SCUOLA/ Se il ministro Giannini parte dalla “fine” si candida al fallimento

- int. Annamaria Poggi

Il ministro Giannini ha esposto davanti alla Commissione cultura del Senato le sue “linee programmatiche” per quanto riguarda la scuola. Ne parla ANNAMARIA POGGI (Compagnia di San Paolo)

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Stefania Giannini (Infophoto)

Il ministro Giannini ha esposto davanti alla Commissione cultura del Senato le sue “linee programmatiche” per quanto riguarda la scuola. Dentro c’è tutto: i numeri del precariato, l’edilizia scolastica, la valutazione, la retribuzione, il principio di sussidiarietà, perfino l’ipotesi di un nuovo stato giuridico dei docenti. Gli obiettivi del ministro suscitano qualche perplessità in Annamaria Poggi, costituzionalista, già membro della commissione di saggi voluta da Enrico Letta e presidente della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo.

Annamaria Poggi, nel programma del ministro non manca nulla.
È proprio questo il punto… non c’è nessuna priorità.

E quali dovrebbero essere secondo lei?
Leggo che il ministro intende passare dal ministero delle emergenze al quello della visione strategica. Ma i programmi dove sono? L’unica cosa di cui ministro e governo si stanno occupando è l’edilizia scolastica. Non che sia un male, anzi, è un’emergenza reale. Però manca il resto. Sulla valutazione, per esempio, mi aspettavo scelte più forti.

Giannini ha detto di voler “consolidare e valorizzare il sistema di misurazione degli apprendimenti tramite le prove Invalsi”. Non basta?
Francamente mi aspettavo che dicesse: diamo più soldi all’Invalsi. Si continua a parlare di valutazione quando l’Invalsi avrà in tutto 15 persone e nemmeno 3 milioni di euro l’anno. 

Fin dall’insediamento il ministro si è contrapposto ai sindacati sugli stipendi. Non possono più essere legati all’anzianità, ha detto la Giannini, occorre premiare il merito.
Bene. Solo che deve stare attenta, perché, come fa giustamente notare, abbiamo un precariato che arriva a mezzo milione di persone. Fa bene il ministro a quantificare, però deve anche dire come intende affrontare il problema.

“In un’ottica di lungo periodo dobbiamo bandire solo concorsi a cattedra” ha spiegato in audizione.
Il reclutamento è sicuramente una delle priorità. Se però la Giannini pensa di dare un posto fisso ai precari della scuola, siamo morti. Ha letto anche lei quello che ho letto io? “I precari vanno riassorbiti”. Eh no, questo no. Su due docenti uno lo imbarchiamo perché è precario? Spero che stiamo scherzando.

Allora cosa si fa?
Chi è bravo entra, chi non lo è sta fuori. Ecco il ruolo chiave della valutazione. E poi, attuazione dell’autonomia. Come si fa all’università, che la Giannini conosce molto bene. Si faccia un sistema di abilitazione nazionale, poi si dia alle scuole la possibilità di chiamare gli abilitati che vogliono e che reputano più bravi.

Lo pensa davvero? La accuserebbero subito di volere una scuola-azienda.
Perché l’idiozia è senza limiti. Se un istituto d’arte vuole sviluppare una professionalità legata ai beni artistici e culturali del suo territorio e per questo ha bisogno di assumere certi docenti qualificati, allora è una scuola azienda?

Solo lo Stato è imparziale, garante dell’obiettività.

Qualcuno ha giustamente notato che la parola concorso è intraducibile in qualsiasi altro sistema europeo. Solo da noi esiste qualcosa di simile a un piano quinquennale di stampo sovietico come quello costituito dai vecchi concorsi. Io capisco che chi arriva al Miur, trovandosi di fronte ad un ritardo spaventoso, si senta tremare le vene ai polsi. Ma occcorre fare delle scelte. Negli ultimi 10 anni abbiamo fatto la riforma dell’università, della scuola, del sistema di valutazione, una buona volta si cominci.

Se abbiamo fatto le cose che lei dice, allora che cosa manca?
Rimane da mettere in asse il sistema del paese e delle competenze dei giovani con quello del mondo del lavoro e possibilmente con qualche chance di entrarvi. Per dirne una, non c’è bisogno di fare nuovi testi unici. Per costesia, basta: non mettete più mano alle norme perché fate danni alla scuola.

Secondo il ministro “per troppo tempo abbiamo visto nei docenti dei dipendenti pubblici demotivati e sindacalizzati”. È d’accordo?
Ma certo. Non si può non convenire con quel che dice il ministro, l’analisi è perfetta, su questo e su tutti gli altri punti delle sue linee programmatiche. È la traduzione dei principi che è debole. Non vedo, mi passi il termine, proposte “renziane”. Ripeto, il problema sono le scelte. E metto in cima alla lista il reclutamento di docenti e dirigenti e la valutazione.

Torniamo alla valutazione. Giannini ha definito l’applicazione del Regolamento 80/2013 un “impegno politico”. Al momento di scriverlo Profumo volle che i docenti non fossero valutati direttamente. Poi il ministro Carrozza ha cambiato direzione all’Invalsi: agli economisti dell’istruzione si è preferito un ibrido più conciliante, quello che sembra impersonato dalla presidenza Ajello. Verso dove andiamo?
C’era da aspettarsi che la reazione di una parte della scuola fosse abbastanza dura verso l’importazione di modelli stranieri, peraltro già cominciata con la Moratti. È evidente che quando hai un sistema che per tantissimo tempo ha funzionato come la pubblica amministrazione, non puoi pensare di cambiarlo solo facendo un regolamento. È l’illusione più frequente nel mondo della scuola: fare una direttiva e pensare che il sistema si adegui.

Quindi?
Quello che in questi anni è mancato alla valutazione è la traduzione operativa, e perciò “altra”, dei dati normativi stabiliti a tavolino. Se dài un indirizzo politico in un contesto differenziato e disomogeneo, o lo adatti garantendo flessibilità al sistema, e quindi dando autonomia a scuole e reti di scuole perché lo adattino ai loro contesti, oppure avrai delle zone che si adattano e altre che restano refrattarie.

Dunque occorre cominciare dall’autonomia?
È l’unica strada. Diversamente Viale Trastevere non ce la fa a rendere operative le scelte politiche.

Non servirebbe, come dice il ministro, una modifica dello status giuridico dei docenti?

 

Certamente. Ma tradurla in fatti significa cominciare a ragionare − e qui la levata di scudi sindacale sarà terribile − sulla differenziazione del ruolo unico. Oggi il docente non è un libero professionista della conoscenza e dell’apprendimento; c’è il dirigente e c’è la massa indifferenziata dei docenti, manca un middle-management differenziato, flessibile, capace di personalizzare il lavoro.

Da dove si parte?
Forse proprio dal reclutamento. È vero che il concorso fa parte della norma costituzionale, ma è anche vero che le traduzioni del concorso nelle pubbliche amministrazioni sono diverse. Aver introdotto il Tfa è una cosa buona; se però il concorso è unico per tutte le figure, siamo − come dire − sempre da capo. 

Tre cose da fare subito.
Una riorganizzazione del ministero vera. Vuol dire non solo cambiare il capo di gabinetto o i direttori generali, ma adottare un modello per cui il Miur indirizza, coordina, monitora e valuta ma poi ha nella sua amministrazione periferica dei reali centri di servizio alle scuole e non 20 piccoli ministeri che ripetono nelle regioni (tranne le regioni speciali autonome) quello che si fa centralisticamente a Roma.

Su merito e valutazione?
Evitare di cominciare dalla “coda”, come avviene proprio se si parte dal merito. Irrita tutti e non risolve i problemi. Se non hai prima individuato un nuovo status professionale è difficile parlare di merito. Quindi cominciamo dal capo, cominciamo cioè a cambiare il sistema di reclutamento, e a ridefinire il ruolo professionale del docente, del middle-management e del dirigente. vediamo quali sono gli esiti e dopo due-tre anni parliamo di sistema premiante.

(Federico Ferraù)

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