SCUOLA/ Il core curriculum e lo scherzo dell’autonomia

- Sergio Bianchini

Su questa testata Tino Giardina (Diesse) chiede che il governo determini il core curriculum. Richiesta ottima e fondamentale. Ma esso c’è già. Perché non viene attuato? SERGIO BIANCHINI

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Nell’intervista del 12 novembre su questa testata il presidente di Diesse, Tino Giardina, chiede che il governo determini il core curriculum. Richiesta ottima e fondamentale.

Però in Italia il core curriculum, ignorato da tutti, esiste già. Ignorato perché oscurato dallo stato stesso che 15 anni fa, sull’onda del trionfante discorso federalista ed autonomista, lo elaborò.

Ecco le norme di legge relative. Ministro Berlinguer, primo governo D’Alema. Decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275: Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, ai sensi dell’art. 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59. Art. 12, Sperimentazione dell’autonomia. Comma 2. Le istituzioni scolastiche possono realizzare compensazioni fra le discipline e le attività previste dagli attuali programmi. Il decremento orario di ciascuna disciplina e attività è possibile entro il quindici per cento del relativo monte orario annuale.

Il ministro De Mauro (secondo governo Amato) confermò il discorso. Decreto Ministeriale 26 giugno 2000, n. 234. Art. 3, Quota nazionale e quota riservata alle istituzioni scolastiche. Commi: 1. La quota oraria nazionale obbligatoria dei curricoli di cui all’articolo 1 è pari all’85% del monte ore annuale delle singole discipline di insegnamento comprese negli attuali ordinamenti e nelle relative sperimentazioni. 2. La quota oraria obbligatoria dei predetti curricoli riservata alle singole istituzioni scolastiche è costituita dal restante 15% del monte ore annuale; tale quota potrà essere utilizzata o per confermare l’attuale assetto ordinamentale o per realizzare compensazioni tra le discipline e attività di insegnamento previste dagli attuali programmi o per introdurre nuove discipline, utilizzando i docenti in servizio nell’istituto, anche in attuazione dell’organico funzionale di cui alla normativa citata in premessa, ove esistente in forma strutturale o sperimentale.

Nel 2005 il ministro Moratti (secondo governo Berlusconi) portò la quota di istituto al 20%. D.M. 28 dicembre 2005. Art. 1, commi: 1. La quota oraria nazionale obbligatoria, riservata alla realizzazione del nucleo fondamentale dei piani di studio, omogeneo su base nazionale, è pari all’80% del monte ore annuale delle singole attività e discipline obbligatorie per tutti gli studenti. 2. La quota oraria riservata alle singole istituzioni scolastiche, e da esse determinata nell’ambito degli indirizzi definiti dalle Regioni, sulla base dell’esercizio della loro potestà legislativa, ai sensi dell’articolo 27, comma 1, lettera c) del decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226, è costituita dal restante 20% del monte ore annuale obbligatorio di cui al comma 1, etc.

Successivamente il 20% fu confermato dal ministro Fioroni.

Circa la dimensione totale del curricolo obbligatorio, il ministro Gelmini in carica dall’8 maggio 2008 (governo Berlusconi 4) agì in modo ondivago. Nella scuola elementare introdusse teoricamente anche un orario settimanale di 24 ore accanto alle 27, alle 30, ed alle 30+10 del tempo pieno, ma ne impose la fruizione per classe e non individualmente, vanificando pertanto la realizzazione dei desiderata di moltissime famiglie dato che le diverse opzioni raramente sono in numero multiplo del numero di alunni previsto per una classe. Inoltre venne di fatto annullata anche la possibilità del cambiamento annuale dell’opzione.

Nella scuola media l’orario minimo è stato riportato a 30 ore settimanali aumentando di 3 ore l’orario precedente. Di fatto l’orario settimanale del curricolo obbligatorio sembra attestarsi intorno alle 30 ore settimanali. Evidentemente è questo il livello considerato ragionevole dall’apparato “stipendialista” incurante dell’alunno, dei processi reali di apprendimento odierni e della realtà europea nella quale la media è di circa il 30 per cento inferiore.

La quota, almeno del 20%, del curricolo assegnata all’istituto è comunque confermata e nei nuovi istituti professionali aumentata, relativamente alle ore di indirizzo, fino al 25% nel biennio, al 35% nel terzo e quarto anno, al 40% nel quinto.

Ma se la flessibilità temporale è prevista, perché viene utilizzata pochissimo?

In primo luogo è pochissimo conosciuta e nominata. Verrebbe da dire che in realtà si è assistito ad un continuo irrigidimento del sistema scolastico nazionale e ad una costante progressiva uniformizzazione. In quelle direzioni la spinta è costante, perfino relativamente alle strutture ministeriali periferiche. I distretti scolastici ed anche i vecchi provveditorati provinciali hanno cessato di funzionare come retrovie prossime alle scuole. Oggi un preside o un amministratore che vuole chiarimenti o confronti non sa più dove andare, e se insiste si sente dire (furbescamente) che le scuole hanno l’autonomia e devono solo applicare le leggi. 

La flessibilità temporale non viene supportata e nemmeno menzionata dall’apparato burocratico, compresa la maggioranza dei presidi sempre più oberati da adempimenti di natura amministrativa e non più in grado di seguire efficacemente un’organizzazione didattica dinamica. Di fatto il “management” statale ha fondamentalmente e costantemente a cuore la cosa più amata appunto dai burocrati: l’uniformità, con i suoi automatismi e le sue imperterrite catene logico-deduttive. C’è da dire che l’apparato ministeriale è così mostruosamente grande e integrato, con norme e disposizioni che agiscono su più di un milione di dipendenti sempre pronti a fare ricorso con l’appoggio del sindacato e della magistratura, che nessuno ha più la forza, sia a livello centrale che (purtroppo) anche periferico, per cambiare qualche cosa.

Nelle scuole non statali direi che la norma è assolutamente ignorata, ma se fosse conosciuta sarebbe utilissima. Ne ho avuto la conferma quando un amico che opera nella scuola ne ha suggerito l’applicazione in un liceo delle Marcelline, le quali ne hanno entusiasticamente fatto uso. Infatti il 20% di 30 ore significa 6 ore settimanali, che sono pienamente sufficienti per dare una caratteristica specifica alla scuola stessa. Mi sembra che nella scuola suddetta le 6 ore siano state dedicate alla danza.

Nella scuola statale invece è molto più difficile usare la norma per caratterizzare la scuola, perché il personale è assegnato secondo le competenze disciplinari standard e quindi la riduzione curricolare prevede una ricaduta di tempo docenza attuata dagli stessi insegnanti disciplinari. 

La procedura potrebbe essere utilizzata ugualmente per il recupero, ma siccome nessuno la sponsorizza, continua la piatta routine. 

Il che conferma che anche l’autonomia, nelle scuole statali, deve essere promossa… dal centro. Non esiste infatti un contrasto tra autonomia delle scuole statali e centralismo statale. Caso mai il contrasto esiste (vanamente) tra centralismo statale e scuole paritarie. Per l’autonomia delle paritarie il problema vero è quello dei finanziamenti, invece per l’autonomia delle statali il problema è quello della scelta dei docenti e dei presidi e dei margini tra curricolo nazionale e opzionalità locale. Quando si parla di autonomia, di conseguenza, bisogna sempre precisare in quale delle due dimensioni ci si colloca.

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