autovalutare (almeno per ora) il proprio lavoro e mostrare a tutti i risultati raggiunti. Soprattutto se si legge tale capitolo in relazione con il punto 1 di pagina 119 (capitolo sei), quando gli estensori del documento La buona scuola affermano che «partendo da una porzione limitata, dobbiamo progressivamente vincolare gli investimenti all’effettivo miglioramento dei singoli istituti e al merito di chi lavora per produrlo».

Forse è finalmente arrivato il tempo di una vera libertà di educazione anche in Italia. Forse è finalmente giunta l’ora per lo Stato italiano di riconoscere il valore pubblico dell’istruzione (statale e paritaria) e di decidere di finanziarne il tentativo a seconda del miglioramento dell’offerta formativa raggiunto. Forse si può finalmente smettere di destinare le briciole della legge di stabilità al «finanziamento alle scuole non statali» (come riporta il ddl stabilità 2015) e iniziare a discutere di finanziamento alla scuola pubblica tout court.

Se così fosse (e me lo auguro vivamente, anche se le speranze sono ridotte al lumicino) sarebbe la più grande rivoluzione educativa che un governo in Italia avrebbe mai compiuto. Più della fine del precariato o della nuova carriera dei docenti. Più della riforma dei cicli o dell’esame di Stato. Si tratterebbe di riconoscere in modo definitivo e reale la libertà delle famiglie di educare, e far educare, i propri figli a parità di condizioni, anche economiche, secondo quel principio di sussidiarietà sancito dalla Costituzione e sempre disatteso. Mi auguro che il governo Renzi tenga fede a quanto scritto nel documento La buona scuola, non limitandosi alle sole assunzioni dei precari, pur importanti e auspicabili. È in gioco l’educazione dei nostri ragazzi e il futuro del nostro Paese.

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