SCUOLA/ Pas nel caos, c’è una sola via d’uscita

Dove si sono persi i Pas? Sembra riprodursi il copione messo in scena lo scorso anno per l’avvio del Tfa. Le università hanno fallito, ora serve una via d’uscita. MAX FERRARIO

14.03.2014 - Max Ferrario
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Dove si sono persi i Pas? Anche quest’anno sembra riprodursi il copione messo in scena lo scorso anno, per l’avvio del Tfa.

Ora – come allora – la partenza è a macchia di leopardo.

Ora – come allora – regna non poca confusione.

Il Miur ha finalmente pubblicato una tabella con le sedi d’esame: ma ciò che se ne deduce è – appunto – che la situazione è variegata, con alcuni corsi posticipati al prossimo anno, molti altri non attivati, senza l’indicazione degli ammessi. Altri sono stati attivati con un numero molto esiguo di partecipanti. Mistero.

Ciò che è chiaro è che gli atenei hanno risposto in modo diversificato: come lo scorso anno, alcuni hanno cercato di attivare tutti i corsi possibili, anche se onerosi, e sono già partiti, chiedendo supporto ai coordinatori tutor che – ricordiamolo – quest’anno non sono stati chiamati in causa direttamente perché non è previsto il tirocinio a scuola; altri, come il Politecnico di Milano,  invece si sono addirittura rifiutati di accogliere i tirocinanti perché non sono stati sottoposti ad una prova preselettiva, peraltro non prevista dall’art. 4 del DM n. 81/2013; molti – infine – non hanno attivato i Pas per la scuola dell’infanzia e primaria perché non sono riusciti a gestire il gran numero di iscrizioni.

Purtroppo, poi, molti sono gli atenei che ritardano l’apertura dei corsi: se pensiamo che il DD n. 45 del 22 novembre 2013 prevedeva che i Pas avrebbero dovuto “iniziare, preferibilmente, entro la seconda metà del mese di dicembre 2013 e terminare, possibilmente, entro la prima decade di giugno 2014″ (art. 3, c. 1), sorprende non poco il fatto che, ad oggi, ci siano università che neppure hanno emanato i bandi per assumere i docenti! In questi casi i corsi potrebbero iniziare solo a giugno (come in Val d’Aosta), e quindi i corsisti – una volta abilitati – non potranno iscriversi alle graduatorie di II fascia (sempre che, queste ultime, si aprano dopo giugno: altrimenti neppure le università virtuose potranno abilitare in tempi utili).

Giungono notizie che non poche università facciano ripetere gli stessi esami che alcuni corsisti hanno sostenuto nelle stesse sedi lo scorso anno per il Tfa con esito positivo; pare anche che alcuni atenei abbiano previsto un fuoco di fila di esami, che si moltiplicano e che fungono – neppur tanto copertamente – da prove preselettive; così come non raramente risultano disattese le indicazioni del Miur che nel DD n. 58/2013 all’art. 6 suggeriva che, “in linea di massima“, le lezioni si tenessero “nelle ore pomeridiane e/o nell’intera giornata del sabato, fatta salva diversa articolazione fissata dagli Atenei e dalle Istituzioni A.F.A.M., in relazione a specifiche esigenze dei corsisti“. Basta guardare i calendari delle università per rendersi conto che le cose vanno diversamente.

Ora, è evidente che gli atenei si pongano come garanti della correttezza e serietà della formazione: ciò che risulta strano è il fatto che interpretino la legge… andando contro la legge! Potrebbe anche non piacere che i corsisti possano frequentare senza aver superato una prova di selezione, ma questo prevede il decreto. D’altra parte, non è certo colpa dei docenti se lo stato li ha fatti lavorare senza una previa formazione o selezione! E quando si dice precariato, non può aprirsi solo un film fatto di disimpegno o riottosità! A questo ci ha abituato la stampa, sempre in cerca di immagini ad effetto: i precari sono giovani insegnanti che, in molti casi, stanno difendendo con i denti il loro posto di lavoro e la loro passione per l’insegnamento.

D’altra parte, forse che i famigerati test preselettivi del 2012 – quelli emendati e corretti, s’intende –  hanno selezionato tutti coloro che da anni fanno il loro lavoro con grande serietà? E quanto sono stati predittivi della capacità di insegnare? 

Perché il nodo è proprio questo: come si fa a insegnare ad insegnare? E come si fa a valutare un buon insegnante?

