SCUOLA/ Conservatori e accademie, quando lo Stato fa peggio dell’Isis

- Dario Giugliano

Il governo sta lasciando le istituzioni Afam (accademie e conservatori) abbandonate a se stesse. Eppure, sono qualcosa che tutto il mondo ci invidia. DARIO GIUGLIANO

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La biblioteca dei Gerolamini a Napoli (Immagine dal web)

Forse qualcuno ricorda, dai tempi del liceo, la cosiddetta “tradizione ermetica”, quella dottrina che teorizza una sostanziale identità tra il tutto e le sue parti, per cui ciò che si trova, nel bene come nel male, nel macrosistema, si ritrova pure in ciascuna delle sue parti. Nel bene come nel male. E, lo sappiamo per esperienza, solitamente è il male che si manifesta con una inesorabile puntualità. Ora, calando questo principio metafisico nella realtà più prosaica della vita quotidiana, possiamo purtroppo dire che buona parte delle  istituzioni dello Stato italiano tende a mostrare tutti i vizi dello Stato medesimo. Caoticità, ingovernabilità, impossibilità a individuare responsabilità si manifestano più spesso che altrove nei luoghi che dovremmo tutelare come gioielli del nostro patrimonio culturale. Io vivo e insegno a Napoli, e basta ricordare la  biblioteca storica dei Gerolamini, tra le più antiche d’Europa, che ha visto sparire nel generale disinteresse centinaia di volumi, che finivano sul mercato (nero) e nelle collezioni dei cosiddetti “bibliofili”. 

Ma nelle istituzioni culturali di Napoli la sottovalutazione è pane quotidiano. Il Conservatorio S. Pietro a Majella possiede esemplari manoscritti, spesso inediti, di compositori del calibro di Giuseppe Verdi, e questo patrimonio inestimabile per mancanza di personale non è adeguatamente valorizzato. Non stiamo parlando di Palmira e di orde di sanguinari assassini e devastatori, che, in nome di un sedicente califfato saccheggiano e distruggono opere d’arte degli “infedeli”. Stiamo parlando del nostro Paese, quindi dei nostri politici, dei nostri amministratori, di noi stessi, e infine delle istituzioni Afam — accademie e conservatori — che mancano di un’adeguata regolamentazione,  e vivacchiano in un apparente generale disinteresse grazie allo sforzo di pochi.

La maggior parte delle Afam è costretta a gestire con pochi amministrativi, una decina al massimo, spesso volonterosi ma privi di una qualificazione specifica, patrimoni di inestimabile valore, occupandosi anche dell’amministrazione del personale e degli studenti. Ancora un esempio personale: l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove insegno, ha attivato  venti corsi di diploma accademico (pari a venti corsi di laurea), possiede una galleria d’arte  che ha pochi uguali fra le analoghe istituzioni italiane ed europee, con opere d’arte dal Seicento a oggi, una biblioteca con decine di migliaia di volumi, ha circa tremila studenti iscritti e circa duecento docenti, … il tutto “gestito” da 14 unità di personale amministrativo. Il risultato finale non può che essere caotico, e la disponibilità di questo patrimonio culturale per la città (e per i turisti) è ridotta al minimo. 

Come si è già detto su queste pagine per i conservatori, la corsa al massacro è iniziata all’alba del nuovo millennio, quando si decise di varare una legge, la 508/99, che aveva lo scopo, sulla carta, di “valorizzare”  le istituzioni di alta formazione artistica e musicale con una bella riforma a costo zero. 

In sostanza, è come se si fosse detto a ogni istituzione Afam, grande o piccola, prestigiosa o appena appena decente: “Da oggi dovete diventare piccoli atenei, ma senza che vi si corrisponda un centesimo di più, con lo stesso personale pre-riforma, che anzi viene collocato in ruolo a esaurimento e senza fondi per la ricerca”. Prevedibilmente, il risultato non è stato un poco probabile miracolo, ma la conferma di una specie di mostro a due facce, che si oppongono e che guardano l’una verso l’università, l’altra verso le scuole secondarie. 

La verità è che occorreva pensare diversamente e in grande, per valorizzare davvero l’immenso patrimonio culturale costituito dalle istituzioni artistiche e musicali, salvaguardando la specificità tipica di ogni tipologia, conservatori, accademie, e anche  l’Accademia Nazionale di Danza o l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica, che hanno caratteristiche ed esigenze diverse. E il fatto che a 15 anni dalla riforma i decreti attuativi non siano mai stati varati, la dice lunga sulla possibilità di gestire dal centro questo settore costituito da istituzioni il cui valore sta proprio nell’essere diversificate. La mancanza di un decreto sul reclutamento del personale docente, tuttora ispirato alle scuole secondarie, ha poi creato un precariato mortificante per le istituzioni, per i docenti stessi, incerti del loro futuro, e ancor di più per gli studenti, che si trovano di fronte insegnanti che, a parte la qualità, non possono garantire una continuità didattica e di ricerca. Oltretutto, si sta procedendo alle famose sanatorie, che prevedono l’immissione in ruolo di un personale che — dalla scuola non si è imparato nulla! — solo in rari casi ha sostenuto delle vere e proprie prove selettive, anche se  alcuni tra i precari delle Accademie di Belle Arti sono in possesso dell’abilitazione scientifica nazionale, e parte del personale amministrativo ha superato dei concorsi nazionali: questi, se da un lato possono essere visti come segnali positivi, dall’altro lasciano emergere il dato di un’assoluta casualità nella gestione del settore da parte del Miur. 

È però evidente — o dovrebbe esserlo — che così non si va da nessuna parte e si raggiunge il solo obiettivo di far morire, lentamente ma inesorabilmente, queste istituzioni, che sono nate nel Rinascimento nel nostro Paese (la fiorentina Accademia del Disegno sorse nel 1563 e sempre della fine del ‘500 sono i primi conservatori napoletani), si sono diffuse in tutto il mondo e sono tuttora apprezzate dagli studenti stranieri. Eppure non mancano esempi di politiche virtuose: per esempio, in Spagna negli anni 80 del secolo scorso le Accademie di Belle Arti furono trasformate in Facoltà e i professori dovettero superare una prova concorsuale per essere stabilizzati nei nuovi ruoli della docenza universitaria. Oggi, oltretutto, questo passaggio sarebbe facilitato dalla presenza nell’università dell’abilitazione scientifica nazionale. Ma per fare questo occorrerebbe che ci trovassimo in un Paese diverso, capace di investire sia nella formazione che nella valorizzazione del suo patrimonio culturale. 

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