SCUOLA/ Non si usa una prof lesbica contro la parità scolastica

- int. Annamaria Poggi

È bufera sulla decisione dell’Istituto Sacro Cuore di Trento di non rinnovare il contratto a una docente lesbica. Il commento di ANNAMARIA POGGI, costituzionalista

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È bufera sulla decisione dell’Istituto Sacro Cuore di Trento di non rinnovare il contratto a una docente della scuola quando si è appreso che è omosessuale. Il caso agita da giorni i giornali locali e sabato scorso è rimbalzato sulla cronaca nazionale per un articolo apparso sulla 27ma ora del Corriere della Sera. Alla scadenza del contratto la docente, stimata e professionalmente irreprensibile, viene convocata per un colloquio con la superiora, suor Eugenia Libratore. “Mi ha detto chiaramente che c’erano delle voci sul mio comportamento sessuale e che era necessaria una mia smentita per ottenere un rinnovo”, ha spiegato la docente in un’intervista all’Adige. “Ho trovato la sua richiesta un mero esercizio di potere, visto che nessuno può intrufolarsi nel mio letto”.
La direzione della scuola prima ha emesso un comunicato nel quale ha giustificato il mancato rinnovo con ragioni economiche, poi la superiora ha scoperto le carte. “Devo tutelare l’ambiente scolastico. Dovendo scegliere un insegnante per una scuola cattolica, devo fare anche valutazioni dal punto di vista etico morale. La scuola cattolica ha una sua caratteristica e un insieme di aspetti educativi e orientativi: a noi sembra di doverla difendere a tutti i costi” ha detto ieri la superiora al Corriere della Sera.
Il caso è subito diventato politico. I comitati Tsipras, che hanno reso nota la vicenda, parlano di disciminazione omofoba, è d’accordo con loro il sottosegretario Scalfarotto (“discriminazione intollerabile”). Se l’episodio fosse “legato a una discriminazione di tipo sessuale agiremo con la dovuta severità”, ha detto ieri il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini.
Annamaria Poggi, costituzionalista e presidente di Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, ha un’altra opinione. “Qui ci sono in gioco due valori che devono trovare un bilanciamento. Non si può fare come se la scuola, con la sua identità, e i genitori che l’hanno scelta, non ci fossero”.

Professoressa Poggi, si può essere licenziati perché omosessuali?
Nel nostro Paese nessun soggetto pubblico o privato può licenziare per tale motivo, perché vi è un contrasto diretto con l’art. 3 della Costituzione e con il principio di uguaglianza. Inoltre il codice civile dice che si può licenziare solo per “giusta causa” – ad esempio il fallimento dell’azienda – o per giustificato motivo (un comportamento molto grave da parte del lavoratore).

E se ciò accadesse?
Se vi fosse un licenziamento per un motivo del genere, la persona lesa potrebbe rivolgersi direttamente al giudice ordinario, quale giudice del lavoro, ed ottenere giustizia in tempi rapidissimi.

Nel nostro caso la scuola non ha rinnovato il contratto di lavoro in presenza di elementi che hanno fatto ritenere che la professoressa è lesbica. L’Istituto Sacro Cuore è una scuola cattolica e parificata. Le famiglie secondo lei hanno il diritto ad una formazione secondo l’insegnamento morale della Chiesa?

Credo proprio di sì. Credo cioè, che anche in forza dell’art. 33 della Costituzione le scuole non statali possano darsi statuti ritenuti conformi ai propri valori di fondo. In questo caso le famiglie che iscrivono i loro figli in quelle scuole fanno “affidamento” sui valori dichiarati nel Pof (Piano dell’offerta formativa, ndr) dalla scuola. Anzi direi di più: gli insegnanti che vengono assunti in quelle scuole devono aderire al Pof ed ai valori in esso contenuti. Proporrei pertanto di provare a leggere la vicenda in maniera più complessa, più rispettosa di quanto è realmente avvenuto.

