UNIVERSITA’/ I due “dogmi” che spiegano la crisi

I recenti dati che hanno collocato l’Italia ultima tra i paesi Ocse per percentuale di laureati appaiono drammatici. Per cambiare direzione occorre riflettere su 2 aspetti. GIOVANNI SALMERI

15.12.2015 - Giovanni Salmeri
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I recenti dati statistici che hanno collocato l’Italia ultima tra i paesi Ocse per percentuale di laureati tra i giovani appaiono drammatici ma non sono di facile interpretazione. È per esempio facile osservare che il modo più rapido di innalzare il numero dei laureati è abbassare il livello dello studio, ciò che contemporaneamente potrebbe sia diminuire la dispersione (che in Italia è notevole) sia attirare un maggior numero di iscritti. Il dato sarebbe quindi alla fine consolante, se esso significasse il mantenimento in Italia, malgrado tutto, di una serietà dello studio che induce, sia in partenza sia in itinere, ad una maggiore selezione. 

Questa interpretazione può avere qualcosa di vero: i casi di studenti Erasmus che al rientro in Italia, alla fine dei commenti sull’eccellenza delle strutture all’estero, aggiungono: «Be’, per il livello di insegnamento non c’è però paragone» non sono così sporadici da poter essere scartati come irrilevanti. Perlomeno essi suggeriscono la necessità di fermarsi a valutare gli elementi specifici ancora vitali della tradizione accademica italiana, prima di affossarli dietro la retorica dell’«adeguazione all’Europa» o di ciò che «avviene negli Stati Uniti».

Ciononostante, non è possibile consolarsi troppo. Il dato sul numero dei laureati si accosta infatti ad altri, che disegnano un quadro di sostanziale abbandono dell’università, sia da parte del decisore politico, sia da parte della pubblica opinione. 

Cerchiamo di elencare brevemente alcuni dei più rilevanti. La spesa dell’Italia per studente in rapporto al Pil è ultima tra i paesi dell’Ocse (se si esclude il caso chiaramente anomalo del Lussemburgo). Gli ultimi anni hanno visto, a causa del sostanziale blocco del turn over, una continua diminuzione del personale docente e ovviamente l’aumento dell’età media: chi lavora nell’università sa benissimo che perlomeno un paio di generazioni accademiche sono andate irrimediabilmente perdute. Gli stanziamenti per le borse di studio (che rispondono, nel caso qualcuno lo dimenticasse, al dettato della Costituzione) continuano ad essere drammaticamente insufficienti rispetto alle necessità e la beffa dei «vincitori senza borsa» continua senza ormai scandalizzare più. Dall’altra parte, le tasse universitarie occupano tra i paesi dell’Ocse la terza posizione (chi continua a scrivere che l’università in Italia è sostanzialmente gratuita al confronto di ciò che avviene altrove evidentemente usa parole in libertà). La qualità o le urgenze dell’insegnamento (la «didattica», come si usa dire) sono ormai abbandonate come criterio per stabilire qualsiasi allocazione delle risorse. Dall’altra parte sempre più tempo al lavoro di insegnamento è sottratto dalla proliferazione della burocrazia universitaria: sia dal punto di vista della gestione delle strutture didattiche, sia dal punto di vista amministrativo (quando mi trovo con colleghi stranieri è sempre un buon argomento di conversazione spiegare che cosa bisogna fare in un’università italiana, putacaso, per comprare un proiettore, e far capire perché alla fine decidi di comprarlo di tasca tua).

Queste circostanze hanno ripercussioni sul numero degli iscritti e dei laureati? Difficile negarlo. Esse trasformano infatti sempre più l’università in un luogo non attraente, non accogliente, in cui si percepiscono continue battaglie per la sopravvivenza anziché entusiasmo, coscienza dell’importanza della propria opera, sforzi per migliorare. Gli studenti capiscono benissimo quali sono diventate oggettivamente le priorità: l’altro giorno mi sono sentito dire: «Certo che con tutte le cose che lei deve fare, in più deve pure insegnare…». Ho dovuto spiegare che insegnare è esattamente il lavoro per cui vengo pagato, e il resto è il contorno, ma il mio studente non aveva alcun torto: tutto oggi avviene come se insegnare fosse un di più da compiere per astratto senso di dovere. Gli studenti capiscono perfettamente che se vengono ricercati è per far quadrare i conti grazie alle salate tasse che vengono loro richieste. Come pretendere che iscritti e laureati aumentino in quest’atmosfera? Il ritornello (falsissimo) secondo cui lo studio universitario è «un cattivo investimento» pare allora solo il tentativo di giustificare un fallimento.

Cambiare purtroppo non è facile. Rimettere al centro la necessità della formazione degli studenti significa infatti contestare almeno due dei paradigmi sui quali sono state effettuate le recenti scelte politiche. 

Uno è quello della cosiddetta «cultura della valutazione». Non è un caso che essa sia andata sottobraccio con una crescente sottostima dell’insegnamento. Il problema non consiste nel fatto che (come spesso si ode a mo’ di scusa) «la didattica è ancora più difficile da valutare della ricerca». Il problema è che una valutazione pensata ad immagine del controllo di qualità degli oggetti che escono da una fabbrica non può funzionare quando in gioco non vi sono oggetti, ma persone. Nei processi di valutazione recentemente messi in opera (inclusa la preannunciata e contestatissima Valutazione della Qualità della Ricerca 2011-2014) ai docenti viene chiesto di indicare i loro migliori «prodotti». Bene, uno studente non è un prodotto, in nessun senso. Pure scegliere come riferimento della valutazione il progresso delle loro conoscenze (con il cosiddetto value-added assessment) è fallace, per motivi noti alla letteratura critica.

L’altro paradigma è quello chiamato del New public management. In esso anche le strutture educative vengono pensate sempre più in termini di esercizio economico secondo i medesimi princìpi del settore privato. Ecco finalmente trovato un posto per gli studenti: se non possono essere un prodotto, ora sono i «clienti» dell’università. Peccato che così essi non sono più i loro protagonisti e l’intera tradizione educativa e universitaria europea viene stritolata. Anche il lessico accademico viene gradualmente rivisto, come una sorta di Newspeak, per adeguarsi a questa mutata situazione: i corsi di laurea sono l’«offerta didattica», l’insegnamento diventa «erogazione di ore di lezione», la «trasparenza» è la parola d’ordine sotto la quale viene riassunta la meticolosa esposizione di tutto ciò che viene fornito, in maniera che il futuro cliente possa confrontare le varie università come se fossero aspirapolveri messi alla prova in una rivista per consumatori.

Riuscire a cambiare la direzione di tutto questo è molto difficile. Ma ogni volta che vedo negli studenti l’entusiasmo di fronte ad un’idea, ogni volta che vedo uno sguardo diverso in incontri di orientamento in cui si decide di mostrare non che cosa siano i Cfu ma che cosa significhi appassionarsi per lo studio, per la verità, per la bellezza: ecco, ogni volta penso che cambiare le cose non soltanto è necessario, ma anche possibile.

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