SCUOLA/ Leggere per essere più “liberi”. Anche in tempo di web

- Antonio Cocozza

L’Italia è un paese che legge poco: tra i Paesi europei il nostro è quello con la più bassa diffusione di lettori di libri. Si può cambiare, a cominciare dalla scuola? ANTONIO COCOZZA

Leggere un libro significa viaggiare, aprire la mente alla conoscenza di altre idee, di altre persone, di altre storie, di altri luoghi, di altri comportamenti, di altre paure, ma anche di altre passioni. 

Il libro e la lettura svolgono una funzione decisiva in diversi ambiti: nella nostra formazione umana di persona socialmente responsabile, nella costruzione del nostro progetto e percorso di vita, così come nello sviluppo delle nostre società, non solo dal punto di vista culturale, ma anche economico, sociale, civico, religioso e spirituale. 

Leggere significa fornire nutrimento all’anima; e infatti, un ruolo decisivo è riconosciuto alla lettura già nell’antichità. Per questo  motivo l’iscrizione sulla porta della Biblioteca di Tebe recita: “Medicina per l’anima”.

A proposito di meditazioni ultraterrene, Virginia Woolf afferma messianicamente: “Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine”. 

In realtà, più empiricamente, come suggerisce Francis Bacon: “Alcuni libri devono essere assaggiati, altri trangugiati, e alcuni, rari, masticati e digeriti”.

Per tradizione l’Italia è un paese dove si legge poco: tra i Paesi europei il nostro è quello con la più bassa diffusione di lettori di libri (almeno un libro l’anno), il 42,2% contro il 44,3% della Francia, il 49,8% dei tedeschi o addirittura il 71,8% della Svezia. Bisognerebbe recuperare terreno e invertire la tendenza storica, poiché come è stato rilevato dall’Istat, nel 2014 in Italia si sono persi 820mila lettori, nel 2013 la percentuale di lettori di libri era ben al 43%.

In realtà, è necessario ricordare che la lettura di libri aiuta la consapevolezza delle proprie capacità e potenzialità, poiché, come ricorda Albert Einstein: “La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre”. Sulla stessa lunghezza d’onda Haruki Murakami ammonisce che: “Se leggete solo libri che tutti gli altri stanno leggendo, state pensando solo ciò che chiunque altro sta pensando”.

Il libro assume innumerevoli forme e contenuti (libro scientifico, letterario, romanzo, di poesie, di storia, divulgativo, istruttivo; di preghiere, di devozione; da messa; di lettura — destinato alle scuole elementari per esercizi di lettura — libro contabile. Esistono poi libri di vari colori: libro bianco (proposta di azioni e progetti), libro verde (analisi di dati e denuncia di fenomeni), libro giallo (mistero e intrighi), libro nero (repressione).

Il libro bianco più famoso è quello di Jacques Delors, presentato dalla Commissione europea nel dicembre del 1993, che ha come argomento principale il problema della disoccupazione nei paesi membri della Comunità Europea e rappresenta il contributo più autorevole proposto dalle istituzioni comunitarie per affrontare la più grave emergenza economica e sociale che affligge l’Unione Europea. Delors individua nella cultura e nell’educazione una leva fondamentale per lo sviluppo delle politiche dell’Unione Europea a favore di una maggiore equità e giustizia sociale.

Nelle nostre società, sempre più complesse, globalizzate, interconnesse, competitive e interessate da un processo di mutamento continuo e da fenomeni di discontinuità, dal punto di vista sociale siamo di fronte a società liquide, a rischio, multietniche e  culturalmente plurali.

In questo nuovo scenario, la lettura consapevole, lo studio mirato e strutturato, il potenziamento della cultura e della formazione, aiutano l’acquisizione di “capitale umano” e una maggiore diffusione del “capitale sociale”, le nuove variabili strategiche che caratterizzano la complessità dello sviluppo.

Infatti, lo sviluppo non è più basato su un’ottimale combinazione dei fattori economici tradizionali (materie prime, capitali finanziari e tecnologie), ma sul ruolo determinante di tre variabili fondamentali: a) Politiche innovative basate su ecosostenibilità, smart technologies e creating shared value (visione strategica); b) Cultura, competenze e valori condivisi (capitale umano); c) Rispetto delle regole (legalità), clima di fiducia ed efficace interazione tra Istituzioni e attori economici e sociali (capitale sociale).

Siamo oramai nell’era digitale, l’interattività e la connettività contribuiscono a definire nuovi linguaggi e inedite modalità di comunicazione. Infatti, in merito al ruolo dei nuovi linguaggi e allo scarso grado di pervasività nell’uso delle tecnologie nel sistema scolastico, in Italia non si è ancora affermata un’efficace integrazione delle Ict nei processi di insegnamento e apprendimento, poiché esse risultano essere ancora relegate nei laboratori di informatica o a pratiche amministrative decisamente tradizionali.

La maggioranza dei docenti italiani, a parte alcune lodevoli esperienze pilota che stanno sperimentando nuove metodologie nelle classi 2.0, sembra che non abbia ancora compreso pienamente le opportunità e le potenzialità insite nelle nuove tecnologie, soprattutto sul piano della didattica, alimentando quel rischio che vede i ragazzi non comprendere perché la loro frequentazione con l’uso delle tecnologie informatiche sia da circoscrivere alle attività extra scolastiche, lontane dai processi di apprendimento formale. Su questo piano, le esperienze internazionali maturate in altri sistemi scolastici suggeriscono, invece, che l’integrazione delle Ict nella pratica e nella vita scolastica, benché non risolutiva di tutti i mali della scuola, appare in gran lunga una best practice utile per favorire l’insegnamento personalizzato e una buona socializzazione a un comportamento orientato a una logica di lifelong learning, in linea con la strategia Europa 2020. 

Infatti, a proposito dell’influenza sempre più netta delle Ict sul sistema educativo — come chiariscono diverse ricerche — è necessario elaborare una diversa strategia di insegnamento/apprendimento e di conduzione delle stesse lezioni in classe, poiché l’interazione tra media digitali (e-book) e la comunicazione interattiva (smartphone, iPad, tablet, pc), che rappresentano i fenomeni più eclatanti del mutamento sociale e dell’industria culturale all’inizio di questo millennio, stanno rivoluzionando il mondo della lettura e dello studio. 

I nuovi media mettono in crisi il regno della carta stampata gutenberghiana e fanno emergere una nuova cultura digitale che si afferma attraverso uno stile comunicativo orientato all’interazione attiva, all’autonoma produzione di contenuti, all’elaborazione in team (Dropbox; Google Drive) e alla condivisione (blog e social networks). 

Sulla portata di questi cambiamenti nell’ambito dei processi educativi è necessario cominciare a prendere in esame la generazione di coloro che oggi hanno un’età intorno ai sei anni, identificabili come generazione digitale, che hanno vissuto e vivono un percorso di apprendimento che li porta cronologicamente prima a confrontarsi con gli schermi, a interagire con adulti di riferimento che utilizzano il computer e navigano su Internet. Questi studenti digitali, che sono dotati precocemente di smartphone e tablet, quando iniziano ad andare a scuola incontrano una modalità di socializzazione e di apprendimento molto diversa, lontana dal loro sapere tecnologico sempre più pratico e dalla loro cultura di auto-apprendimento.

Con riferimento all’estrema pervasività non sempre positiva dei nuovi media e al loro ruolo sulla lettura, dovremmo puntare e sperare sull’effetto auspicato da Groucho Marx, quando afferma: “Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende, vado in un’altra stanza a leggere un libro”. 

In questa sfida, la lettura, la cultura e la formazione ci aiutano a capire il mondo e a saper adottare le scelte più adeguate, non le “migliori” in assoluto, ma quelle più razionali, coerenti con il contesto di riferimento, con le risorse disponibili e gli obiettivi da raggiungere. Scelte nelle quali le buone letture, i saggi insegnamenti e l’etica della responsabilità personale e istituzionale debbono assumere un ruolo primario insostituibile, debbono guidare la nostra azione e i nostri comportamenti.

In questa prospettiva, il libro deve “aprire gli occhi” al lettore, poiché come afferma acutamente E.M. Cioran, “Un libro che lascia il lettore uguale a com’era prima di leggerlo è un libro fallito”.

Ha ragione Umberto Eco quando sostiene che “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro!”

Ennio Flaiano ci aiuta a capire il ruolo magico del libro, quando sostiene che “Un libro sogna. Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni”.

In altre parole, la lettura permette di crescere, di raggiungere più alti gradi di libertà, attraverso la cultura e l’acquisizione di senso critico, necessario per assumere decisioni, per rapportarsi agli altri e interagire positivamente, con una modalità collaborativa e di libero confronto.

Vorrei concludere con un’affermazione lapidaria, bellissima e socialmente impegnativa di Gianni Rodari: “Vorrei che tutti leggessero. Non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo”.


Il testo è l’intervento tenuto dall’autore il 23 aprile 2015 nell’ambito di una iniziativa organizzata dall’Unesco a Roma in occasione della Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore 2015.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori