SCUOLA/ Lettera di un “renziano” al premier: presidente, così affossa la scuola

Martedì il Cdm dovrebbe di nuovo metter mano al ddl della Buona Scuola. Pubblichiamo la lettera a Matteo Renzi di GIOVANNI COMINELLI, che, da renziano, lo esorta a “far saltare il tavolo”

09.03.2015 - Giovanni Cominelli
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Matteo Renzi (Infophoto)

Caro Matteo Renzi,

Incomincerò questa breve lettera con una captatio benevolentiae, perché tra poche righe, sono sicuro, si trasformerà in una captatio malevolentiae o, peggio, florentinae malevolentiae, che pare sia la peggiore. Dunque, Le scrivo da “renziano”, anche se il termine non è poi così rigoroso sul piano semantico come potrebbe invece essere per “aristotelico” o “dalemiano”. Fuggito dai Ds nel 2000 — per disperazione migliorista — sono andato a votare per lei per ben due volte alle primarie, sia a quelle della polvere sia a quelle dell’altare. Mi è ritornata la speranza.

Condivido che:

1. per liberare il Paese dalle corporazioni potenti che lo soffocano come le spire di un pitone, occorra fare una riforma istituzionale della politica e perciò dell’assetto istituzionale/costituzionale del Paese. Serve una politica che governi. Non basta una politica che si riduca a carta assorbente degli interessi;

2. né i sindacati né nessun altro possa porre veti. La società civile faccia i propri compiti e la politica i propri. Il che è avvenuto sempre meno frequentemente dalla morte di De Gasperi. Le decisioni fondamentali del Paese sono state delegate sempre di più ai corpi intermedi, degenerati rapidamente in corporazioni;

3. si debba procedere rapidamente verso una riforma del sistema elettorale, che riconosca agli elettori il diritto di scegliere in un giorno il capo del governo. Avrei preferito il modello francese, ma non si può avere tutto, perché occorre decidere con tutti, tra cui la sinistra conservatrice interna e esterna al Pd, la destra conservatrice di Alfano e quella a corrente alternata di Berlusconi;

4. occorra una politica di estese e profonde liberalizzazioni, a partire dal Jobs Act. 

Insomma, per usare degli stenogrammi ideologici, condivido la Sua collocazione al punto di intersezione tra il cattolicesimo liberale e la poca sinistra liberale che c’è. 

Non condivido invece la politica della scuola, quale è stata prospettata nella “Buona Scuola” e che è andata in panne in questi giorni. 

Credo che esista una clamorosa contraddizione tra la Sua visione generale politico-programmatica e quella della “Buona Scuola”, quel documento che è stato redatto dall’apparato ministeriale e poi infiorettato dal Pd. E’ come se il capo del personale della Fiat avesse scritto la “vision” al posto di Marchionne. Brutto segno! Non condivido né le politiche né, soprattutto, la cultura politica che sta alle spalle. 

Le politiche: procediamo pure verso la sanatoria dei 150mila, la ventottesima dal 1947. Lei certamente non ricorda o nessuno Le ha ricordato la Doa (dotazione di organico aggiuntiva), anno di grazia 1982. La scuso: aveva solo sette anni! Era qualcosa di simile. Questa volta è gigantesca. Qual è il problema? Che non solo è di complicatissima realizzazione, a causa degli interessi stratificati e tutti legittimi, ma spesso in reciproco conflitto, di un vasto proletariato docente; non solo assorbirebbe un quantitativo ingente di risorse; ma, soprattutto, non blocca la macchina di riproduzione del precariato

Cancella gli effetti, non le cause. Le quali stanno tutte quante nella modalità di formazione e di reclutamento del personale. Come spegnere la macchina di produzione dell’esercito scolastico di riserva? Semplicemente togliendo dalle mani del Miur la gestione del rapporto domanda/offerta di personale per affidarlo alle singole scuole, eventualmente in rete. Per prendere questo provvedimento, occorre rovesciare la visione che continua ad occupare le menti di politici, intellettuali-guru, giornalisti, personale docente e dirigente e che permea l’Amministrazione ministeriale. 

Secondo questa visione — e vengo così alla cultura politica — le scuole altro non sono che uffici decentrati del ministero dell’Istruzione, in cui operano impiegati-docenti e impiegati-dirigenti. Il modello è stato costruito da Federico II di Prussia, da Napoleone, da Hegel (già preside a Norimberga), è stato importato in Italia dal Conte Gabrio Casati nel 1859, razionalizzato da Giovanni Gentile con legge delega del 3 dicembre 1922, n. 1601, riversatasi nel 1923 in ben diciannove Regi Decreti di attuazione. Si tratta di un modello centralistico-amministrativo che ha come finalità quella di formare le classi dirigenti, fornire quadri e tecnici, alfabetizzare elementarmente le classi subalterne. Queste dovevano semplicemente imparare a comprendere gli ordini sui luoghi di lavoro o sui campi di battaglia. Insomma: una scuola per pochi. L’organizzazione della didattica è vetero-industriale tayloristica, i contenuti tendono all’enciclopedico, gli edifici scolastici condividono il modello edilizio con le caserme, le carceri, gli ospedali. Il modello ha funzionato fino agli anni 60, quando, a seguito dell’introduzione della Scuola Media Unica, grandi masse di ragazzi e di docenti hanno fatto irruzione nel sistema. 

