SCUOLA/ I veri “fantasmi” del dibattito sul saper di greco e di latino

- Marco Ricucci

Il dibattito sulla traduzione dal greco e dal latino all’esame di stato dimentica il cuore del lavoro di tanti docenti e di interessanti progetti sperientali. MARCO RICUCCI

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Caro direttore,
quanto il dibattito sulla cultura classica risenta di questi tempi oscuri e minacciosi,  mi pare che sia emerso anche dal recente dibattito a distanza tra il professor Bettini e la professoressa Mastrocola.

In ogni caso, dalle olimpiche torri d’avorio da cui il Bettini e la Mastrocola scrutano l’agone dell’arena in cui sono immersi docenti e studenti mentre una società è spettatrice sempre più indifferente, non si vede che il mondo della scuola, in maniera silenziosa, si è scrollata di dosso — pare — queste questioni degne che richiamano quasi le pulci aristofanesche, obsoleto retaggio dell’Altertumswissenschaft e, rimboccandosi le maniche, tenta di essere creativa nello stimolare l’amore delle cultura classica rivitalizzando la morente istruzione classica.

A onor della cronaca, tralasciando Bettini e Mastrocola, la querelle è ancora più profonda quando non ci si chiede più “latino perché? latino per chi?” (secondo una espressione di Traina), ma, con una domanda-slogan ulteriormente semplificata, anzi semplicisticamente congegnata, passando dall’accidente alla sostanza: “latino sì, latino no?”.

Il fatto è che la riflessione di Bettini e Mastrocola sul format della versione di maturità è parte ancora del confronto tra gli addetti ai lavori, mentre invece, nell’opinione pubblica, serpeggia l’idea dell’inutilità del greco e del latino e, di conseguenza, del loro insegnamento nelle scuole della Repubblica. Due esempi di questo atteggiamento massmediatico sono altamente eloquenti, a cominciare  dalla posizione di, Bruno Vespa, il quale, nel 2012, auspicava l’abolizione dello studio del greco antico, insegnato come materia obbligatoria e fondante per quattro ore alla settimana (solo lingua) al biennio e per tre ore alla settimana (letteratura e lingua) al triennio del liceo classico,  per il fatto di costituire  una grande difficoltà per i giovani dei nostri giorni.

Il giornalista Stefano Bartezzaghi, dal canto suo, nel 2013, rispondeva a una lettera inviata a Repubblica da un lettore, il signor Chiassarini, che da padre lamentava lo studio della lingua latina come inutile per la formazione del proprio figlio iscritto al primo anno di un liceo scientifico, dove la lingua ciceroniana viene insegnata “appena” per tre ore a settimana a vantaggio di matematica, scienze e chimica e fisica. Ma la cosa sorprendente è che era proprio il figlio a difendere il latino nei confronti del padre, triste perché il figlio «ama l’inutile latino»!

Naturalmente, come abbiamo appreso dall’articolo di Bettini, è meritorio che oltre un centinaio di docenti di materie classiche, assai preoccupati di non diventare soprannumerari nella propria scuola per la mancanza di iscrizioni al liceo classico, si siano interrogati sulla traduzione dei testi antichi in convegni tra nord, sud e centro dello Stivale; altrettanti hanno affollato i convegni per essere formati sulla didattica delle lingue classiche e la dislessia…

Se veramente dobbiamo togliere il “tappo” per far rivivere il nostro liceo, come assai giustamente augura Bettini, non si deve andare a vedere, col bulino, di ritoccare la seconda prova dell’esame di Stato, alla stregua di una priorità di cui discettare come al banchetto dei sapienti; bisognerebbe invece puntare sull’aggiornamento serio dei docenti. Se, come riporta Bettini, le proposte più innovative emerse su oltre cento docenti volenterosi sono “fornire al candidato non una sola traccia, ma una rosa di più testi” da scegliere oppure “far precedere il testo da una contestualizzazione più ampia”, siamo messi proprio male, a parere umilissimo dello scrivente!

Non vedo dunque un grosso cambiamento delle umane sorti progressive nella riflessione scaturita da questesodalitates se non il perpetuarsi di meditazioni bizantine mentre Costantinopoli, dopo aver perso (la) Trebisonda, cadeva nella mani di Maometto II. Il dibattito dovrebbe essere, a parere di un docente “ignorante” quale sono io, con buona pace di Socrate, essere innervato dalle interessantissime risultanze ed evidenze delle Certificazioni linguistiche latine messe in essere in Lombardia e Liguria in maniera sperimentale, grazie alla collaborazione tra Uffici scolastici regionali e la Consulta Universitaria degli Studi Latini (ma su ciò conto di tornare prossimamente per la gioia dei 25 lettori).

Mastrocola sulle pagine del Sole 24 Ore scriveva che “c’era una grande ragione secondo me nel chiedere soltanto la versione. Era una prova squisitamente tecnica e limitata. Ma altissima: era la richiesta di una precisione ed esattezza, della capacità di ‘vedere’ la struttura delle frasi come fosse la struttura ossea in una immagine radiografica, i connettivi sintattici, le sfumature del lessico, i sottosensi, l’ambiguità. Chiedevamo soltanto di tradurre, d’accordo” eccetera. A me sembra in realtà che la Mastrocola voglia vedere quanto la mente di un giovane del terzo millennio, un nativo digitale, pindaricamente sappia volare tra la lingua morta del latino e del greco e la lingua viva di un italiano ormai imbarbarito… Correggendo la “traduzione” delle versioni della maggioranza dei maturandi italiani, dal punto di vista tecnicistico, si accorgerebbe di cimentarsi, ahimè, solo nel calcolo del salto delle pulci.

Purtroppo non si cita, sulle pagine di quotidiani così patinati e diffusi, il lavoro sommerso di migliaia di docenti di lingue antiche, animati dal grande amore verso un mondo lontano quanto intimo, verso cui (non è retorico ribadirlo) i giovani silenziosamente tentano di immedesimarsi in vere lezioni d’amore per le lingue greca e latina.

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