SCUOLA/ Enrico Berti: chi oggi educa i giovani alla ricerca delle “cause prime”?

- int. Enrico Berti

Come insegnare oggi la filosofia ai giovani e qual è il suo compito? Risponde ENRICO BERTI, filosofo e accademico dei Lincei, ospite a Roma del concorso Romanae Disputationes

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Raffaello, Scuola di Atene (1509-11; particolare) (Immagine dal web)

Si concludono oggi le “Romanae Disputationes“, concorso filosofico a squadre rivolto agli studenti delle scuole superiori italiane, di cui questo giornale già ha dato conto nei giorni scorsi. “Sapere aude! Natura e possibilità della ragione umana” è il tema su cui sono stati chiamati a riflettere quest’anno gli oltre 700 ragazzi che hanno discusso e presentato le loro ricerche, in compagnia dei loro docenti e con la guida di alcuni illustri professori di diversi atenei italiani. L’evento si è aperto con la lezione di Enrico Berti, professore emerito dell’Università di Padova, esperto di fama mondiale nel campo della filosofia antica. Molti lettori lo ricorderanno per il suo libro In principio era la meraviglia, vivace sintesi del pensiero dei filosofi greci, che ormai è un evergreen della divulgazione filosofica. Per raccontare del clima delle Disputationes, e per mettere a fuoco le finalità del lavoro compiuto dai docenti e dagli studenti, abbiamo posto al professor Berti alcune domande.

Professore, le “Disputationes” si iscrivono nel tentativo di ripensare e rinnovare l’insegnamento della filosofia nei licei italiani, e costituiscono perciò anche un momento di verifica dell’efficacia didattica del nostro lavoro. Quali sono secondo lei le finalità dello studio della filosofia nelle scuole superiori?
Come ha sempre sostenuto la Società filosofica italiana (di cui sono stato due volte presidente), oltre alle finalità di carattere genericamente culturale (conoscere meglio la storia della scienza, dell’arte, delle religioni), il fine principale dello studio della filosofia nelle scuole superiori è di fornire ai giovani la possibilità di fare un’esperienza: l’esperienza di che cosa significhi affrontare un problema, di verità o di senso, in maniera puramente razionale, cioè non da un punto di vista religioso, né con pregiudizi di tipo ideologico.

Che cosa pensa della riduzione dello studio della filosofia a soli due anni, che è stata ventilata nell’ambito della riduzione del ciclo di studi a quattro anni?
Mi sembra una conseguenza necessaria della riduzione del ciclo a quattro anni, sulla cui validità non ho elementi sufficienti per pronunciarmi.

Come migliorare l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori, e quali errori evitare?
Il modo per migliorare l’insegnamento della filosofia è cercare di far leggere ai ragazzi qualche pagina dei grandi filosofi, come si fa nell’insegnamento della letteratura. Gli errori da evitare sono due: anzitutto lo storicismo, cioè il pregiudizio secondo cui la storia della filosofia è necessariamente un progresso, per cui le filosofie più recenti sono sempre più valide di quelle precedenti; poi lo scetticismo, conseguente allo storicismo, cioè il credere che ogni epoca abbia la sua verità particolare e transeunte e quindi non esista nessuna verità universale ed eterna.

Il concorso “Romanae Disputationes” ha previsto una gara a squadre, perché si è pensato che fosse importante prendere sul serio l’invito al syn-philosophein che ci viene dagli antichi. Che cosa pensa di questo approccio?

Non ho nulla contro le gare a squadre, che anzi giudico un espediente utile per appassionare i ragazzi. Ma il syn-philosophein (che è anche il titolo di un mio libro uscito nel 2010) non è una gara, bensì una ricerca comune, quindi una collaborazione, sia con la propria squadra sia con la squadra avversaria. In ogni caso è un’esperienza felice.

La filosofia delle università sembra spesso chiudersi nel tecnicismo autoreferenziale. Che rapporto ci può essere tra mondo accademico e scuola in campo filosofico?
Che la filosofia nell’università si chiuda nel tecnicismo autoreferenziale è certamente un fatto negativo, ma non so quanto sia diffuso, perché anche nelle università si fanno molte chiacchiere e poca ricerca seria. Una delle finalità dello studio universitario della filosofia dovrebbe essere la formazione di validi insegnanti per la scuola, quindi tra università e scuola secondaria ci dovrebbe essere una continua collaborazione, che la Sfi ha sempre cercato di attuare. Tuttavia lo studio della filosofia è anche un fine in sé, che richiede preparazione, fatica, impegno, e quindi anche certe tecniche, per esempio la conoscenza della logica, della storia della filosofia, delle lingue dei filosofi, della bibliografia, che l’università dovrebbe insegnare.

La filosofia contemporanea è difficilmente oggetto di studio nella scuola. Quali autori, quali testi, quali metodi suggerirebbe?
Anche nella filosofia contemporanea ci sono autori importanti, come Husserl, Heidegger, Wittgenstein, Croce, Bergson, Arendt, Popper, Maritain e altri. Il metodo migliore per affrontarli è, ancora una volta, la lettura di alcune pagine delle loro opere.

Il tema delle “Romanae Disputationes” quest’anno era “Sapere aude!” Siamo in un’epoca che sotto l’apparenza della razionalità cela molti lati oscuri. Che cosa significa “osare” nell’uso della ragione oggi?
“Osare” nell’uso della ragione oggi significa non limitarsi a esercitare la razionalità scientifica o tecnologica, ma tentare di andare, con la ragione, oltre la scienza, cioè cercare le spiegazioni ultime, ovvero quelle che gli antichi chiamavano le “cause prime”. Questo lo può fare solo la filosofia, anzi una certa filosofia, cioè la “metafisica” intesa nel senso migliore del termine. Un esempio di questo tipo di metafisica è stato oggetto della mia lezione nelle Romanae Disputationes.

Grazie, professore.

(Maria Teresa Tosetto)

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