SCUOLA/ Paritarie, quando l’Isee “dà una mano” alla spending review

Una recente sentenza del Tar Lombardia sulla Dote Scuola della giunta Maroni è l’occasione per fare un punto sul sistema che ha a fondamento l’Isee. La lettera di MARIA EVA VIRGA

13.04.2014 - Maria Eva Virga
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Immagine di archivio

Caro direttore,
nei giorni scorsi ha fatto discutere una sentenza emessa dal Tar Lombardia che boccerebbe una parte del sistema di incentivo allo studio denominato “dote scuola”. Di fatto, però, il “buono scuola” non aveva bisogno di bocciature, visto che, conti alla mano, era già stato “screditato” e non dai suoi avversari. 

Infatti, anche se il presidente Roberto Maroni aveva promesso che il nuovo governo della Regione Lombardia non avrebbe tagliato il contributo “dote scuola”, che permette anche alle famiglie meno abbienti di poter scegliere se far studiare il proprio figlio in una scuola paritaria – primaria o secondaria di primo e secondo grado -, nei documenti allegati alle domande da presentare per ottenere il cosiddetto buono scuola spicca una riduzione molto forte dei contributi. 

Ma andiamo con ordine. Con l’apertura della procedura di domanda di contribuzione, in vigore dal 20 marzo fino al 22 maggio 2014 per l’anno scolastico 2014/15, i genitori sono chiamati, come gli anni scorsi, a compilare i campi relativi a tre tipologie di sostegno economico: per il buono scuola, per l’acquisto di libri e dotazioni tecnologiche o per sostenere lo studio di figli con disabilità. 

Ma il calcolo reddituale non avviene più a partire dal reddito (seppur lordo) familiare, bensì in base all’Isee (Indicatore di situazione economica equivalente) che, peraltro, va fatto certificare da un centro fiscale o da un commercialista (con i relativi costi). Nel dettaglio: il contributo Buono Scuola”, finalizzato a sostenere gli studenti che frequentano una scuola paritaria o statale che prevede una retta di iscrizione e frequenza per gli studenti che frequentano percorsi di istruzione, è destinato a famiglie con Isee inferiore o uguale a 38.000 euro.

Il “Contributo per l’acquisto di libri di testo e/o dotazioni tecnologiche è invece destinato solo alle  famiglie conIsee inferiore o uguale a 15.458 euro, esclusivamente per l’acquisto dei libri di testo e/o dotazioni tecnologiche e, attenzione, soloper gli studenti frequentanti le scuole secondarie di primo grado (le “medie”, in sintesi) e per le sole classi I e II delle scuole secondarie di secondo grado. E per le classi che vanno dalla III alla V? Tutto tace.

Un terzo tipo di contributo per fortuna rimane sganciato dal calcolodell’Isee: è quello relativo alla “Disabilità”,destinato agli alunni disabili che frequentano precorsi di istruzione in scuole paritarie che applicano una retta, indipendentemente dal valore Isee.

Il problema è che nella somma che compone l’Isee rientrano il reddito familiare, ma anche, ad esempio, gli immobili posseduti. Non concorrono invece alla determinazione eventuali debiti, anche se fossero ingenti.

Prendiamo, per capire meglio, il caso di una famiglia “medio-benestante” di 4 persone (due adulti che lavorano e due bambini che frequentano la scuola primaria) che possiede un appartamento di  circa 100 mq nella città di residenza e un altro al mare o in montagna (magari ereditato dai nonni): il valore dell’Isee di quella famiglia rientrerà presumibilmente nella fascia indicata dalla Regione “16.000-28.000 euro”. Un indice alto, certamente, ma che in nessun modo corrisponde alle entrate reali che ogni mese “incassa” quella famiglia e può effettivamente spendere.

A questa famiglia verranno corrisposti, l’anno prossimo, contributi regionali, per la componente buono scuola, di 350 euro a figlio. La stessa famiglia, con lo stesso Isee ma conteggi diversi per determinare l’entità del contributo regionale “dote scuola”, l’anno scorso ha ricevuto 500 euro a figlio. Con uno “scarto” totale, insomma, di ben 300 euro. 

Naturalmente per le classi delle scuole medie superiori gli scaglioni si ampliano e i contributi pure, ma la riduzione è ugualmente avvertibile, poiché le spese annuali per questi ordini di scuole sono di molto superiori alle rette delle scuole primarie. Se infatti il costo annuale, esclusi i pasti, di una scuola primaria in Lombardia parte da un minimo di 3.000 euro, quello di una scuola media si aggira intorno ai 4.000 e quello di una scuola superiore è di almeno 5.000 euro.

Aggiungiamo a tutto ciò il fatto che, per paura di dover pagare l’Imu, diverse scuole paritarie, in maggioranza cattoliche, hanno incrementato le rette, anche di 150-200 euro l’anno. Perciò una famiglia “media” si troverà, durante l’anno scolastico 2014/2015, a spendere qualche centinaia di euro in più senza poter contare sul contributo regionale su cui finora aveva sperato.

Un problema di spending review? Probabilmente. E magari lo si poteva immaginare, visti i tempi e dato anche che, negli anni, il contributo, a parità di reddito famigliare, era già diminuito. Oppure un problema di recupero di eventuali sperperi della passata gestione? Forse anche questo. Peccato che in campagna elettorale tutti questi conti non erano certo saltati fuori. Insomma, i dirigenti del precedente governo lombardo avranno forse mangiato tanto caviale, ma perlomeno hanno mantenuto la promessa di salvaguardare un accesso più ampio alla scuola libera.

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