SCUOLA/ Conoscere la nostra lingua, questione di cervello o di gusto del bello?

L’Accademia della Crusca, nella persona di Francesco Sabatini che è stato per anni presidente, ha lanciato l’allarme: “I giovani non sono padroni della lingua italiana”. DANIELA NOTARBARTOLO

01.04.2015 - Daniela Notarbartolo
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L’Accademia della Crusca, nella persona di Francesco Sabatini che è stato per anni suo presidente, ha lanciato l’allarme: “I giovani non sono padroni della lingua italiana”. Qualcosa di simile era già accaduto nel 2009 con il documento congiunto Asli, Accademie dei Lincei e della Crusca Lingua italiana, scuola, sviluppo, ma pare con scarso seguito, se ora siamo daccapo. Stupisce invece il fatto — ha detto sempre Sabatini — che “i nostri politici dell’istruzione, di qualsiasi parte politica, non vedono questo macroscopico problema” e le sue ancor più macroscopiche conseguenze. 

Giacché coloro che svolgono compiti impegnativi, cioè quelli che un tempo si sarebbero chiamate “classi dirigenti” (ma la dicitura è sparita da un pezzo), dovrebbero esprimersi in maniera non solo chiara e consequenziale, ma anche con le dovute sfumature. Invece gli errori di logica e quelli di linguaggio vanno di pari passo per molti candidati al concorso per l’accesso alla magistratura (per fare un esempio): persone che dovrebbero avere un giorno la sottigliezza di separare il loglio dal grano, trovare l’ago nel pagliaio, ed evitare di fare di ogni erba un fascio. 

Lo so perché per un recente lavoro che ho pubblicato per Carocci ho potuto consultare un archivio di errori presenti negli scritti di perfezionandi in professioni forensi. Del resto, la cosa parte da lontano: i miei alunni di 15 anni all’80 per cento non sanno tenere in mano la penna, visto che “la cura dello scrivere manuale era stata perfino dimenticata nelle Indicazioni nazionali emanate dal Miur nel 2012 — ricorda Sabatini — e vi è stata inserita in extremis” (siamo in presenza di una disgrafia epidemica); poi non sanno dove mettere il punto fermo (inanellano reggenti senza una struttura riconoscibile), e non utilizzano nel contesto parole per me del tutto ordinarie come “decisivo” (appiattiscono con “importante”) o “devastante” (al massimo hanno “problematico”).

Si sa che il linguaggio è la porta del pensiero, e tanto più il pensiero è articolato, tanto più è necessario che lo strumento si conformi in flessibilità, capacità di rendere lessicalmente con precisione ciò di cui si parla, di rendere morfologicamente e sintatticamente i rapporti temporali, le connessioni logiche, le valutazioni e i distinguo. Un diffuso errore di percezione consiste nel pensare che siccome a 10-12 anni già si parla italiano, ciò sia sufficiente per parlare di qualunque argomento. Non è così. Il linguaggio si evolve e continua a farlo man mano che si incontrano situazioni, oggetti culturali, relazioni fra fatti e problemi nuovi. La cultura è l’artefatto proprio degli uomini: la lettura della realtà è fondamentale per poterla vivere costruttivamente. La realtà è complessa (non complicata): non è fatta di 2 + 2 = 4, né di bollettini postali da compilare. 

Gli scenari della geopolitica quando leggiamo il giornale, i paradigmi di lettura della storia dei paesi che non conosciamo, o i modelli matematici alla base dell’onnipresente informatica, tutto richiede  qualcosa di più del banalizzante “accedere alle informazioni e utilizzarle” cui pare ridotto il sapere. Secondo me è qui uno dei punti deboli della catena: il nesso fra la varia realtà del mondo e il discorso, la parola.

Un passaggio che la cultura contemporanea pare aver oscurato è proprio che cosa è la lingua: solo uno strumento funzionale, adatto a scambi informativi? O non uno strumento che plasma allo stesso tempo ciò di cui si parla e colui che ne parla? Quante volte chi ha (veramente) studiato ha fatto l’esperienza che dire ad alta voce, dire a un interlocutore, dire per farsi capire serve innanzitutto a mettere in ordine e a chiarire le idee, a possedere con profondità quanto si credeva di aver già capito! E quante volte al contrario le parole stesse sono in grado di alterare la realtà, leggendola in modo distorto proprio grazie ai termini usati e ai giri di frase? La parola può essere al servizio della conoscenza del mondo o della sua alterazione: di questo sanno qualcosa i manipolatori delle coscienze che parlano dai giornali e dai talk show. Ecco perché imparare a parlare è esercizio di libertà, di approssimazione adeguata alle cose, di relazione reciproca leale, e perciò anche di democrazia reale.