A noi parrebbe che – come in ogni altro mestiere – può insegnarlo chi lo pratica: affermazione scontata, si direbbe. Per nulla!, dal momento che, in Italia, è l’università ad avere il timone organizzativo della formazione.

Sia ben chiaro: non è certo nostro scopo disconoscere il ruolo fondamentale della ricerca universitaria nella formazione dei giovani docenti. È evidente che la formazione teorica non può che venire dalle sedi universitarie. Ed è anche indiscutibile che non c’è un buon docente se non c’è una solida base culturale. Non si può insegnare ciò che non si sa.

Ma è altrettanto innegabile che non possiamo ancora accettare l’ipotesi gentiliana che “chi sa, sa insegnare”! Forse su questo punto, tutti gli attori del mondo educativo sono d’accordo. Appunto per questo, è necessaria la teoria, che però non può essere disgiunta dalla pratica: proprio le università hanno grandemente diffuso l’ipotesi della riflessività sull’azione, come indispensabile per l’apprendimento di un qualsiasi mestiere.

Se è vero questo, perché mai gli atenei dovrebbero essere il fulcro della formazione dei docenti? E come possono gli stessi insegnare la pratica?

Chiariamo bene: le università sono state investite di questa funzione, non l’hanno voluta esse stesse. Non solo, ma nel caso specifico dei Pas si trovano a gestire, senza neppure l’apporto dei tutor coordinatori e di scuola, la formazione, perché per i Pas non è previsto il tirocinio. Ci pare che l’anello debole, in questa circostanza, sia il livello centrale: com’è possibile immaginare che un docente, dopo tre anni di insegnamento, abbia solo bisogno di una formazione teorica? Chi giudica, supporta, verifica il suo operato? Chi gli ha insegnato ad insegnare? 

È ben evidente che non si tratta di far fare un tirocinio a questi docenti (basterebbe considerare tirocinio, il loro effettivo insegnamento), ma è fondamentale poter rileggere criticamente la loro azione d’aula, il loro fare scuola quotidiano, perché è questa la pasta di cui è fatto l’insegnamento. Si tratterebbe di riflettere sull’azione proprio a partire dalle teorie fornite dagli atenei. È quanto hanno cercato di fare gli atenei virtuosi, lavorando da subito all’interno delle pieghe dei decreti per trovare  la possibilità di far collaborare i tutor coordinatori, in modo da garantire un percorso comunque qualificato anche in vista della preparazione della tesi finale, che sarà squisitamente legata all’azione didattica. 

È quindi un gioco ad incastro tra pratica e teoria, tra scuola e università,  che può diventare tanto più potente, quanto più l’incastro è forte. 

Ci sembra che per uscire dalle morte gore di uno stato che investe praticamente solo sugli atenei, i quali a loro volta non riescono a rispondere con un’adeguata offerta formativa, vista la mole degli iscritti; e per rendere veramente completa la formazione dei giovani insegnanti, occorre – a nostro avviso – imprimere una potente virata alla rotta della politica sulla formazione: ci pare che l’attuale ministro Giannini l’abbia già impressa, ribadendo un no ai concorsoni, che dovrebbero essere sostituiti da “tirocini formativi”. Siamo assolutamente d’accordo: si impara ad insegnare, insegnando e riflettendo sul proprio operato.

È allora evidente che il fulcro non potranno più essere le università, ma le istituzioni scolastiche. Perché allora non sostenere la proposta di questi giorni avanzata dalla Uil-Scuola in una lettera al ministro riguardo ad un provvedimento d’urgenza “che demandi sia la gestione che l’organizzazione dei corsi alle istituzioni scolastiche“?

E perché, ancora, non andare oltre, abbracciando l’ipotesi di coinvolgere più fattivamente anche le associazioni dei docenti, che, per loro natura, sono una mediazione tra teoria e pratica, tra riflessione teorica e azione didattica? Sicuramente, una sinergia equilibrata tra atenei, istituzioni scolastiche e associazioni di docenti potrebbe essere un mix per vincere anche l’onerosità organizzativa e finanziaria, oltre che la “possibile” disaffezione dei docenti per una formazione che, invece, a nostro avviso, dovrebbe sempre più diventare momento qualificante e imprescindibile per svolgere con passione e professionalità un mestiere, che richiede massicce dosi di entrambi gli ingredienti.

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