SCUOLA/ Perché numeri e classifiche premiano il metodo di don Giussani?

- int. Luca Montecchi

Eduscopio.it, il portale realizzato dalla Fondazione Agnelli, assegna a due scuole paritarie, il Liceo don Gnocchi (MB) e l’Istituto Sacro Cuore (MI), punteggi molto alti. LUCA MONTECCHI

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Tracce tema di Maturità 2016 (Infophoto)

Si chiama Eduscopio.it ed è l’ultima novità sfornata dalla Fondazione Agnelli. Un portale interattivo che in pochi clic offre alle famiglie e ai tredicenni la possibilità di sapere quali tra licei e istituti tecnici, nel raggio di 30 chilometri da casa, preparano meglio all’università. L’idea è semplice: il numero di esami superati, i voti e i crediti che un studente ottiene al primo anno di università “dimostrano” la qualità della scuola superiore da cui proviene. In questo modo gli ex allievi di due scuole paritarie, l’Istituto don Carlo Gnocchi di Carate Brianza e l’Istituto Sacro Cuore di Milano, hanno proiettato le loro scuole di provenienza nella parte alta, altissima della classifica, non solo a livello locale ma anche nazionale. Per saperne di più ne abbiamo parlato con Luca Montecchi, islamista e antichista, dal 1990 fino all’estate 2014 preside del liceo scientifico “Sacro Cuore” e da settembre scorso rettore del “don Gnocchi”.

Due scuole che lei ha diretto sono in vetta alla classifica in Lombardia e si avvicinano al punteggio massimo. Ne sarà orgoglioso.
Anche due anni fa, nella precedente ricerca della Fondazione Agnelli sui neodiplomati al loro primo anno di università, il liceo scientifico del “Sacro Cuore” era in alta classifica, mentre il Liceo don Gnocchi non lo era. Oggi lo è. Se c’è un merito, non è mio, ma dei docenti e di chi mi ha preceduto alla direzione dell’Istituto, cioè Franco Viganò.

Che ne pensa, nel complesso?
È una buona ricerca, i cui criteri non sono chiarissimi in ogni punto. Per esempio, vi si trova applicato un criterio discriminatorio tra le facoltà non meglio precisato. Si potrebbe poi ravvisare una discriminazione tra gli studi di area umanistica e quelli di area tecnico-scientifica, come a dire: a parità di voto, vale di più quello preso al Politecnico di Milano di quello preso a Lettere dell’Università Statale.

Come fa a dirlo?
Sulla base delle normalizzazioni che lì sono dichiarate, ma non spiegate. A pagina 12 del documento tecnico, si calcolano dei fattori — lo dico semplificando — per rendere tendenzialmente uniformi e comparabili i voti degli esami ottenuti in facoltà diverse. Poi però non si danno precisazioni e, quindi, non si sa in che misura incida il valore presunto delle singole facoltà sulla normalizzazione ottenuta. Mi limito comunque a osservare che il 40% degli studenti del don Gnocchi opta per facoltà umanistiche anche importanti. Questo vuol dire che, se la FGA ha attuato correzioni in senso normalizzante, lo ha fatto a danno di chi ha scelto queste facoltà, e dunque il risultato complessivo della scuola è ancor più significativo. 

Fondazione Sacro Cuore e Liceo don Gnocchi si ispirano a Cl. È un caso che siano in vetta?
Direi questo: siamo di fronte a un dato che vede premiate due scuole nate da una comune esperienza, quella che si rifà al Rischio educativo di Luigi Giussani (prima edizione: 1977, ndr). Educazione e cultura, nella forma che assumono secondo l’ispirazione di don Giussani, il grande educatore lombardo di Desio, hanno creato un metodo che informa il quotidiano lavoro di queste scuole.

Ci aiuti a capire. Eduscopio intende rispondere a una domanda di informazione (sapere quali sono le scuole migliori) dando una risposta semplice, che consta di alcune percentuali e una classifica. Perché due scuole di Cl sono così in alto?

Perché usano un metodo che combina la qualità dell’istruzione, la qualità dell’ambiente educativo scolastico e un certo modo d’introdurre i giovani alla conoscenza. Nell’affrontare le discipline di studio si privilegia il momento interrogativo dello studente su altre metodiche quali la restituzione, da parte degli studenti, più o meno ripetuta dei contenuti impartiti, il problem solving o la proceduralità nello studio linguistico e matematico-scientifico. In altri termini, insegniamo a interrogare la realtà. Per questo è molto difficile per un istituto statistico rappresentare e quantificare il nostro “valore aggiunto”.

Quindi anche riprodurlo. 
Noi ne diamo conto. Ma funziona: basta venire a vedere.

