SCUOLA/ Educazione “ambientale”? C’è il solito rischio del politically correct

- Mario Gargantini

Sarebbe in arrivo da settembre prossimo (il condizionale è ovviamente d’obbligo) una nuova disciplina, l’educazione ambientale. Il commento di MARIO GARGANTINI

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Immagine di archivio

Bisognerà leggere attentamente le duecento pagine del dossier contenente le linee guida che accompagneranno l’ingresso dell’educazione ambientale nella scuola italiana dalla porta principale: le prime reazioni e i commenti alla notizia diffusa nei giorni scorsi sono improntati all’entusiasmo e all’apprezzamento per il fatto di rendere obbligatorio, dalle materne alla maturità, un insegnamento che finora nelle nostre scuole non mancava ma era lasciato all’iniziativa dei singoli e all’occasionalità. Bisognerà guardarci dentro e capire i riferimenti culturali di una proposta spuntata improvvisamente come frutto di un’iniziativa congiunta tra Miur e ministero dell’Ambiente e che può facilmente dare l’impressione di un’operazione ad effetto, destinata più a fare colpo che a produrre una “svolta”, come alcuni si sono affrettati a dire, nella vita delle nostre scuole (naturalmente, vogliamo escludere che si tratti solo di un escamotage per moltiplicare le cattedre). 

L’elenco dei temi, anche di “peso” culturale e formativo molto diverso (dal riciclo dei rifiuti alla biodiversità), l’obbligatorietà dell’insegnamento (non sarà una materia in più, però sarà “obbligatoria”), il problema della formazione dei docenti (da qui a settembre!): sono primissimi appunti di una riflessione di chi vorrebbe unirsi al plauso per il coraggio innovativo ma si trova piuttosto di fronte al sorgere di molti interrogativi.

La tutela dell’ambiente è uno dei punti di forza del nuovo “pensiero comune”; è uno di quei principi “intoccabili” di fronte ai quali il consenso è aggiudicato in partenza, prima di ogni possibile approfondimento e valutazione critica. Ed è proprio al consenso, prima che a una reale paziente opera di cambiamento, che sembrano puntare progetti come questo e come altri progetti “innovativi” che ambiscono a disegnare la nuova (buona?) scuola italiana: si pensi all’insegnamento svolto in lingua straniera o all’ormai onnipresente tablet. Nel momento in cui anche i grandi della Terra sembrano accordarsi per ridurre i gas serra in atmosfera e contrastare il riscaldamento globale, quale genitore negherà il consenso a una scuola che insegna ai “nativi ambientali” (così il ministro Galletti ha chiamato i ragazzi di oggi, che già si erano meritati la qualifica di “nativi digitali”) a non inquinare e a praticare il risparmio energetico? 

Ma, le innovazioni nella scuola non dovrebbero essere valutate per il guadagno educativo che comportano? Qui si tocca il punto cruciale. Il valore del rispetto per l’ambiente e le tematiche connesse sono effettivamente importanti ma proprio per questo la scuola dovrà esprimere anche lì tutto il suo compito di educazione integrale della persona. In tante iniziative ambientali sviluppate in questi anni nelle scuole, la preoccupazione educativa ha lasciato spesso il posto a un’attività puramente informativa o, nei casi più strutturati, a un approccio “astratto”, che salta il contatto diretto con la natura per indirizzarsi sui grandi scenari globali. Nella maggior parte dei casi l’obiettivo, più che sugli aspetti conoscitivi, si è orientato agli aspetti comportamentali; come se lo scopo dell’educazione ambientale fosse riducibile a una funzione “civica”, cioè che i giovani acquisiscano “corrette” regole di comportamento e buone pratiche ecologiche.

Il guadagno educativo che invece può venire da una costante e decisa attenzione ai temi ambientali è senz’altro notevole. È quello che proviene dalla possibilità di accompagnare i giovani in un incontro vivo e in una interazione intelligente con l’ambiente che ci circonda. Accostandosi in modo diretto ai fenomeni naturali, osservando ed esplorando i vari ecosistemi, a partire da quelli più prossimi, lo studente si potrà accorgere della grandezza, della varietà, della inesauribilità, della bellezza della natura e sarà provocato a interrogarsi e ad esaminare in modo critico i problemi emersi. Se gli saranno offerti gli strumenti adeguati, potrà applicarli nelle modalità opportune, secondo la specificità dei problemi e dei fenomeni. Il rispetto per la natura ne verrà di conseguenza, senza bisogno di assolutizzarlo o di minimizzare panteisticamente le differenze tra i vari livelli e le varie forme di vita presenti; evitando i rischi sia di un antropocentrismo chiuso, che di un naturalismo anti-umano.

Questi obiettivi sono alla base anche di quello che dovrebbe essere una valida educazione scientifica. Ciò non fa che confermare un’impostazione didattica — che ci si augura possa essere assunta nell’applicazione dei futuri progetti — che vede l’educazione ambientale non come attività parallela e giustapposta ai percorsi disciplinari, ma come lavoro inserito organicamente nelle discipline scientifiche e collocato entro tali percorsi.

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