Tornando alla scuola, il problema è sicuramente la formazione degli insegnanti, per il fatto che l’università ha privilegiato una formazione “inadeguata — dice Sabatini — degli aspiranti docenti, tradizionalmente privi, per difetto dei curricoli di studio, di conoscenze nel campo della linguistica”. C’è anche, a mio parere, una percezione non chiara di come la conoscenza della lingua si alimenta: non con i corsi di linguistica, o almeno non solo. Tolti i primi anni, in cui la lingua si apprende — come pare di capire dalla teoria dei principi e dei parametri — in forma strutturale, la lingua “adulta” si apprende frequentando la buona comunicazione: buoni testi, buone conversazioni, buoni esempi. Qui c’è l’altra lacuna. Con chi si parla questa lingua? Quando la si ascolta? Che cosa si legge? Da anni Luca Serianni addita i buoni giornalisti e la saggistica come fonte primaria per la buona lingua. 

La letteratura, come suggeriscono le Indicazioni della Gelmini, è certamente il campo dei buoni scrittori: quanto si fa cogliere agli studenti la proprietà, l’incisività, l’efficacia comunicativa e stilistica degli autori studiati? Oppure prevale la “scheda di lettura”, l’analisi narratologica, il cappello introduttivo che risparmia allo studente la fatica di vedere le parole? (lo studente, per come viene su dalle medie, di qualunque poesia dice che “parla della condizione dell’esistenza”, e che c’è più da dire?). Eppure ogni parola è stata pesata, ogni assonanza percepita, ogni giro di frase fissato per colpire al fondo. 

Purtroppo capita che un capo di governo (spalleggiato dall’intellettuale) pensi di sapere meglio degli insegnanti se un testo è utile o no: per esempio quanto può produrre, in termini di apprendimento del lessico, della sintassi e delle sfumature di senso, la lettura — meglio ad alta voce — dei Promessi sposi. Quest’anno potendolo fare proietto il testo sulla Lim e lascio che gli studenti se lo godano più possibile, che entrino nelle pieghe di certe frasi fulminanti, di certe espressioni impagabili e geniali. La comprensione della vicenda ne esce rinforzata: quasi non hanno bisogno nemmeno di me. Se gli studenti si annoiano sui Promessi sposi — come ci dicono per sostenere la damnatio — probabilmente si annoiano anche su tutto il resto: la storia antica, la grammatica, la fisica… Che a scuola si annoino è un dato noto da tempo. Ciò avviene soprattutto se nessuno fa loro vedere il bello che c’è dentro: ci vuole il maestro, quello che in prima persona apprezza il valore di quello che deve spiegare. 

In ogni caso l’esposizione al dato è fondamentale per apprendere una lingua ricca. Mi colpisce, nei corsi Pas e nei relativi esami, scoprire che anche qualcuno dei corsisti (già con un certo numero di anni di insegnamento) ha seri problemi di espressione orale e scritta. Come spiegheranno una cosa tecnica come la punteggiatura, che usano male e non sanno giustificare quando la incontrano usata bene? Come farà chi deve insegnare, se lui stesso non è stato sufficientemente esposto a “testi” e non li ha gustati nel dettaglio, a “passare il testimone”? Pare che la catena intergenerazionale si sia spezzata, perché la generazione intermedia ha pensato che la lingua chiamiamola colta (per dire ricca) fosse un inutile orpello, e qualcuno lo teorizza pure: il punto meriterebbe di essere almeno discusso.

La lingua a mio parere non ha a che fare solo con “i processi cognitivi dell’essere umano: processi estremamente complessi, com’è ovvio, perché esclusivi della nostra specie, ossia parte specifica dell’evoluzione degli organismi viventi che ha portato all’Homo sapiens sapiens, diverso solo per questo dagli altri primati”. Ha a che fare anche con il senso del bello, con la ricerca del vero, con l’esercizio libero del pensiero … Tutte cose proprie dell’uomo, e così fuori moda! E ce la vogliamo prendere con gli studenti? Coltivare il bene, il bello e il vero è ancora uno strumento adeguato per conoscere il Verbo.

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