Non basterebbe mettere insieme i docenti migliori nel loro campo?
Sì e no. Non è come acquistare Cristiano Ronaldo, che, dove lo metti, realizza; e anche questo è vero fino a un certo punto, perché in nazionale non ha vinto granché. Direi che i docenti devono essere persone con due caratteristiche principali: la qualità della preparazione, che do per acquisita e che come scuola si fa di tutto per incrementare e indirizzare, oltre che verificare.

E l’altro requisito?
La volontà di comunicare ciò che amano. Pare ovvio, ma è molto raro: comunicare ciò che si ama, ciò che ha e dà senso alla vita, questo è normalmente escluso dai discorsi che si fanno nelle scuole e nei corsi di pedagogia. 

Lei ha detto che insegnate a porre domande. La scuola non dovrebbe anche fornire risposte?
Certamente. Intendo dire però che a me interessa, più ancora delle risposte che gli studenti potrebbero dare, la loro posizione di domanda di fronte alle cose. M’interessa che emerga la loro umanità, il loro interesse, che si formi e sviluppi la loro intelligenza critica. È tale qualità, un tale modo di accostarsi al sapere, che poi decide del rendimento, fino a rendere possibili risultati insperati e inimmaginabili. 

Torniamo al “marchio culturale”. Quanto pesa Cl nelle scuole in cui lei ha lavorato, questa e la precedente?
Il “Sacro Cuore” è l’unica scuola nella quale la Fraternità di Cl è impegnata responsabilmente. In questo senso, la risposta è sì, il “Sacro Cuore” è una scuola di Cl. Quanto al “don Gnocchi”, la risposta è più articolata. Fra chi l’ha fondata 27 anni orsono c’erano anche appartenenti al movimento, ma non tutti lo erano: i suoi referenti, oltre al pensiero e al cuore di Giussani, erano e sono la figura di Eugenio Corti e il mondo popolare di questa ampia area della Brianza che ha riconosciuto in don Carlo Gnocchi una figura di sintesi, una carità operosa, anche in senso intellettuale, di cui coltivare il carisma dandogli un’espressione educativa.

Non è inevitabile che l’ispirazione religiosa della scuola si traduca nell’accettazione di certe persone anziché di altre, o nel fare favoritismi?

No. Non solo non è così per gli studenti, ma nemmeno per chi vi insegna. Poi le contesto la formula “ispirazione religiosa”: non siamo una scuola confessionale, bensì laica. Prenda me: mi laureai nell’85, non ero di Cl, venivo da una breve ma intensa docenza in una scuola media del Cairo. Venni a sapere che cercavano un docente di latino e greco per una scuola nata da poco, un anno appena. Mi fecero il colloquio il preside e già grande linguista, Eddo Rigotti, poi fondatore e decano di Scienze della comunicazione nell’Università della Svizzera italiana di Lugano, e il rettore fresco di nomina, don Giorgio Pontiggia. Fui “intervistato” per ultimo dopo una ventina di candidati tutti di provato pedigree ciellino: scelsero me. 

In che modo un testo come quello che ha citato, Il rischio educativo, ispira il lavoro di una scuola?
Il pensiero di Giussani è molto diverso da altri pensieri sull’educazione, quello di M. Montessori per esempio, e non solo per ragioni teoretiche, ma anche metodologiche, perché si tratta di una prassi o, meglio, di un’azione che nasce da un orientamento esistenziale e teologico e che poi, riflettendo su di sé, si formalizza in dottrina. Non lo dico io, l’ha detto un autorevole pedagogista come Giorgio Chiosso. Far riferimento al modello teorico del Rischio educativo è anzitutto una vita, non un lavoro di tipo deduttivo e applicativo. Al suo centro sta la cura della ragione e il suo solido rapporto con l’esperienza.

Cosa vorrebbe dire “cura della ragione”?
Vuol dire sollecitudine per la ragione non ristretta da schemi pregiudiziali, aperta alla totalità del reale, al mistero dell’uomo, cioè all’uomo come domanda di senso. Con una ragione così intesa va di pari passo un’idea nuova di esperienza, di verifica, di criticità, nuova perché anch’esse non ridotte. Esperienza non è empirìa, ossia mera pratica vissuta, verifica non si riduce al compito in classe, criticità non è il dubbio. “Critica” vuol dire andare a vedere come stanno le cose e appurare le prove che documentano qualcosa che è, qualcosa di certo. Forse pochi educatori, oggi, sanno che la parola “certezza” viene dalla stessa radice della parola “critica”.

