SCUOLA/ Non sarà lo Stato a difenderci dagli “esperti” del gender

La tentazione di oggi, com’è accaduto recentemente con la proposta dell’Unar per le scuole, è che si voglia ridurre l’educazione sessuale al tema del gender. Il commento di PAOLA BINETTI

21.03.2014 - Paola Binetti
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Immagine di archivio

Su ilsussidiario.net di venerdì scorso Maddalena Bertolini ha pubblicato un’interessante riflessione sulla sessualità delle adolescenti, prendendo spunto a sua volta da un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano, a firma B. Borromeo. Un dialogo a distanza tra due donne che guardano in modo diverso i nuovi atteggiamenti delle adolescenti davanti alla loro sessualità.

Le ragazze intervistate dalla Borromeo, liceali milanesi probabilmente di buon livello culturale e sociale, parlano della necessità di sperimentare la loro sessualità, il più precocemente possibile, come di una sorta di prezzo che bisogna pagare per essere considerate grandi e quindi di essere uscite dalla propria infanzia. L’interesse dell’intervista, come coglie bene la Bertolini, non sta nell’asciutta lucidità con cui le adolescenti descrivono la loro iniziazione all’età adulta, ma piuttosto nel tono assolutamente disincantato, scevro di qualsiasi rimando ad una visione romantica del rapporto con i ragazzi. 

La Borromeo ha il merito di riportare nell’intervista le parole delle ragazze, astenendosi da commenti di qualunque tipo, certamente non indulge né a toni di tipo moralistico, ma neppure offre solidarietà alla giovane donna che le rivela con amarezza perché lei e le sua compagne fanno sesso. È semplicemente una necessità per accedere alla fase successiva della propria esistenza. La verginità appare loro come un ostacolo, un rito del passato che oggi non ha più ragione di esistere, segno di sudditanza ad una cultura da archiviare definitivamente. È indifferente con chi, come, dove… conta solo il farlo, e quindi il poterlo raccontare!, il prima possibile. Non è il sentimento che spinge verso l’altro, ma l’acquisire una patente, un passaporto, un documento qualsiasi che dica che ormai si può viaggiare da soli. Le prime esperienze sessuali sembrano marcate da emozioni negative sul piano affettivo, non sono realmente condivise con l’altro sul piano affettivo; traggono la loro forza da un altro genere di emozione, quella dell’affermazione di sé, sollecitata anche del contrappunto della trasgressione, che – nonostante gli apparenti cambiamenti del sentire adolescenziale – continua ad essere presente nella percezione delle ragazze. 

Il paradosso è che un’esperienza intensamente relazionale si riduce ad una prevalente affermazione individualistica, in cui l’altro trovo un posto fin troppo marginale.  

Facendo riferimento alla propria esperienza di insegnante, la Bertolini rifiuta una interpretazione generalizzata della sessualità adolescenziale così negativa e denuncia la trappola in cui sembra invischiarsi proprio per la povertà della risposta emotiva, che crea un profondo senso di solitudine nei ragazzi e rimuove totalmente il segno e il sogno dell’amore. La sessualità, per sua stessa natura, fa riferimento ad una intensa esperienza relazionale di condivisione affettiva, prima ancora che fisica, e in questa prospettiva arriva perfino a legittimare il reciproco riconoscimento individuale: ho scelto te per condividere il “dono” di me. 

Ma nei casi citati non c’è nessun dono di sé. Siamo davanti ad una sessualità impoverita, che sembra non godere neppure del coinvolgimento della propria sensualità; una sessualità quasi cerebrale, che mostra tutta la sua drammatica fragilità. A volte proprio per la sua apparente freddezza sembra aver bisogno di un nuovo stile di iniziazione, capace di ricominciare dal linguaggio degli affetti, delle emozioni, per arrivare magari alla scoperta di un vero e proprio innamoramento. 

Viene voglia – come suggerisce anche la Bertolini − di ricordare ai genitori la splendida e drammatica responsabilità di educare i propri figli alla sessualità, sottraendoli all’esperienza anonima di quella formazione “in serie” che si dà in certi ambienti. 

La tentazione di oggi, com’è accaduto recentemente con la proposta dell’Unar per le scuole, è che si voglia ridurre l’educazione sessuale al tema del gender, facendo del “genderismo” l’organizzatore unico dei corsi di formazione…, l’idea dominante che maschi e femmine non si nasca, ma lo si diventi coltivando il proprio orientamento sessuale come un fatto di cultura più che di natura. E se  volessimo assumere come sfida propositiva l’idea che l’orientamento sessuale è un fatto di scelta e di cultura, di libertà e di proposta educativa, allora dovremmo tornare ad educare gli adolescenti a capire cosa vuol dire essere ragazzi e ragazze, uomini e donne, e a riconoscere quella particolare attrazione che lega gli uni agli altri. Capire che cosa implica il diventare “grandi” anche rispetto alla propria sessualità, con una responsabilità che non investe solo se stessi rispetto a se stessi, ma anche, e soprattutto, se stessi rispetto agli altri in generale e rispetto a qualcun altro in particolare… 

Non si diventa grandi quando si è ancora brutalmente invischiati nel proprio egocentrismo infantile. Ma non si diventa grandi se non si rafforza la propria identità sessuale in chiave relazionale, scoprendo e valorizzando una cultura della differenza, che senza avere nulla di discriminante, restituisce ad ognuno la consapevolezza della propria sessualità, soprattutto nell’età complessa della adolescenza. È la nuova frontiera della educazione sessuale a cui debbono rispondere i genitori, perché sta assumendo le caratteristiche di una vera e propria emergenza educativa. E per questo non debbono aver paura di utilizzare una “cassetta di attrezzi”, fatta di strumenti specifici per gli uni e le altre. Lamentabilmente in questi ultimi anni sono stati smantellati gli strumenti “classici” dell’educazione alla specificità maschile e femminile, accusandoli di essere degli stereotipi rigidi e sorpassati, tanto che genitori ed educatori si sono spesso sentiti privi di mezzi di riferimento e in alcuni casi hanno abdicato alla loro responsabilità di educatori in questo campo così delicato.  

Ma smantellata la cassetta degli attrezzi di quello che potremmo chiamare il pensiero della differenza applicato all’educazione sessuale, prerequisito fondamentale per quella che successivamente sarà l’esperienza della differenza e della complementarietà nella sessualità, qualcuno ha voluto creare un’altra cassetta di attrezzi didattici che punta ad appiattire le differenze sessuali. Concretamente, a contrastare “l’insieme delle credenze e delle opinioni che tenderebbero alla rivendicazione della eteronormatività, e cioè dell’idea secondo cui l’eterosessualità sia la sola, naturale, forma di sessualità” (Strumento di sensibilizzazione, informazione e formazione, Unar, 2013, pag. 43). Per contrastare il bullismo omofobico, che non può in nessun caso essere giustificato, si corre il rischio di vanificare ogni forma di educazione sessuale basata sul principio della eterosessualità e improntata ad una sessualità che abbia come orizzonte di senso l’amore.    

Per questo è importante che i genitori non confondano informazione e formazione e non deleghino a sedicenti esperti quello che i figli debbono assorbire nel contesto di una vita di famiglia, se questo è davvero – ancora con le parole di Maddalena Bertolini − luogo di amore e di verità.  

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