SCUOLA/ Cari colleghi, il 5 maggio scioperiamo per dire che Renzi è brutto: e poi?

- Valerio Capasa

Un prof scrive ai suoi colleghi che saranno in piazza il 5 maggio, giorno dello sciopero anti-Buona Scuola. Difesa dei diritti minacciati? No, solo festa dell’ipocrisia. VALERIO CAPASA

scuola_sciopero_cobas_miurR439
Infophoto

Una circolare informa che la classe uscirà alle 11: boato! I ragazzi si abbracciano, esultano. Al campo di calcetto, invece, gli stessi ragazzi non c’è verso di tirarli fuori fino a quando non spengono i fari e il custode non inizia a insultarli. In questa differenza sta tutto il problema della scuola. Il campo di calcetto è un posto in cui si sta volentieri, la scuola no. Non è questione di pesantezza e leggerezza, il problema rimane: non vedi l’ora che arrivi il sabato oppure non vedi l’ora che arrivi il lunedì?

Ora, mi chiedo: chi rende la scuola un posto da cui è bello scappare? chi ha trasformato in poetico il suono obiettivamente fastidioso della campanella? chi fa contenti i ragazzi quando è assente, quando aderisce all’assemblea sindacale, quando sciopera il 5 maggio? Non unicamente, ma principalmente: gli insegnanti. E gli insegnanti adesso vorrebbero convincermi che è una riforma a distruggere la scuola?

«Frustrati di tutto il mondo, unitevi!». Scenderanno in piazza, reduci dai loro flash-mob coloratissimi di palloncini. Ma non è politica, è folklore. Per la sindrome di Peter Pan c’è la neuropsichiatria, ma i ceri nelle piazze… Sono un insegnante anch’io, e quando incontro i miei colleghi a uno a uno il discorso è diverso: c’è quello bravo, quello con cui si collabora, quella che era la più brava della classe ai suoi tempi, figurati adesso quanto è diventata acida, quello che è un danno per intere generazioni e lo sanno tutti… ma insomma, in fondo ci si stima, anche quando non ci si conosce bene. Quando gli insegnanti però si lagnano all together, manco fossero vessati peggio dei maghrebini che raccolgono pomodori mentre il caporale li frusta sotto il sole d’agosto, e annunciano l’imminente apocalisse coi ceri mortuari in mano, vi giuro, mi scappa la voglia di un falò.

Gli insegnanti il 5 maggio fanno finta che la scuola sia un bel giardino fiorito e si mettono nella posizione della difesa a priori della categoria; del noi contro loro. Noi siamo i buoni, loro sono i cattivi. Noi insegnanti siamo i perseguitati, loro politici sono i persecutori. Noi ci facciamo il mazzo a scuola, loro vogliono ammazzare la scuola pubblica. Eppure non è così, il manicheismo non è mai stato uno schema adatto a comprendere la realtà. Non ci sono insegnanti e politici, greci e barbari, nazisti ed ebrei (o addirittura fascisti e partigiani, come blatera qualche loro sedicente emulo, ubriacato dall’euforia del 25 aprile: ha perso il senso della storia, e anche del ridicolo). C’è troppa zona grigia, Primo Levi dovrebbe avercelo insegnato. Perché i politici, quasi sempre, di scuola non ne sanno niente, visto che a scuola non ci vivono. Il problema sono invece quelli che a scuola ci vivono, e nonostante questo non ne sanno ancora niente. Quelli lontani fanno paura, ma fino a un certo punto: sono quelli vicini a essere mostruosi. 

Cari colleghi, non possiamo ragionare col noi. Un po’ perché governo e sindacati, lo sappiamo, fanno parte troppo spesso della stessa banda; un po’ perché il sindacato dice di difendere il precariato, ma poi il singolo sindacalista se ne infischia del singolo precario; un po’ soprattutto perché, fra di noi, c’è insegnante e insegnante. E in mezzo a quelli bravi ce ne sono troppi che la scuola la distruggono ogni giorno. Andare in piazza tutti insieme a gridare che il nemico è fuori, quando invece è dentro, è tremendamente ipocrita: è troppo facile essere d’accordo su un no, e lasciare tutto come prima. Andiamo a dire che Renzi è brutto: d’accordo, e poi? 