E questo cosa comporta?
La realtà viene prima, e la si assume come positiva ipotesi di lavoro da cui muovere per proporla nell’itinerario didattico. Purché sia in effetti un lavoro fatto con lealtà, senza preconcetti, a tutto campo. Educare è per tutti, insegnanti e discenti, un riscoprire e riconquistare i significati originari delle parole, delle cose, delle immagini, dei suoni. Tutto questo crea un metodo o, se si vuole, una mentalità conoscitiva curiosa e fiduciosa, e rende il docente e lo studente liberi di guardare a qualunque oggetto.

Non c’è il rischio che un’ispirazione come la vostra dia luogo a una riserva indiana, un’isola più o meno felice fuori dal mondo?
Le ricordo che stiamo ragionando a partire da una classifica realizzata da una Fondazione laica… Sono i risultati che contano. Comunque, non intendo sottrarmi alla sua domanda. L’unica isola felice che ho visto — felice per modo di dire — era la classe del “Berchet” cui insegnavo latino e greco prima di tornare da preside al “Sacro Cuore”. Era composta da alunni in maggioranza provenienti dalla buona borghesia laica di Milano, col portafogli molto più gonfio di quelli che normalmente entrano nelle aule scolastiche sia del “don Gnocchi” sia del “Sacro Cuore”. Con portafogli più gonfi, ma già sazi e con un programma di vita bell’e fatto. Sto naturalmente parlando del clima prevalente, della normalità.

Tutto nella massima apertura, insomma.

Le dirò di più: “don Gnocchi” e “Sacro Cuore” occupano posizioni di vertice benché accolgano giovani che in altre scuole sono considerati scarti, dropout (come si dice in slang un po’ volgare e pure offensivo). La verità è un’altra: sono giovani deboli perché demotivati, annoiati di un non-metodo che andrebbe, questo sì, messo sul banco degli imputati per i danni che produce: ti do il grezzo e tu me lo restituisci lavorato. Come mai da un’altra parte si rivelano spesso e volentieri teste formidabili?

Merito vostro dunque…
Un po’ sì, evidentemente. Ma rispondo con un esempio che ancor oggi mi colpisce: un giovane che l’estate scorsa ha avuto 100 alla maturità, e che aveva frequentato il IV anno in Gran Bretagna col massimo dei voti perfino in latino e letteratura inglese, si trasferì al “Sacro Cuore” nel dicembre del I anno in condizioni umanamente pietose, disgustato e abulico, e contro il parere del padre che mai e poi mai avrebbe mandato il figlio in una scuola “privata”. Veniva da una delle scuole statali più blasonate di Milano, di cui ovviamente taccio il nome, dove non trovava gusto nelle lezioni né motivo allo studio. Accolto da noi, ritrovò presto l’entusiasmo perduto. Non è un caso unico e neanche raro, specie al “don Gnocchi”; certo, casi come questo nelle classifiche non si vedono rappresentati.

Tutte le paritarie di ispirazione cattolica si vantano di realizzare quello che ogni scuola dovrebbe essere, un patto educativo tra scuola e famiglia. Ma è davvero così?
La scuola è un’azienda. Mi ha sentito bene: è un’azienda, sia pure un’azienda strana, che però deve quadrare i conti economici. È strana perché c’è un soggetto erogatore del servizio — pubblica amministrazione, fondazione, cooperativa… —; il servizio non è di consumo o beneficio immediato, ma concerne l’essere umano stesso in crescita; e i processi produttivi sono per forza legati a due tipi di customer: l’uno è lo studente, l’altro la sua famiglia. Ma il fattore distintivo, a ben vedere, è un altro: il “prodotto” — che è il giovane “istruito” — va a termine ben oltre la durata del curricolo, cioè all’università e sul lavoro, giacché è in quei contesti che se ne verifica la matura preparazione. È una cosa quasi ovvia, quella che dico, ma la si trascura sempre: o perché si nega — sbagliando — che la scuola sia un’azienda o perché si parla di azienda senza coglierne la peculiarità.

Come ministro dell’Istruzione non sarebbe molto popolare, lo sa?
Ci ho riflettuto a lungo. C’è un dato imprenditoriale che non si può negare: ho preso parte alla nascita del “Sacro Cuore” e ora sono testimone della forte carica d’impresa che vedo qui al “don Gnocchi”. L’atto di fondazione di una scuola paritaria non è ovvio, non è pacifico, dipende da una decisione (di privati) che comporta dei rischi. Se lo Stato decide di aprire una scuola lo fa rispondendo a un bisogno sociale territoriale. Qui invece il bisogno non è solo sociale, ma anche culturale, identitario, comunitario: è l’esigenza di trasmettere con la maggior chiarezza una visione del mondo e della vita. C’è poi un aspetto anche commerciale: devi vendere un prodotto. 

