SCUOLA/ Se il programma è “tiranno” bisogna usare le forbici

Che significato ha il programma? È l’elenco dei contenuti o una organizzazione diversa dell’insegnamento disciplinare? Ancora a proposito della storia. GRAZIA FASSORRA

06.06.2014 - Grazia Fassorra
scuola_studente_esame2R400
Infophoto

Caro direttore,
quello che non riesco a capire nella precisazione del professor Mereghetti del 4 giugno è la sua “strada” numero due (evito la prima per coerenza con me stessa) ovvero un’ invocazione alla vera autonomia ed all’educazione alle competenze: cose che già esistono e da molto tempo, basti, per tutti, il documento di accompagnamento al DM 139 del 2007 sui 4 assi dell’obbligo di istruzione (ministro Fioroni). 

Qui approfondimenti, impianto interdisciplinare, visione della complessità del reale sono abbondantemente contenuti. 

La domanda che mi faccio è: quanto praticati? Ho il sospetto (e in tanti casi, le prove) che non lo siano molto. Non si tratta di programmi (già detto, passati in damnatio memoriae) ma di un impianto metodologico che costringe l’insegnante ad uscire dalla tradizionale solitudine ed a misurarsi con gli altri colleghi per costruire percorsi di senso (per i ragazzi). Anche di storia contemporanea, in modo approfondito, in grado di far loro cogliere la trama e l’ordito degli avvenimenti umani. Non solo quindi i fatti, ma tutta la complessità della realtà, come richiama  Giovanni Cominelli quando ha definito la storia un “ambiente epistemologico”. 

Non ci può essere contrapposizione tra “programma” e approfondimento della disciplina: significherebbe immaginare un percorso sul quale, per “finire il programma”, ci si muove a volo d’uccello, sfiorando la superficie dei contenuti; se invece, non si finisce il programma, ciò avviene perché si sono approfonditi gli argomenti, come sostiene il prof. Mereghetti.  Se è davvero così, non se ne esce. 

Ma che significato ha il programma? È l’elenco dei contenuti all’interno di una lunga lista o l’organizzazione dell’insegnamento disciplinare all’interno di un gruppo di allievi?

Preferisco un altro punto di vista: mi interessa cosa i ragazzi imparano, molto di più di quanto programma ho svolto, ma mi interessa costruire un percorso, insieme ai miei colleghi, dividendo con loro il lavoro, che consenta agli studenti di affrontare i temi della contemporaneità in tutta la loro complessità. 

Perché con i colleghi? Per evitare di cadere nel “delirio di onnipotenza” che ogni tanto ci porta a pensare di poter affrontare tutti i problemi da soli. E inoltre i punti di vista diversi, anche nei linguaggi, aiutano a capire quanto il mondo sia costruito su una rete di relazioni, su più livelli, leggibile solo se si è padroni di una pluralità di discipline di cui la storia sia sintesi ed interprete. Perché si tratta di accadimenti umani e l’umanità non è leggibile con un solo cannocchiale.

Ma mi piacerebbe che si uscisse tutti dall’ipocrisia e confessassimo una cosa: da sempre gli insegnanti hanno interpretato il “programma”, anche quando era obbligatorio: chi non si ricorda del numero di canti della Commedia di Dante da portare agli esami e non solo da parte degli studenti dei licei? 

Ci fu un ministro che, nei primi anni 90, ne fece oggetto di ispezioni nelle scuole, per verificare l’adempimento alla norma (ricordo che i programmi erano pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale). Credo che abbia avuto una grossa delusione.

Possibile che il “programma” esistesse quando era oggetto di trasgressione e sia stato riesumato oggi senza possibilità di trasgressione quando ormai ha ricevuto onorata sepoltura? 

Il professor Mereghetti chiede autonomia: ce l’ha, ha le Indicazioni nazionali con la descrizione delle competenze, ha la certificazione dell’obbligo (idem), ha la norma dalla sua parte. Che cosa lo frena dunque? Il ‘900 è un secolo, ma è già cominciato da 14 anni anche il 2000, e con quali avvenimenti! Non possiamo permettere che i nostri ragazzi restino ignari di ciò che li circonda o capiscano solo in parte. 

Se il tempo è tiranno, si usano le forbici e si costruisce un “programma” autonomo nel quale hanno la precedenza i contenuti (e tutto ciò che li sostanzia) più formativi. Il mio richiamo ad un’analisi epistemologica delle discipline aveva questo scopo. Così gli insegnanti, da meri esecutori dei vecchi programmi (ammesso che lo mai siano stati) diventano professionisti dell’insegnamento e danno finalmente un calcio alla scuola che non ci serve più.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori