TEMI SVOLTI MATURITA’ 2014/ Analisi del testo, Quasimodo “E ride la gazza nera sugli aranci” (tipologia A) di Emmanuele Riu (Esami di Stato)

- Emmanuele Riu

Oggi su quasi 500.000 banchi in tutta Italia la prima prova della Maturità 2014: EMMANUELE RIU ha svolto per Ilsussidiario.net un esempio della traccia A, l’analisi della poesia di Quasimodo

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Non ha suscitato grande entusiasmo tra gli studenti il tema sul poeta Quasimodo, scelto come traccia letteraria, tipologia A. Sembra infatti che non sia stato trattato in modo approfondito durante il programma, o addirittura lasciato fuori. “Salvatore Quasimodo, Ride la gazza, nera sugli aranci, in Ed è subito sera. Edizione: S. Quasimodo, Poesie e discorsi sulla poesia, a cura di G. Finzi, Mondadori, Milano1996, era comunque la traccia da commentare, tramite a scelta comprensione del testo, analisi del testo e interpretazione complessiva e approfondimenti. Ecco come il sussidiario.net ha svolto la prova grazie al contributo di Emmanuele Riu.

Nel suo componimento, tratto dalla raccolta Nuove poesie del 1938 (poi in Ed è subito sera), Quasimodo rievoca alcuni ricordi della Sicilia della propria infanzia. O meglio, i ricordi riaffiorano in lui quasi oltre la sua volontà, e appaiono alla sua mente non come semplici rammemorazioni ma come «segno vero della vita», come realtà presenti, «forse», come premette prudentemente il poeta a inizio componimento.

Fanciulli che giocano vociando davanti alla chiesa, la marea che arriva scrosciando fino ai pozzi scavati in riva al mare… l’illusione che queste immagini siano qualcos’altro oltre che ricordi è solo una fugace illuminazione iniziale: col procedere del testo diviene più chiaro al poeta che esse sono frutto della memoria che «concede [loro] breve sonno», non impedisce che si destino dolci nella coscienza del poeta. Fino ad arrivare all’amara constatazione: «Questa è l’ora: / non più mia, arsi remoti simulacri».

Il poeta a questo punto si abbandona, “invocando” il «vento del sud forte di zàgare [il fiore dell’arancio, tipico della primavera siciliana]», ad una serie di immagini della natura e della sua infanzia suscitate dal ricordo.  

Il primo verso della poesia, come accennato in precedenza, è luogo deputato dal poeta ad esprimere il fatto che le reminiscenze che emergono in lui sembrano avere, in principio, una parvenza di realtà, una reale consistenza, e non il carattere sbiadito del ricordo. Ma in pochi versi il poeta si rende conto di come tutto questo sia semplicemente frutto della «pietà della sera», che nella sua dolce “misericordia” ridona al poeta la serenità e la purezza del passato, permette che si levino davanti ai suoi occhi sognanti (o forse più coscienti della profondità della realtà?) le «ombre / riaccese» di ciò che è stato.

La memoria in questo frangente gioca un importante ruolo di rievocazione ma anche di trasfigurazione: quel che ci viene presentato non è semplicemente un grumo di fredde immagini, di scarni fatti o accadimenti, ma quasi una sinfonia di ricordi che, idealizzati sotto una luce nuova, si rivestono di un’armonia rasserenante assumendo quasi una compiutezza mitica. Questa sensazione di abbandono sereno convive, in un contrasto drammatico e stridente, con la sotterranea coscienza del poeta che tutte le figure che appaiono davanti a lui non sono altro che «arsi, remoti simulacri», vuote apparenze, lontane nel tempo e arse dal fuoco, tanto da quello del torrido caldo siciliano quanto da quello del tempo che scorre inesorabilmente.

L’atmosfera mitica si rende particolarmente manifesta nel danzare e nel vocìo quasi cantato dei fanciulli che, leggeri come in una favola e privi dell’arida carnalità della realtà, danzano sul prato di fronte alla chiesa; ma soprattutto nell’elenco di immagini che occupa gli ultimi versi della poesia: l’invocazione al vento in apertura e la successione continua delle figure danno al passo un’intonazione mitica, quasi epica. In tutto questo anche la natura assume una veste mitica, un’apparenza verginale e primitiva, astratta da ogni contingenza spaziale e temporale.

Tutta la poesia si gioca su una serie di contrasti e di movimenti alternati e contraddittori: dal presente al passato, e viceversa, ricordo opposto a realtà… L’atmosfera estatica si traduce in uno sconquassamento del tempo lineare: la considerazione in apertura introduce sì le immagini, ma descrivendo la reazione del poeta ad esse, e dunque ad esse posteriore nell’ordine temporale (mentre qui viene ad anticiparle). Questo meccanismo, oltre a ricordarci implicitamente che siamo in presenza di una sapiente rielaborazione dell’esperienza, ci immerge in una dimensione nella quale passato e presente si fondono senza soluzione di continuità. 

Ma è un’esperienza fragile, la frattura o la presa di coscienza riemerge di tanto in tanto. I tre enjambements ai vv. 4-6 danno all’immagine dei ragazzi danzanti, che tende continuamente alla musicalità discorsiva e continuamente viene spezzata, l’andamento tremulo del ricordo. La sezione centrale, che vede il poeta dialogare drammaticamente con i propri ricordi nel tentativo di capire se siano o meno realtà, prepara ritmicamente, in un ribollire meditativo, lo slancio finale: l’invocazione al vento approfondisce il dialogo del poeta con una natura personificata che comincia già al v. 5 («pietà della luna») e percorre tutto il componimento; l’accumulo di immagini (come quella dei fanciulli, resa icasticamente attraverso l’anastrofe «nudi dormono / fanciulli») per asindeto instaura un climax che giunge al culmine al v. 16, per poi subire una forte battuta d’arresto con l’immagine dell’airone che avanza, lento, verso l’acqua fiutando il fango: la marea dei ricordi sembra arrestarsi, e il riso della gazza, «nera sugli aranci», venato da una non troppo nascosta volontà irrisoria, chiude con amarezza la poesia. Posto poi come titolo di tutto il componimento, il verso finale assume valore di giudizio su quanto successo, come una forma di epitaffio.

Il Quasimodo che incontriamo qui è il Quasimodo più propriamente ermetico. Numerosi sono gli artifici retorici che ricorrono nel testo, confermando quella volontà di astrazione che l’ermetismo impone al proprio linguaggio con precisi intenti semantici: già citati i frequenti enjambements che spezzano di tanto in tanto il discorso; l’ellissi dell’articolo al v. 8 esalta e sottolinea la statuaria figura della memoria; la frase nominale al v. 11 (così come il climax, già analizzato, dei vv.12-16) rientra a pieno titolo in quella tensione, propria degli ermetici, a ridurre ogni discorso ragionativo e a procedere per accumulo di immagini; i «campi / umidi d’orme di cavalle», al limite dello zeugma, provocano un senso di estraniamento che è ancora tipicamente ermetico, raggiunto spesso, in altri componimenti, tramite la sinestesia (celebre l’urlo nero di Quasimodo ne “Alle fronde dei salici”, in Giorno dopo giorno). Tutto questo armamentario di meccanismi retorici si inserisce in quella tendenza del movimento dell’Ermetismo ad allontanarsi dal reale e dal contingente per giungere ad una profondità nuova del reale. Strumenti in vista di questa astrazione sono appunto una profonda difficoltà di linguaggio, sintattica, lessicale e figurale, e una scelta di temi che non hanno nulla di prettamente storico o contemporaneo. Tutto ciò contribuisce ad una ascetizzazione del dettato poetico che scava ancora più profondo il fossato che in quegli anni separa il pubblico “comune” e la poesia. 

In questo cammino di “distanziamento” è fondamentale, per Quasimodo, la dislocazione operata utilizzando il dispositivo della memoria: se “Ride la gazza, nera sugli aranci” ci può riportare ad un certo Ungaretti diSentimento del tempo, fonte privilegiata insieme a Montale per gli ermetici (vedi ad esempio “O notte”, con la sua amarezza rammemorativa), il ricordo che fa della Sicilia una terra appartenente sia al proprio passato che ad un passato mitico ci conduce, ad esempio, alla classicità siciliana della “Strada di Agrigentum”, della medesima raccolta, o al grido sofferto di “Lamento per il Sud”, dove, seppur distanti dal linguaggio prezioso ed ermetico della fine degli anni ’30 e dei primi anni ’40 (siamo ora nel 1949), ritroviamo l’amarezza di un ricordo che non tornerà più, ma anche, a differenza di prima, il dolore per una terra non più “vergine” ma straziata dalle lotte contadine. 

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