MATURITA’ 2014/ Esame di stato, lettera aperta ai maturandi

- La Redazione

GIANNI MEREGHETTI, insegnante che ha condiviso un altro anno scolastico con i suoi studenti, scrive loro per ricordare il vero valore dell’esame di maturità

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Immagine di archivio

Carissime e carissimi maturandi, domani si inizia, è l’ultimo atto di un cammino che vi ha visti diventare lentamente protagonisti di una avventura che c’entra con il vostro io, tanto che in questo percorso ciò che mi ha colpito e commosso è che sia cresciuta la coscienza del valore della vostra originale umanità. Io vi sono grato di questo, perché mi avete accompagnato a scoprire le “periferie esistenziali” della vostra umanità e in questo viaggio affascinante ho scoperto un po’ di più me stesso, la mia fragilità di cui vi chiedo perdono, e nello stesso tempo il dono della vita di cui sono grato, e avere il vostro sguardo che in questi anni me lo ha quotidianamente ricordato è stato ed è un sostegno da cui non posso oggi prescindere nel guardare a me.

Siete stati, siete importanti per me, avete segnato, segnate il modo con cui sono tornato a guardarmi.

In questi giorni mi chiedo spesso perché siete così importanti e la mia risposta è certa, siete importanti per me, perché siete seri con la vita, siete impegnati con le domande che suscita, sempre tesi ad ogni prospettiva nuova che si apre.

E’ brevissimo ora il tempo che ci si apre davanti, sarà un attimo e presto ve ne sarete andati verso il meglio che un Altro sta costruendo dentro la trama dei vostri incontri e delle vostre intuizioni.

Ma questo brevissimo tempo vi chiede tantissimo, vi chiede di mettere in gioco l’umano. Qui sta il bello di questo esame impossibile, che voi come noi insegnanti lo prendiamo per le corna e lo domiamo, da momento delle norme e delle griglie lo facciamo diventare occasione per mettere in gioco la nostra umanità.

Ci state a questa sfida? Ci state a far diventare questo esame lo spazio e il tempo per parlare di noi?

A ognuno il suo compito!

Io ho visto che voi avete già cominciato; come vi siete preparati a questo esame è già una prima mossa dell’umano, certe vostre tesine mi hanno fatto venire i brividi tanto sono impastate di quello che vi interessa, aver imparato a fare un lavoro di sintesi mentre la scuola vi chiede analisi e solo analisi è una sfida che chiede di essere corrisposta da chi vi interrogherà.

Esprimo solo un desiderio, so di non sapere essere all’altezza del vostro impeto ideale, impacciato a rispondervi riesco solo a balbettare la mia domanda di perdono per il poco che vi ho dato. Di una cosa sono certo, che ho ancora tanto da imparare da voi. Per questo sono contento di fare questi esami con voi, certo che, prima che ve ne andiate sulla strada di un vostro destino buono, mi lascerete un ultimo grande dono, mi racconterete di voi anche nelle periferie esistenziali delle prove e dei colloqui cui sarete sottoposti.

Grazie

Gianni Mereghetti ( più che insegnante un pover’uomo che ha tanto imparato da voi)  

“Ciò che caratterizza l’io nuovo è la verità delle cose, è la verità della realtà, è una intelligenza della realtà nella sua verità, è un amore alla realtà nella sua verità, è un immergersi nella realtà come verità, è un immergersi nella verità della realtà. Gesù quando è risorto ha fatto un’esperienza nuova della sua umanità, del suo essere davanti alla gente, dell’essere nel tempo e nello spazio, del camminare e del mangiare; è un’esperienza sottratta alla forma naturale dell’esperienza. Non era, il suo mangiare, lo stare davanti a Maria e agli Apostoli, come per noi; era stare davanti a tutto quello dentro il possesso della prospettiva ultima, dentro la verità, nella loro verità. Questo è ciò che rende vera anche la nostra esperienza di rapporto tra di noi, di rapporto con le cose, di rapporto con tutto.

Allora, già fin d’ora, se partecipiamo all’esperienza nuova che l’uomo Cristo, risorto da morte, vive sino alla fine dei secoli, noi partecipiamo inizialmente, incoativamente di questa sua signoria sul tempo e sullo spazio. Non c’è alternativa tra Cristo risorto e la decadenza totale verso il niente. Non c’è niente che possa togliere la differenza tra quella verità e la menzogna nei nostri rapporti: l’adesione a quella verità o la menzogna, nei nostri rapporti. Anche il più intimo e il più amato, fino all’ultimo ci lascerebbe con assoluto disinteresse. Mentre il rapporto più amato diventa eterno, un possesso già eterno perché in esso «traluce» qualcosa che tu riconosci. E perciò abbracci ciò che ami con quel distacco dentro che ti fa dire: «In te traluce il grande Altro, Cristo. Amo te come Cristo, amo Cristo in te, amo te in Cristo». E non esiste più l’estraneo, fosse anche il più lontano uomo che vive in Kamchatka o nell’Australia: non esiste più estraneo, e tutto appartiene a me con quel sollievo e quel riposo che mi dà la percezione del punto di fuga che è in tutto e che raccorda tutto e ogni cosa al Destino ultimo, al Mistero ultimo che si è svelato in tutta la sua potenza e misericordia e giustizia: Cristo risorto.

Ma questo è ciò per cui ci svegliamo oramai tutte le mattine: è un orizzonte e un destino, un’intensità di vibrazione, è un vivere e un possedere, perché si è posseduti. È un essere posseduti, ciò da cui parte il possedere, da cui parte la vibrazione e l’intensità, da cui parte la cattolicità, la totalità dei rapporti, con la croce dentro (possesso con un distacco dentro). Ciò da cui tutto parte è l’essere posseduti da Cristo risorto, «immersi nel grande Mistero».

 

(Don Giussani, La familiarità con Cristo)

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