Dall’azienda al prodotto… è sorprendente. Vada avanti.

Io invece sono sorpreso da chi se ne scandalizza. Ma un motivo c’è, ed è che l’Italia, da questo punto di vista, è in Europa una gigantesca anomalia. Da noi il 95% delle scuole non soltanto è sotto l’egida statale, ma è di proprietà dello Stato. In Francia — nella laica, repubblicana, centralistica Francia — gl’istituti paritari o privati contano in media per il 20% del totale degl’istituti scolastici, e nemmeno i socialisti oggi al governo si sognano di alterare un regime nel quale lo Stato paga lo stipendio di quei docenti di scuole non statali che, dopo un quinquennio di prova, abbiano dimostrato il loro valore. Non citerò l’antiromana Gran Bretagna, dove, fin dalla metà degli anni 40, i docenti degl’istituti che non vogliono essere independent — da questi scelti e assunti — sono retribuiti dall’amministrazione statale: lo Stato finanzia per oltre il 95% le faith schools, cioè le scuole cattoliche, anglicane, perfino massoniche, se queste lo vogliono.

Quindi…?
…Se in Italia pensi a un grande liceo statale e non lo pensi come azienda, è solo perché il mercato è drogato. Per pagare il costo reale di uno studente del “Berchet” di Milano o del “Tasso” di Roma, una retta annua di 5 o anche 6mila euro non basta, ce ne vogliono almeno altri 3mila. Nella situazione di grave e prolungata congiuntura economica, paritarie come le nostre non solo non hanno chiuso, ma sono al vertice, e non lo diciamo noi. Se permette, questa è la vera notizia.

Bene, siete un’azienda. E il patto educativo?
C’è nella misura in cui giochiamo a carte scoperte: diciamo quello che facciamo. E siamo sul mercato. Non ha idea di quanto una scuola si deve adoperare, in questi tempi, per raccogliere studenti. Quando i soldi non ci sono devi essere persuasivo, far vedere che con la preparazione che offri e l’entusiasmo che generi metti in grado il figlio di “spaccare”, di entrare all’università uscendone bene e in tempi ragionevoli. 

Cosa fate per essere “sul mercato”?
Per 15 anni ho avviato e curato personalmente una rete di relazioni internazionali con scuole inglesi e americane vagliate e coltivate. Tutti quei giovani che sono andati in quei Paesi hanno avuto i voti migliori nell’ultimo anno, quasi tutti quelli che hanno terminato l’università l’hanno fatto all’estero, molti lavorano all’estero oppure lavorano con l’estero. Ma più fondamentale ancora è il tener vivo il nesso ragionevole tra la scuola e il mondo, tutto il mondo prossimo o remoto, più vero e interessante di quello che ci arriva col filtro della tv. E poi, al fondo, formare la consapevolezza critica della tradizione classica, ebraica, cristiana cui si appartiene.

Torno alla domanda di prima: tutto questo si può fare solo con i docenti migliori.
Non coi docenti migliori: coi docenti che si possono scegliere. Cioè con quelli che aderiscono a un progetto. 

È in grado di dire quanto pesa sulla vostra classifica avere figli di genitori con un certo grado di scolarizzazione?

La risposta è difficile o, meglio, è difficile significarla. Negli anni Ottanta al “Berchet” (che pure oggi si colloca in alto nella graduatoria della Fondazione Agnelli), avevo una quota di genitori laureati statisticamente pari o superiore a quella che ho visto in anni seguenti sia al “Sacro Cuore” sia al “don Gnocchi”. Vorrei sfatare il mito dei soldi o della scolarizzazione, che pur contano. L’affezione e la gratitudine a una realtà affidabile, che ha fatto del bene a tanti giovani, conta molto di più del titolo di studio.

Le capita di dire a un giovane che quella che sta facendo non è la scuola per lui? 
Certo. E lo faceva anche il mio predecessore, il professor Viganò. Siamo un’azienda, ma occorre anche quadrare e armonizzare il bilancio con la responsabilità educativa. Quando vedo che un giovane non è nel posto giusto per lui, o perché ha sbagliato indirizzo o perché sono subentrati problemi o perché l’ambiente gli risulta impossibile, l’aiutarlo a trovare altrove la sua strada è un dovere mio e dei colleghi. Non prima, però, di aver fatto di tutto per sostenerne la fatica, metterlo in grado di capire ciò che gli è ostico, ricuperarlo al lavoro in classe, al fine di farlo camminare con le sue gambe e a testa alta.

(Federico Ferraù)

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