Lo sciopero non costruisce, così come le riforme non distruggono. Passerà anche questa riforma, passerà anche questo governo, poi ne arriverà un altro, che farà un’altra riforma e ci saranno altri scioperi, sempre con gli stessi slogan ovviamente: e noi, intanto, continueremo a fare lezione, chi bene e chi male. Ma la bellezza della partita che possiamo giocarci ogni giorno in classe, con le nostre materie e con i nostri alunni, non ce la toglierà mai nessuno. 

“Ma se non difendi i tuoi diritti, arriverà il giorno in cui non potrai più chiudere la tua porta e fare la tua lezioncina con il tuo Leopardi”. Ecco i ceri mortuari. Sinceramente, non mi fa paura una riforma che permetterà ai presidi di scegliere i docenti: ci sarà uno, almeno uno di loro, che mi prenderà. Chi non ci crede, scivola nella contraddizione di andare a braccetto degli attuali colleghi (e presidi di domani) mentre al tempo stesso sospetta che ciascuno sia homo homini lupus! Va bene, in molti casi andranno avanti gli amici degli amici: ma come mai potrà accadere questo? Perché tanti insegnanti, con la complicità di tanti studenti e tanti genitori, sguazzeranno in questa logica corrotta e degradante. Sono gli stessi che il 5 maggio si truccheranno da puri e si stracceranno le vesti in piazza. E che da anni decidono già tutto quel che possono decidere, chiacchierando davanti alla macchinetta del caffè. 

Io non vedo l’ora di essere scelto non per graduatoria ma per merito. Valesse il curriculum o la didattica o la valutazione degli alunni, sarei a cavallo. Ma in questi anni di giri da precario fra le scuole, a troppi insegnanti e sindacalisti non glien’è fregato niente né di curriculum né di didattica né di alunni. Non è la regola che non va, è il contesto umano che va ricostruito. Allora non scioperare — rubo una frase a Montale — «non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio». Io so solo che una classe è più concreta di una legge, e che dentro l’aula si misura quanto esista una “buona scuola”. Altrimenti, quando avrai la riforma perfetta e il cuore sarà ancora divorato dalla noia, saremo punto e a capo. Gaber diceva che non gli faceva male il mondo, gli faceva male Giuseppe. 

«Io rido delle minacce della fortuna» quanto rideva Ortis, e tra guelfi e ghibellini faccio parte per me stesso come Dante. Perché non mi fa paura cambiare scuola ogni tre anni. Mi fanno paura piuttosto quegli insegnanti che si arroccano a difendere il loro divino diritto al posto fisso sotto casa e a non dover mai dare conto a nessuno perché i sindacati da decenni li proteggono; mi fanno paura quelli che valutano sempre ma non vogliono mai essere valutati; mi fanno paura i collegi docenti più chiassosi della classe più indisciplinata, la valanga di insegnanti di italiano che non ha mai letto integralmente né La divina commedia né l’Orlando furioso né Le ceneri di Gramsci e che prepara le lezioncine dal paragrafetto; quelli che si sono accorti soltanto a fine aprile di non avere tempo per leggere Ungaretti, Montale e Calvino a studenti che hanno avuto per tre anni, l’insegnante di religione che distribuisce la pagina di Wikipedia su Dio, quello di educazione fisica che chiede di mettere la crocetta giusta per scegliere se è un valore dello sport star bene con se stessi oppure l’aggressività, quello di matematica che si capisce da solo, quello di storia che ti propina che la lotta di classe iniziò con i fenici e la crisi del mercato della porpora, quello che se non frequenti il corso pomeridiano ti interroga, quelli che per buonismo hanno portato in quarta e in quinta dei semianalfabeti senza correggere mai un apostrofo, quelli che perseguitano i ragazzi che non sono come loro vorrebbero, quelli che ti mettono l’insufficienza se non ripeti quello che loro ripetono, quelli che da settimane parlano sempre e solo dello sciopero e ti guardano come un dissidente in Unione Sovietica se non sei dei loro, quelli che ti fanno sbadigliare su Manzoni, su Kant e sulle cose più belle del mondo. Quei serial killer della scuola mi fanno paura, e saranno in piazza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori