SCUOLA/ Per farla “buona”, Renzi la rimanda a febbraio. E spende tutto

- Gianni Bocchieri

Renzi ha annunciato che entro fine febbraio saranno approvati un decreto-legge ed un disegno di legge per realizzare il piano della “Buona Scuola”. Il punto di GIANNI BOCCHIERI

renzi_europaR439
Matteo Renzi (Infophoto)

Al termine di una riunione a Palazzo Chigi con il ministro Giannini, il sottosegretario Faraone e una parte del vertice della burocrazia del Miur (ché un’altra parte non era ancora rientrata dalle ferie ed ha perso la possibilità di partecipare all’immancabile photo opportunity lanciata su Twitter), il premier Renzi ha annunciato che entro fine febbraio saranno approvati un decreto-legge ed un disegno di legge per realizzare il piano della “Buona Scuola”.

Dai cinguettii del premier, è evidente che sia rimasto estasiato dalle numerose slides con cui i burocrati del Miur hanno riportato gli esiti della consultazione popolare. In effetti, si tratta di una bella presentazione di marketing politico, densa di multiformi rappresentazioni quantitative e qualitative del numero delle domande fatte, delle e-mail ricevute, della distribuzione geografica delle percentuali di scuole raggiunte anche con incontri ed assemblee di vario tipo, che si conclude con l’affermazione autocelebrativa di essere la più grande consultazione fatta in Europa. Autocelebrazione che il premier ha subito trasformato in un riconoscimento da parte di qualche, non meglio precisata, istituzione europea.

Al di là dei toni, dalla riunione è arrivata la conferma del sostanziale rinvio dei provvedimenti sulla scuola che erano stati originariamente fissati per gennaio, a dimostrazione del fatto che ci sono ancora diverse questioni aperte su cui resta da lavorare. In ogni caso, l’ulteriore conferma che la “Buona Scuola” si dovrà tradurre nello svuotamento delle graduatorie ad esaurimento (Gae) sembra arrivare proprio dall’annuncio del ricorso al decreto-legge, per rispettare i tempi dell’avvio del prossimo anno scolastico 2015/2016. 

Così le speranze di coloro che ancora si augurano un esito diverso di questo piano si assottigliano sempre di più e i dubbi che nemmeno questa impressionante immissione in ruolo, pari al doppio delle cattedre disponibili e vacanti, possa risolvere definitivamente il problema del precariato della scuola, aumentano correlativamente. Infatti, non basta l’attesa sentenza della Corte di Giustizia europea per giustificare la stabilizzazione di tutti gli insegnanti ancora iscritti nelle Gae, perché per questa via non si farebbe altro che confermare ulteriormente la fondatezza dei ricorsi di qualunque altro insegnante precario impiegato nella scuola per più di 36 mesi, sebbene non sia iscritto nelle Gae. 

In altre parole, se si continua a sostenere che l’assunzione dei 150mila insegnanti è necessaria per rispettare la sentenza della Corte di Giustizia, allora occorre ribadire che nemmeno questa operazione risolverà il rischio di contenzioso che potrà essere instaurato da chiunque abbia maturato un’anzianità di servizio superiore a 36 mesi, con la somma di diversi contratti a tempo determinato. Anzi, l’assunzione di tutti gli iscritti nelle Gae sulla base di questo principio creerebbe un’ulteriore disparità di trattamento per coloro che non sono iscritti nelle Gae, ma che hanno maturato comunque un’esperienza superiore ai 36 mesi previsti dalla normativa. 

Da questo punto di vista, non sembra meritevole di alcuna considerazione la soluzione — rimbalzata sulla stampa — di prevedere che una parte del contingente delle 150mila assunzioni sia riservata agli iscritti nelle altre graduatorie diverse dalle Gae.

Se il Governo vuole proprio ridurre la “Buona Scuola” a questa storica stabilizzazione, se proprio vuole dotare la scuola di un numero di insegnanti doppio rispetto alle cattedre disponibili e vacanti sulla base dei vigenti ordinamenti, se proprio vuol fare assolvere alla scuola funzioni di welfare che in altri Paesi sono affidate all’area sociale dello Stato, trovi almeno delle soluzioni che non la facciano ricadere in un’inestricabile tela di contenziosi giudiziari che hanno finora fatto la fortuna soprattutto di quelle organizzazioni che non possono definirsi sindacali, e che sono nate esclusivamente per dare luogo a vere e proprie class action favorite da quella stessa legislazione scolastica che dovrebbe evitarle.

Il diritto alla stabilizzazione non può sorgere dalla semplice iscrizione a graduatorie, che sono diventate ad esaurimento in forza di un comma (scritto male) della legge finanziaria del 2007, che non aveva nemmeno fermato l’iscrizione alle Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario (Ssis), lasciando aperta e senza nessuno sbocco la via per nuove abilitazioni e per l’insorgenza di ulteriore precariato. Si verifichi quanto servizio i docenti hanno prestato nella scuola da quando sono iscritti nelle Gae e si trovi il modo di escludere da questa stabilizzazione coloro che hanno aggiornato la loro iscrizione, pur svolgendo contemporaneamente altri lavori. Insomma, si trovi il modo per evitare che la “Buona Scuola” determini un’ulteriore segmentazione dello status degli insegnanti e per consentire l’immissione in ruolo di persone che possano adeguatamente svolgere la funzione educativa.

La “Buona Scuola” deve declinare un’idea di scuola che non può limitarsi alla tutela del personale scolastico. I tempi per l’effettiva realizzazione della “scuola dell’Autonomia” sono maturi, perché la costruzione del necessario sistema di valutazione è stata già avviata ed avrebbe giusto bisogno di quelle risorse finanziarie fondamentali per il suo completamento.

Da questo punto di vista, sono positive le dichiarazioni del sottosegretario Faraone che richiamano la necessità di estendere la valutazione anche agli insegnanti e che confermano l’introduzione degli scatti di merito a differenza di quanto affermato da altri componenti del suo stesso partito, in occasione di una assemblea consultiva sulla “Buona Scuola”.

Altro punto su cui il Governo insiste è quello del rapporto tra scuola e lavoro. Ora, va bene aumentare il numero delle ore dell’alternanza, ma ci sono altri modi per valorizzare la “scuola fondata sul lavoro”.

Basterebbe sostenere il sistema di Istruzione e formazione professionale che oggi accoglie quasi 300mila studenti ed è sempre più in difficoltà, perché grava sui magri bilanci delle Regioni. Ma il ministero dell’Istruzione continua a non trovare alcun fondo per la gamba professionalizzante del sistema educativo, che si dimostra apprezzata dalle famiglie e dalle imprese. 

Alla fine, è legittimo il dubbio che non ci siano le risorse per fare tutto quello del Governo dichiara di voler fare. Recuperare 10 milioni di euro nella legge di stabilità per finanziare le attività dell’Invalsi è stato più difficile di un lungo travaglio. Le risorse per l’alternanza scuola-lavoro per il 2015 sono state diminuite a soli 11 milioni di euro per il 2015. I fondi per il funzionamento degli istituti scolastici hanno perso ancora 30 milioni di euro, raggiungendo il minimo storico di meno di 100 milioni di euro.

Insomma, per finanziare l’assunzione dei precari, si è ridotta ulteriormente la dotazione finanziaria del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Aspettiamo la (s)volta buona.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori