SCUOLA/ Sei uno studente bravo? In Italia insegnare non fa per te

- Luisa Ribolzi

Per i 15enni italiani la professione insegnante non è attraente: lo dice Il più recente Focus di approfondimento sui dati Pisa anticipato dal Corriere. LUISA RIBOLZI

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Tracce tema di Maturità 2016 (Infophoto)

Quantità o qualità? E’ una delle questioni mai risolte che si ripresenta periodicamente nei più diversi ambiti della vita quotidiana. Nella scuola, anzi nella “Buona Scuola”, parrebbe che la scelta sia caduta sulla quantità: tanti insegnanti in più, non necessariamente quelli di cui la scuola dichiara di avere bisogno, et voilà!, il gioco è fatto. Il più recente Focus di approfondimento sui dati Pisa (siamo arrivati al numero 58) è dedicato agli insegnanti, ed esordisce rilevando che molti paesi, in varie parti del mondo, non riescono a trovare buoni insegnanti, e si ingegnano a trovare il modo di attirare nella scuola i laureati migliori. Che in Italia manchino i candidati a insegnare farebbe sorridere, se si pensa alle code di precari disposti a tutto per una supplenza in val Taleggio o in un paesino dei monti Nebrodi, se non che Ocse precisa “mancanza di insegnanti di elevata qualità” (il che presuppone — il Cielo ci liberi! — che gli insegnanti vengano valutati). 

Il fatto è, specifica il focus, che la professione insegnante non è attraente: i destinatari di Pisa, ragazzi scolarizzati di quindici anni in più di sessanta paesi, non aspirano affatto ad insegnare. 44 su cento pensano di fare un lavoro professionale, che richiede una laurea (49 in Italia), ma solo cinque dichiarano che vorrebbero insegnare. Il valore medio, in questi casi, non significa molto: Turchia, con il 25%, Indonesia, Corea e Irlanda, con valori oscillanti fra il 12 e il 15%, si collocano nella parte alta della classifica, mentre l’Italia, con poco più dell’1% sta in coda, seguita solo da Ungheria, Germania ed Estonia. Secondo il Focus, il motivo fondamentale di questa scarsa attrattività sta nel fatto che gli insegnanti sono proporzionalmente meno pagati dei coetanei con lo stesso titolo di studio che fanno una diversa professione: in media, il 15% in meno, con soli sei paesi in cui invece guadagnano di più, in testa la Corea con un 30% in più. 

Ora, è possibile che questo sia un motivo reale, ma nei quattro paesi di coda il salario medio degli insegnanti della scuola secondaria inferiore rispetto a quello di un laureato che lavora altrove è del 53% in Ungheria, del  65% in Italia, dell’83% in Estonia e del 96% in Germania… Ho anche forti dubbi che un quindicenne abbia un’idea di quanto guadagni un insegnante in assoluto, al di là di un generico “poco”, o rispetto ad un medico o a un ingegnere (“meno”) e comunque pensa che gli insegnanti facciano tre mesi di vacanza, prospettiva interessante per un ragazzino/a. Posto che chi guadagna veramente bene sono i calciatori, i cantanti e quelli che lavorano in rete, nella palude indistinta delle altre professioni i ragazzi collocano gli insegnanti in base all’esperienza che ne fanno. Siamo sinceri, chi di noi a quindici anni desiderava diventare come uno dei suoi professori, se non qualcuno dei pochi affascinati da un insegnante che era anche un maestro?  

Io, personalmente, dopo un’infatuazione per la maestra delle elementari, ho desiderato per anni di fare l’archeologa, professione ben più attraente che non l’insegnante di lettere, anche se non avevo idea di quanto fosse pagata, e meno ancora di quali possibilità di lavoro ci fossero. 

Ero però abbastanza confusamente consapevole del fatto che gli insegnanti (non io però: vade retro!) avessero una funzione importante nella società, per cui erano stimati, come insistentemente dicevano i miei genitori, anche indipendentemente dalle loro qualità personali. Se ne avevano, meglio per noi. Ma certamente non erano, a quindici anni, un modello professionale forte: solo qualche mia compagna (eravamo all’inizio degli anni Sessanta) pensava che avrebbe fatto l’insegnante per avere del tempo libero per la famiglia, e perché era un lavoro adatto a una donna. Motivazioni che a distanza di mezzo secolo determinano quasi dovunque la netta prevalenza di donne, sei contro tre maschi, con poche eccezioni tra cui la Svizzera e il Giappone, anche se la mancanza di modelli di adulto maschile costituisce un grave e crescente problema. 

Da ultimo, il focus sottolinea che generalmente, anche se con risultati meno uniformi, gli aspiranti insegnanti hanno una riuscita in matematica inferiore a quella del gruppo degli aspiranti professionisti, e lo considera un elemento indicativo della qualità, valutazione su cui non sono d’accordo, e su cui si aprirebbe un discorso molto lungo.  Sono invece pienamente d’accordo con la conclusione che “i sistemi educativi devono diventare più competitivi nel reclutare e trattenere insegnanti qualificati e motivati. Gli incentivi estrinseci, come i salari e la carriera, possono aiutare, ma i paesi dovrebbero prendere in considerazione l’opportunità di promuovere il valore intrinseco della professione, dando agli insegnanti una maggiore autonomia e alzando lo status sociale della professione”: la prima delle due cose si può fare per legge, e in tempi relativamente brevi, mentre la seconda comporta un mutamento culturale che deve rammendare una caduta di prestigio in atto da molto, e che richiede tempi lunghi.  

Io credo che si debba incominciare dagli insegnanti in servizio, introducendo meccanismi di carriera e incentivi legati al merito, e contemporaneamente si debba evitare che quella di insegnante, come parrebbe dagli sconfortanti esiti di Pisa, venga vista come una carriera di risulta, in mancanza di meglio. Potrebbero servire una più severa selezione degli studenti che si iscrivono agli indirizzi che portano all’insegnamento, collegata ad un’elevata probabilità di trovare lavoro, un periodo di praticantato effettivamente professionalizzante; una seria prospettiva di carriera. Infine si può pensare anche per l’Italia a programmi di “servizio civile” nelle scuole per i laureati migliori, come ad esempio “Teach for America”, che dà delle borse ai migliori laureati di ogni facoltà per restare uno o due anni nelle scuole più deboli del paese per aiutare i ragazzi in difficoltà, ed ha coinvolto in venticinque anni più di 50mila laureati. 

Se la qualità degli insegnanti è l’elemento più  importante per la qualità dell’educazione (e lo è senza alcun dubbio) forse varrebbe la pena di chiedersi seriamente come è possibile farla crescere: migliorando gli insegnanti in servizio, ma soprattutto facendo entrare nella scuola giovani laureati motivati e capaci. Qualche anno fa, il Miur aveva sperimentato Valorizza, un programma promosso dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo e da Treellle, che partiva proprio dall’idea di rendere attraente la professione insegnante collegando al merito una serie di incentivi, con tutte le cautele possibili e immaginabili. Morto e sepolto. E senza neppure una prece…

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