SCUOLA/ Cosa fare se i “Promessi sposi” diventano “promessi conviventi”?

Leggere con gli studenti “I promessi sposi” fa toccare con mano la difficoltà di capire una vita priva di alcune evidenze morali che sono andate perdute. La lettera di DANIELA NOTARBARTOLO

28.12.2014 - Daniela Notarbartolo

Caro direttore,anche fare scuola è occasione per misurare quanto la società vada perdendo molte delle evidenze che sorreggono la vita quotidiana e quanto sia necessario uno sguardo capace di recuperarle. La lettura dei Promessi sposi per esempio è diventata una sfida notevole, e non solo per la povertà lessicale degli studenti che si fermerebbero ogni due righe su un vocabolo che non conoscono; non parliamo poi della ricca e luminosa sintassi, che impegna il cervello degli studenti a inseguire un affresco di eventi che vengono montati a incastro riga dopo riga; l’interrogazione orale per lo studente è una corsa a ostacoli: non puoi descrivere le vicende come se fosse Harmony, ma devi rendere ragione di passaggi logici complessi, sfumature di significato decisive per il senso, risvolti psicologici sofisticati… Più di tutto, però, è il fatto stesso, è lo sguardo sulle cose che risulta oggi nuovo e incredibile: i due promessi, messi alla prova duramente, vanno avanti con fiducia affidandosi a una mano più grande che li sostiene.

La settimana scorsa, durante la lezione, un ragazzo solo apparentemente poco interessato alla spiegazione mi ha posto la domanda cruciale: “Prof, che stress, ma Renzo e Lucia non potevano andare a convivere?!”. Da come lo ha detto si è capito che era una domanda vera, e mentre rispondevo teneva gli occhi sgranati. Ho spiegato la differenza fra “trovarsi bene insieme” e un “progetto di vita”, per il quale una coppia si accolla magari un mutuo trentennale, costruisce un luogo perché la coppia si dilati (almeno nel senso di avere un tavolo da pranzo), apre la vita a due facendola diventare una collettività accogliente, tirando su altre vite, contando sì sull’aiuto l’uno dell’altra, ma non solo: per farcela a superare gli ostacoli che la quotidianità pone e prendersi questo impegno, gli sposi devono poter contare sul Sacramento, altrimenti si avviano con le loro sole forze.

Molto spesso devo fare uno sforzo per presentare in termini accessibili a giovani secolarizzati la “vita buona” di cui evidentemente I promessi sposi parlano. Mentre tutto intorno a loro nega e de-struttura ogni elemento positivo, Manzoni, che pure non risparmia giudizi feroci sulla corruzione della società nel ‘600, mette in primo piano la semplicità di cuore dei protagonisti e la loro disponibilità a camminare e a lasciarsi cambiare. Manzoni, che è rimasto illuminista quanto a bisogno di razionalizzare la società (l’economia, la politica, il diritto), ad un certo punto ha dovuto però rispondere alla domanda sulla irrazionalità degli eventi, sul male che pare determinare la storia e sulla sofferenza, fosse causata o no da altri uomini. 

Come si presenta il male nella vita dei protagonisti? A me pare che una parola chiave nel romanzo sia l’accidente (ciò che accade), quello che fece diventare realtà la “fantasia” di Lodovico di andare frate (cap. 4), e in negativo la svolta sulla stradicciola di don Abbondio, dopo la quale l’equilibrio da lui testardamente costruito si spezzò: la storia personale o collettiva presenta delle circostanze impreviste, spesso negative, che non sono eliminate dai progetti di miglioramento del mondo e richiedono altre aperture e un’altra risposta da parte di chi le vive. Tutti i personaggi devono fare i conti, prima o poi, con un accidente che si mette di traverso, che li cambia, che li conduce altrove, dove non avrebbero pensato di andare, e li trasforma in modo misterioso ma reale. Un rapporto provvisorio come la convivenza invece resta esposto a ogni vento di bufera, dove nulla conferma l’ipotesi iniziale e dà l’energia sufficiente a stare di fronte a sfide di questo genere. Del resto per edificare ci vuole il fondamento, e quale esso sia è il grande dubbio contemporaneo.

A volte è proprio arduo spiegare certi passaggi, per esempio il motivo della certezza di padre Cristoforo, quando dice a don Rodrigo la frase incredibile: “Avete colmato la misura: non vi temo più! Lucia è sicura da voi”. L’apparenza è che i cattivi vincano, che i buoni siano degli illusi idealisti le cui idee valgono solo dette dal pulpito, ma non hanno nessuna presa sui meccanismi che governano effettualmente le cose. Eppure Cristoforo è certo perché Rodrigo nella sua boria presume di poter superare il limite: anche i Greci avevano l’idea della hybris, che cioè certi confini posti dalla realtà non possono essere superati senza che l’uomo si sfracelli. Ulisse si pentì amaramente di aver sfidato Polifemo, dopo averlo accecato, scatenando forze che non poteva poi controllare. La realtà è solida, e non si lascia manipolare oltre una certa misura, e alla fine dovrai farci i conti. Lo capì appunto Lodovico-Cristoforo, quando, vedendo il volto dell’uomo da lui ucciso passare dal furore dell’odio all’abbattimento e alla quiete solenne della morte, in un momento solo si accorse che la vita è tutt’altro dalle convenzioni, dalle questioni di onore e di prestigio, ha una sacralità che il momento della morte fa risplendere oltre ogni previsione. Comunque la si viva, pone una domanda: perché ho vissuto così? Valeva la pena? Perciò lì Lodovico decide che vale la pena consegnare la vita intera direttamente a chi la fa. 

C’è una verità che richiede l’assenso dell’uomo: la neghi, ma lei ti aspetta al varco. Padre Cristoforo colpisce gli studenti perché dice sempre il contrario di quello che il mondo pensa: per esempio che non devono esserci né sfide né portatori né bastonate (cioè che un certo modo di essere è semplicemente ingiusto anche se “lo fanno tutti”), che lo smisurato potere mondano dei nobili tutto sommato di fronte all’Essere assomma a quattro pietre e quattro sgherri, e che il più disgraziato in tutto ciò è don Rodrigo, il quale è accecato e non sa chi è veramente: un poveretto!  

E allora il bisogno di verità dei miei studenti si accende: che grande cosa sapere che si può dire la verità, vincendo i luoghi comuni, dire per esempio: “prof. non riesco a studiare perché i miei si separano, mi dicono che è normale ma non è normale, se io sto male”. Oppure: “Prof. mi va tutto bene, ma io sono triste, perché?”; “Ho paura, non ce la farò senza le medicine”; “Mi annoio anche se faccio un sacco di cose, se non so il perché delle cose …”. La situazione è impegnativa in due sensi: sia perché per spiegare I promessi sposidevo continuamente rendere ragione di cose che per me sono esperienza quotidiana, sia perché il livello delle domande che mi fanno rivela una voragine. Mi sembra di essere impotente di fronte a tanto bisogno, ma per un accidente sono lì e non altrove, e ho conosciuto anch’io la vita buona come Manzoni, e magari sarò l’unica persona dalla quale i miei studenti sentiranno che tutto ciò che accade può essere positivo. 

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