Ovvero?
Ovvero, anche dal punto di vista della scuola e dei genitori che l’hanno scelta: se un insegnante non aderisce al modello prefigurato dal Pof di una scuola cattolica (ad esempio impegnarsi a trasmettere i valori della famiglia tradizionalmente intesa) non credo che si possa parlare di discriminazione in caso di non rinnovo o non stipula iniziale del contratto. Qui ci sono in gioco due valori che devono trovare un bilanciamento. Non ci sono il nero e il bianco, la cosa è un po’ più complessa da come è stata ricostruita da coloro che hanno subito gridato allo scandalo.

È discriminante sapere che cosa insegna la docente?
In generale no, perché vale il discorso di cui sopra. Se poi insegna anche certe materie (religione o filosofia, ad esempio) il problema è ancora più fondato. Ma per il motivo che dicevo: l’insegnante assunto in una scuola paritaria deve impegnarsi a rispettare la “carta di identità” della scuola.

“Il problema non è se io sono o non sono lesbica ma il fatto che mi venga chiesto e che da questo fatto privato dipenda il rinnovo di un contratto di lavoro”. Lo ha detto la docente in una intervista all’Adige.
La questione è un’altra, e cioè che la donna vorrebbe insegnare in una scuola dove i genitori degli iscritti fanno affidamento sul fatto che vengono trasmessi valori diversi da quelli in cui lei si riconosce. Nessuno metta in discussione le sue scelte di vita privata, ma allo stesso tempo l’insegnante in questione non può pretendere di cambiare lo statuto antropologico di una scuola cattolica. Credo sia doveroso pretendere rispetto per lei, ma anche per la scuola e per i valori cui vuole ispirare la sua azione educativa.

Per Lista Tsipras la docente è stata allontanata perché omosessuale, dunque si tratta di una discriminazione omofoba che va contro l’articolo 3 della Costituzione. Come commenta?
Direi proprio di no. Anzitutto perché non è stata licenziata, ma non le è stato rinnovato un contratto. E mi pare una bella differenza. Poi mi pare opportuno rammentare ai comitati Tsipras che qui l’art. 3 della Costituzione è richiamato a sproposito per i motivi che dicevo sopra: occorre bilanciare l’interesse della docente con l’interesse della scuola.

Mauro Bondi, presidente del Comitato laici del Trentino, ha spostato il discorso su un altro piano. “Mi pare del tutto logico che una scuola cattolica, con i suoi principi, che non sono i miei, possa avere fatto una scelta di questo tipo. Il punto non è però quello che può decidere o meno una scuola privata, ma che il pubblico non può finanziare una scuola che discrimina e va contro la Costituzione”. Che ne pensa?

Che in questo modo si va contro l’art. 33 della Costituzione, il quale parte dal presupposto che le scuole paritarie sono scuole di “tendenza” e ne legittima pienamente lo status all’interno del sistema pubblico allargato. Del resto la nostra non è una Costituzione dittatoriale: non permette che sia solo lo Stato a gestire le funzioni pubbliche, ma consente invece anche ai privati di farlo, rispettando in tal modo pienamente i diversi valori che la società al suo interno può esprimere.

Nel 2007 in Provincia di Trento venne indetto un referendum per abolire il finanziamento pubblico delle scuole paritarie. Non raggiunse il quorum, pertanto tutto rimase com’era e le scuole private hanno continuato a godere del contributo previsto dalla legge provinciale. Quindi?
Che cosa posso dirle? “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…”, che nella mente di certi politici e intellettuali nostrani, che dovrebbero ogni tanto fare un bagno di umiltà e pensare che quello che le persone desiderano può essere diverso dalle loro pur meravigliose idee, e che ciò non è necessariamente frutto di ignoranza. Il giacobinismo di un certo ceto intellettuale italiano è davvero ormai fuori luogo e senza più nessun retroterra effettivo.

La docente ha reso la vicenda pubblica, ma pare che non abbia sporto denuncia. Secondo lei cosa accadrà?
Non saprei contro che cosa poteva sporgere denuncia. Per il resto è un bene, invece, che di queste questioni si dibatta, magari a fondo e con serietà, cercando di superare l’ideologismo che su certi tema purtroppo continua a regnare sovrano.

(Federico Ferraù)


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