Iniziava la scuola per tutti. Il modello è andato a male, “qualcosa è cambiato”, ma continua ad essere inflitto al Paese. Peggio: sotto la spinta della sindacalizzazione degli anni 70, il ministero dell’Istruzione è diventato il ministero dell’occupazione/disoccupazione intellettuale. Trasmettere “il sapere di civiltà” ai ragazzi non è un problema del Miur. A riformare la struttura hanno provato Sergio Mattarella nel 1990 — quando propose autonomia e valutazione come nuovi pilastri — e Luigi Berlinguer, quando fece un decreto sull’autonomia e propose nuovi ordinamenti: il famoso 7+5. 

Letizia Moratti ha dato il via alla valutazione esterna. Fioroni ha tradotto le otto competenze europee nei “quattro assi” (lingua e linguaggi, matematica, scienze, storia). La Gelmini ha concentrato gli indirizzi pulviscolari della Scuola secondaria superiore. Ma il riformismo puntiforme non è stato in grado di demolire il letto di Procuste burocratico, nel quale si stirano i bassi e si amputano gli alti per adattarli alla struttura unica nazionale. Questo centralismo non è in grado di governare in tempi rapidi la domanda/offerta di personale. Da questa incapacità e inefficienza nasce il precariato. E’ un prodotto dell’amministrazione ministeriale, cui la politica e i sindacati si sono inchinati. Continuerà a svilupparsi, anche se fossero immessi dal 1° settembre tutti i precari. Il 2 settembre incomincerà la nuova accumulazione di precari, perché tra il liberarsi di un posto e il subentro di un altro docente di ruolo passano anni. Questo anche se si facessero i concorsi centralizzati ogni anno. Non la faccio più lunga.

Posso darLe un consiglio, presidente? Questa della Buona Scuola è certamente una sconfitta autoinflitta. Su, non si scoraggi! Provi a estendere anche alle politiche scolastiche la visione della sinistra liberale. Provi a prendere atto che le scuole non sono più pezzi dello Stato, ma soggetti culturali della società civile. Questi luoghi sono in grado di auto-organizzarsi sul piano didattico e finanziario: le scuole pubbliche, statali o paritarie che siano, devono ricevere direttamente i soldi dal Mef in base agli alunni che vi si iscrivono. Le scuole debbono poter assumere/licenziare direttamente il personale. Anarchia totale delle diseguaglianze? A parte il fatto che oggi le disuguaglianze, sotto l’uniforme serra burocratica, prosperano sovrane, lo Stato centrale ha il diritto/dovere di valutare rigorosamente, severamente, implacabilmente ogni singolo istituto, ogni dirigente, e gli insegnanti che intendano fare un passaggio di carriera professionale dallo stadio iniziale a quello ordinario, a quello esperto. In Europa non mancano modelli importabili, per esempio quello della Thatcher-Blair dell’Ofsted.

Provi, presidente, a ripartire da Sergio Mattarella e da Luigi Berlinguer. Si metta a capo del movimento di liberazione delle scuole dal fardello burocratico del ministero centrale, provi ad avere fiducia nella responsabilità e nella libertà degli insegnanti e dei dirigenti, provi a puntare sulle scuole quali comunità educanti, nelle quali i docenti dismettano il solipsismo didattico e relazionale e siano al servizio della comunità e non della propria cattedra. A partire da questa nuova visione, potrà affrontare la questione della formazione, del reclutamento, della carriera del personale. E quindi anche del precariato.

Se Lei avrà questo coraggio, vedrà sorgere in breve tempo dalle scuole una nuova generazione giovane, motivata, generosa, competente di docenti. 

Lei deve sapere che il sistema di istruzione e educazione sta scivolando lentamente verso il collasso. Perché? Perché la nostra generazione adulta non riesce più, o sempre di meno, a passare alle giovani generazioni il testimone della civiltà e dell’Italia. Nella corsa a staffetta delle generazioni, noi adulti corriamo, ma i nostri ragazzi non ci aspettano e fuggono in avanti, a mani vuote. Questo dramma pesa ogni giorno sulle spalle di 800mila insegnanti, di ruolo o precari che siano. Ma è il dramma del Paese. Quand’ero giovane mi si diceva, citando Bernardo di Chartres, che noi eravamo dei nani sulle spalle dei giganti. Le giovani generazioni di oggi hanno spesso la sensazione di stare sulle spalle dei nani.

Il faut reculer pour mieux sauter, così raccomandava sempre a noi giovani imprudenti e scriteriati un vecchio compagno comunista che aveva diretto la guerriglia partigiana. Nella guerriglia aperta contro apparati burocratici e corporazioni sindacali, è ora giunto il tempo, anche nella scuola, di “saltare”. Il rinculo momentaneo — così si spera — della “Buona scuola” può diventare un’opportunità. La colga. Rovesci il tavolo. Sono sicuro che nelle scuole gli innovatori potranno finalmente sollevare la testa. Questa accumulazione di forze è la condizione per piegare le resistenze corporative e cambiare una mentalità radicata e diffusa per la quale la scuola è un apparato ideologico di stato., e non la società civile che racconta e trasmette ai propri figli la civiltà forgiata dai padri.

Suo ostinatamente “renziano”,
Giovanni Cominelli

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