SCUOLA/ Ribolzi: finire a 18 anni? Si può, usando bene il “jolly”

- Luisa Ribolzi

Si parla di una riforma del ciclo superiore per uscire a 18 anni. Ma l’errore è di pensare subito secondo le esigenze della struttura e non dei singoli. L’ipotesi di LUISA RIBOLZI

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Tracce tema di Maturità 2016 (Infophoto)

Negli ultimi tempi si è riacceso anche su queste pagine il dibattito sull’opportunità di anticipare a 18 anni la fine della scuola secondaria, con l’obiettivo esplicito di recuperare il ritardo nei confronti dei giovani europei che si presentano sul mercato del lavoro un anno prima, e quello, più implicito ma non meno importante, di ottenere considerevoli risparmi. Su quest’ultimo punto, si fanno stime variabili e, a dire il vero, non sempre accurate: non si può semplicisticamente ridurre i costi della cifra equivalente al 20% della spesa per la secondaria, e nemmeno sottrarre dalla spesa il costo alunno di ciascun indirizzo della secondaria (costo molto variabile appunto in ragione degli indirizzi) moltiplicato per il numero medio di alunni del quinto anno. Il contenimento dei costi va stimato, come pure le conseguenze in termini di occupazione, strutture, servizi e quant’altro. 

Quali sono dunque i possibili vantaggi di una riduzione degli anni di scuola? Anzitutto, mi sembra opportuno precisare che la proposta sbrigativamente etichettata come “secondaria di quattro anni” non può significare semplicemente comprimere in quattro anni esattamente quel che si fa in cinque, ipotesi inammissibile, ma andrebbe formulata più correttamente come ripensamento dell’intero quadriennio o meglio ancora come ipotesi di ridurre il percorso scolastico da tredici a dodici anni, con una opportuna rimodulazione dei tre periodi (tre moduli di quattro anni, un modulo di sette ed uno di cinque…), affrontando possibilmente anche il problema della fragilità della scuola secondaria di primo grado. Si tratta dunque di pensare ad una maturità generale alla fine del quarto anno, e ad un utilizzo diverso del quinto anno. 

Un certo numero di famiglie sarebbe soddisfatto anche solo della possibilità di terminare il percorso formativo un anno prima, mandando subito i ragazzi all’università o a lavorare: il mio parere è però che questo quinto anno venga utilizzato in modo diversificato, proprio per venire incontro alle esigenze, anch’esse differenziate, degli studenti. Se si prende in considerazione chi si iscrive all’università subito dopo il diploma (attualmente circa la metà dei diplomati), o dopo un periodo più o meno lungo in cui fa altro (circa il 15%), l’ultimo dato disponibile dice che a sei anni dall’iscrizione circa la metà ha conseguito la laurea, il 34% ha abbandonato e il 16% è ancora iscritto. Questo altissimo tasso di dispersione, concentrato nel passaggio fra il primo e il secondo anno, in cui circa uno studente su sei abbandona, è dovuto ad un insieme di cause, tra cui ha un peso non piccolo la mancanza di una preparazione specifica per il settore disciplinare scelto, e in certi casi perfino delle competenze trasversali. 

Per usare la terminologia anglosassone, i diplomati nella maggioranza dei casi mancano di crediti disciplinari di livello A (advanced) correlati alla facoltà scelta, anche perché sono stati aboliti nel 1969 tutti i vincoli di corrispondenza fra il tipo di secondaria frequentata e il corso di laurea scelto, e i test di accesso, anche dove sono presenti, non sempre accertano il livello di questo tipo di competenze. 

Per tutti questi ragazzi, quindi, si potrebbe pensare ad un quinto anno dedicato all’italiano, ad alcune materie strumentali (la seconda lingua, l’informatica) e alle materie dell’area disciplinare che si intende scegliere. Questo consentirebbe tra l’altro una verifica dell’effettiva propensione per un certo tipo di studi, riducendo gli abbandoni, i ritardi da cattivo orientamento, e anche i trasferimenti, che comportano comunque dei costi personali e sociali.  In queste classi preparatorie potrebbero insegnare i docenti più preparati, con maggiore esperienza didattica o di ricerca, analogamente a quanto accade in Francia nelle classes préparatoires alle Grandes écoles, segnando un interessante sviluppo di carriera, anche se su piccoli numeri.

Come utilizzare poi il quinto anno per i restanti 35-40 diplomati? Per i pochi che continuano la formazione ma non all’università, vale la proposta fatta finora, mentre per chi si immette subito sul mercato del lavoro, incontrando difficoltà troppo note per dilungarci in questa sede, sarebbe possibile “spendere” il quinto anno per inserire nella formazione gli aspetti operativi.  Vedo almeno tre possibilità: un contratto di apprendistato, per chi intende entrare subito sul mercato del lavoro ed ha bisogno di una formazione on the job assistita e regolamentata, che richiede la presenza di tutor; un anno di specializzazione tecnico-pratica che dia ampio spazio agli stages, per chi intende proseguire negli Its e nei master o fruire di una ulteriore, anche se breve, qualificazione, che richiede docenti tecnico-pratici ma soprattutto tutor aziendali; un anno all’estero per perfezionare le lingue o completare la preparazione con un master in lingua straniera, magari prima di iscriversi all’università.

È possibile anche un’ulteriore alternativa, quella di trasformare il quinto anno in un credito formativo da spendere nel seguito della vita, ipotesi suggestiva ma che richiederebbe un ben diverso impianto del sistema di formazione permanente quasi assente o quantomeno debolissimo e distribuito in modo disuguale nel nostro paese.  

Una scelta di questo tipo, che ho solo molto schematicamente esposto, consentirebbe una qualificazione differenziata in base alle esigenze dei singoli, e non a quelle della struttura, potenzierebbe i legami dei giovani in formazione con le esigenze dei mercati del lavoro locale, ma anche internazionale, e infine fornirebbe ai docenti migliori qualche possibilità di carriera. 

Inoltre, spalmando i giovani su varie alternative, eviterebbe i problemi posti da quella che io stessa ho definito all’epoca della legge 30 “onda anomala”, cioè una coorte doppia di studenti che trascinerebbe i suoi effetti perversi per almeno cinque anni sia nell’università che sul mercato del lavoro.  

Se si intende perseguire l’ipotesi della trasformazione della secondaria superiore, ritengo che sia importante proseguire la scelta della sperimentazione, sia pure su di un numero finora forse troppo ridotto di scuole (sei, quattro in Lombardia, una nel Veneto e una nelle Puglie), purché monitorata attentamente e non abbandonata al suo destino, e che d’altro canto sia essenziale prevedere tutte le possibili ricadute, in termini economici e strutturali, dell’ipotesi abbreviata. È così che si introduce l’innovazione nella scuola, e non, il Cielo ci liberi, con una nuova “riforma dei cicli”.

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