SCUOLA/ Feuerstein, non c’è educazione senza felicità

Reuven Feuerstein (1921-2014), ebreo romeno recentemente scomparso, è stato uno dei grandi maestri dell’educazione contemporanea. Che cosa occorre per educare? MANUELA CERVI 

08.05.2014 - Manuela Cervi
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Reuven Feuerstein (1921-2014) (Immagine d'archivio)

Martedì 29 aprile (la notizia è arrivata in Italia solo giorni dopo) si è spento nella sua casa di Gerusalemme Reuven Feuerstein, classe 1921, ebreo rumeno, internato nel 1944 e scampato all’Olocausto grazie a un modo di usare la ragione che passò poi la vita a educare: “Abbi fiducia, perché la speranza c’è” era il suo motto. Se hai fiducia di poterti salvare, allora la tua capacità di osservare si acuisce; i dettagli si stagliano chiaramente nel pensiero; vedi cose, persone, situazioni che altrimenti non avresti visto; metti assieme quei dati in vista di un obiettivo, e poi quando la vita lo permette, arrivi a vedere la via d’uscita, e la tenti, e ne esci libero, sperimentando così che un motivo per sperare esiste. Non solo esiste, ma ti restituisce salva la vita, nonostante il mondo fuori si accanisca, infierisca, tormenti, perseguiti, strazi te e la tua gente.

Poco più che ventenne, a Bucarest Feuerstein insegnava già ai figli dei deportati, e poi in Israele continuò a educare i bambini e i ragazzi sopravvissuti alla persecuzione. Ha dimostrato che per educare ci vuole qualcuno che medi, che si metta in mezzo tra te e la realtà, sapendo farti percorrere tutta la distanza che ti separa da essa; sapendo come aiutarti a entrarvi fino in fondo; sapendo come fartela conoscere (intenzionalità). 

Ha dimostrato che chi impara non può rimanere passivo, ma deve diventare il protagonista del cammino che sta facendo; potrebbe anche modificare profondamente la prospettiva, l’angolo di visuale o di lettura della realtà che riceve, ma proprio il fatto di riceverla lo rende capace di attestarne una propria (reciprocità). 

Ha dimostrato che per educare occorre aiutare a trascendere l’immediatezza, la superficie del dato, con un’intelligenza, con una capacità cioè di vedere le cose fino in fondo, che va molto al di là di quanto riesco a misurare (trascendenza). Se ad esempio – diceva – prima di sedermi a tavola mi lavo le mani; me le lavo in un certo modo, e poi come avviene nella nostra cultura benedico il Re dell’universo prima di iniziare a mangiare, e poi mangio alcuni cibi e non altri, e in un dato ordine in relazione ad eventi che condivido culturalmente con un intero popolo, allora faccio del mangiare un’esperienza che va molto al di là di un fatto di mera sussistenza biologica, e che mi inserisce in un ordine di vita dentro il quale le cose assumono un significato. Questo è precisamente ciò che rende umano quel mangiare – diceva: la possibilità di trascendere la sua immediatezza.

Infine ha dimostrato che per educare è necessario tradurre, trasportare, portare con sé il significato che le cose hanno. «Professor Feuerstein – gli chiesi un giorno – in Italia quello che lei definisce “significato” viene tradotto e spiegato nei modi più diversi, irriconducibili l’uno all’altro. Per lei in che cosa consiste esattamente il “significato” al quale educare?». E lui mi rispose: «The meaning of life»: un senso dell’esistere mio, dell’altro, delle cose, del reale. Senza un senso del reale non si introduce al reale, non si educa. Chi vive senza un senso della vita, del proprio esistere, dell’esistere delle cose, non è perché non ne abbia il bisogno – diceva −, ma perché quel bisogno in lui, non trovando risposta, nel tempo si è assopito. Eppure rimane lì, strutturalmente presente, strutturalmente definitorio dell’umano, aperto a qualsiasi ipotesi da verificare, che, lontano dall’essere un’imposizione, sarà invece l’unica occasione data a ciascuno per andare alla ricerca di una risposta vera, personale, inalienabile, al proprio bisogno di senso (significato).

E Reuven Feuerstein capì così perfettamente che queste (intenzionalità e reciprocità, trascendenza, significato) sono le tre condizioni che salvano l’umano nell’uomo, anche fuoriuscito da un campo di sterminio, da passare l’intera vita a costruire gli strumenti di un lavoro che rende la ragione capace di allargarsi oltre la percezione immediata delle cose, fino a coglierne il senso. 

Costituiscono quindi l’eredità che egli ci ha lasciato il suo Instrumental Enrichment Program, l’insieme degli strumenti classici (età scolare) e nuovi (età prescolare e scolare di base) per lo sviluppo cognitivo; il suo Learning Propensity Assessment Device, l’insieme degli strumenti per la valutazione dinamica dell’attitudine o della predisposizione dell’uomo ad imparare; la sua Cognitive Map, l’insieme degli elementi implicati nel processo conoscitivo (un contenuto; un linguaggio che lo veicola; un livello di complessità al quale lo si considera; un’operatività elaborativa e astrattiva implicata; una funzionalità dell’intero processo), oltre alle sue Theoretical and Conceptual Foundations, ad esempio la dimostrazione che le capacità elaborative e astrattive della ragione non sono qualcosa di geneticamente fissato, ma strutturalmente modificabile entro l’esperienza, se viene resa possibile da qualcuno che educhi davvero (Shaping Modifying Environments).

Da ultimo Feuerstein ha in parte intuito, ma in parte anche spiegato, il ruolo conoscitivo che, nell’allargarsi della ragione e nel suo diventare capace di adeguarsi, di avvicinarsi al dato di realtà, ricoprono la dipendenza dallo stesso dato; la considerazione dei bisogni dell’uomo implicato nella conoscenza; l’energia conoscitiva del sentire o del sentimento, cioè dell’interesse, della commozione, dello stupore, della meraviglia; la capacità indagatrice della domanda; infine la progressione verso la totalità del dato, ovvero – come scriveva il matematico Francesco Severi – la funzionalità di quanto di volta in volta si conosce a un assoluto che si oppone «come barriera elastica al suo superamento con i mezzi conoscitivi».

Una felicità di bambini e ragazzi nell’imparare e dell’imparare è quanto oggi la sua eredità, come una tavola imbandita, già regala attraverso chi riesce a raccoglierne anche solo le briciole. Il suo motto (tratto da Giobbe posso supporre, sebbene non ne abbia mai trovato conferma) è davvero la più bella immagine di lui e della sua vita: «Tu, però, se ben disponi il cuore, e protendi verso Dio le palme, se allontani il male ch’è nelle tue mani, e non alberghi l’iniquità nelle tue tende, allora alzerai la fronte senza macchia, sarai incrollabile, e non avrai paura di nulla; dimenticherai i tuoi affanni; te ne ricorderai come d’acqua passata; la tua vita sorgerà più fulgida del meriggio, l’oscurità sarà come la luce del mattino. Sarai fiducioso perché avrai speranza».

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