SCUOLA/ L’ipocrisia delle regole, la verità del perdono

Davvero l'”educazione alla legalità” (una delle tante “educazioni” possibili) viene dalle regole e dai decaloghi? Cosa può davvero fare la scuola? Da Napoli, FILOMENA ZAMBOLI

04.04.2014 - Filomena Zamboli
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Immagine di archivio (Infophoto 2)

Se c’è una cosa che ho sempre mal sopportato da quando ho messo piede nella scuola italiana è l’educazione alla legalità. Che vuol dire? Che cosa è “legale”? A cosa ci dobbiamo educare? Che il concetto della legalità sia contenuto nell’educazione è del tutto ovvio. È come dire che il compito degli insegnanti sia innalzare il più possibile gli esiti di apprendimento degli alunni. Se no, cos’altro? Tante volte, infatti, questa mission non permane come nucleo fondante dell’operare della scuola: il docente esiste, ha ragion d’essere,  perché il ragazzo possa imparare e crescere. Bene. Sempre di più. Non per applicare una serie di regole. Esse sono solo lo strumento per una “buona” scuola, non l’essenza. 

Ecco: una serie di regole, questa è, tante volte oggi, l’educazione alla legalità. Che nulla ha a che fare con il punto sorgivo che suscita nella persona il desiderio e il bisogno di una “cultura” della legalità. Dovremmo rispondere, invece, alle domande dei ragazzi: cosa è il Diritto della persona umana? E cosa è la Giustizia? Prendiamo il recente anniversario della morte di don Peppe Diana. E l’Associazione “Libera” di don Ciotti ha organizzato il 21 marzo l’annuale giusta e attesa giornata in memoria delle vittime di tutte le mafie. Per non dimenticare, come la Shoah. 

Solo che noi, a scuola, non facciamo esattamente questo, piuttosto desideriamo dimenticare, distrarci di nuovo. Svagare la mente per non appesantirla di cose troppo tristi. È sufficiente appendere ai muri della classe i decaloghi delle buone regole della convivenza civile: non si fa, non si dice, non è giusto… e così ci siamo messi la coscienza a posto. Anche quest’anno abbiamo ripetuto le azioni di sempre, politicamente corrette, enunciato e denunciato, secondo il sacrosanto diritto della Costituzione, che è molto vile che lo Stato non ci sia. Mentre lo Stato, per sua parte, ha giustamente emanato la sua brava circolare che richiama l’attenzione educativa della scuola italiana sul fenomeno. 

Da qui i progetti, i concorsi a premi, le celebrazioni. Per non dimenticare. Noi, qui giù nelle classi, ci adeguiamo. Ci siamo abituati, per non dire rassegnati al fatto che per la scuola transitano tutte le educazioni, dalla sessualità all’ambiente, dalla cittadinanza al bene comune. Chi non si è espresso sul dovere della scuola di educare e sensibilizzare le nuove generazioni. Chi non si è esercitato in lamentazioni sullo Stato che dovrebbe fare di più, incentivando la cultura della legalità e l’insegnamento del diritto nelle scuole. Io credo, invece, che bisognerebbe piuttosto raccontare ai ragazzi le storie e le vite di questi uomini e donne. Vittime innocenti, Gente seria. Testimoni. 

Raccontare, incontrare, senza anacronismi e senza categorie sociologiche. Come è successo in una scuola di Napoli, al Sacro cuore. Una prof invita una donna che 30 anni fa ha perso la figlia barbaramente uccisa in un agguato di mafia. In realtà la vittima destinata non era la piccola Simonetta Lamberti ma suo padre. Magistrato, che in quegli anni stava conducendo indagini pericolose. Egli rimase solamente ferito e ai primi colpi del commando che doveva giustiziarlo aveva abbassato la testa decretando, senza volerlo, la morte della  piccola. 

Racconta la signora Procaccini, la madre, oggi preside in pensione, ai ragazzi che si erano preparati ad accoglierla. Hanno predisposto la classe con i banchi tutti vicini, a formare un banco solo, intorno al quale sedersi per ascoltare, da lei, la madre, che ha impiegato una vita intera a riprendersi un po’ di vita. L’hanno nutrita per un anno e mezzo con le flebo, dopo l’assassinio. Poi sono venuti altri due figli. − Perché? – chiedono i ragazzi. E lei: non avevo altro modo per affermare la vita. Poi la separazione dal marito. − Perché? − Non si è mai veramente ripreso dal dolore infinito. − E lei come ha fatto a superare il dolore? − chiedono ancora i ragazzi. − All’inizio mi ha aiutato l’aver cominciato a scrivere poesie che a rileggerle oggi sembrano bruttissime, spezzate. Non ho mai pensato neanche per un attimo all’assassino di mia figlia. − Ma nel caso che se lo trovasse davanti? incalzano gli alunni della professoressa Falduti.

E la madre racconta come ciò sia realmente successo. In tribunale, lo scorso ottobre, alla riapertura del processo, dopo trent’anni, per l’omicidio della piccola Simonetta. Del commando, composto di cinque persone, uno solo era sopravvissuto alle faide di mafia nel corso degli anni e costui è in carcere, condannato all’ergastolo, per altri motivi. Un giorno chiede di conferire con il magistrato e gli racconta di essere l’assassino della piccola Simonetta Lamberti. Come mai, dopo trent’anni, e per nessun vantaggio apparente, un uomo ormai condannato all’ergastolo vuole confessare un altro omicidio? Risponde così al magistrato che glielo chiedeva: ho visto in carcere un filmato in cui si uccide una bimba bionda dai boccoli d’oro e la frangetta e non ce l’ho fatta più a tenermelo dentro. Alla prima udienza del processo chiede anche di incontrare la madre. Lei accetta. E lui le chiede perdono. − E lei cosa ha fatto? − chiedono i ragazzi, quasi con il timore di spezzare il silenzio che è sceso in quella classe di solito vivace e chiassosa. La madre: l’ho visto in gabbia, come un animale allo zoo. − Se non ti perdono, a me non ne verrà niente. Ma se ti perdono, qualcosa di buono può venire alla tua vita −. 

Racconta la prof, e questa è la parte più vera, che quel perdono la signora “lo stava ridicendo per noi. Lo stava riperdonando davanti a noi”. E quando se ne è andata ha baciato i ragazzi uno ad uno. Prima di incontrarli si era fatta raccontare chi erano, il preside della scuola le aveva illustrato alcuni momenti di fatica personale che qualche ragazzo di quella classe stava vivendo. Ora la signora Procaccini, oltre a fare la nonna, dedica il suo tempo a un progetto con i detenuti del carcere di Nisida. Scrive poesie, con loro. E loro l’attendono, perché anche un carcerato è un uomo. − Mi aspettano come un momento di respiro −. 

In quella classe non ci sono decaloghi. E non si insegna il diritto costituzionale o penale ma la vita. Cioè qualcosa che rinasce nella persona, e non una serie di regole. Magari la prossima riforma della scuola potrebbe prevedere di insegnare la storia attraverso i testimoni che muovono l’animo e accendono il cuore e la ragione. Altrimenti ci pensiamo noi, come al Sacro Cuore. Succede a Napoli.

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