SCUOLA/ Lo sciopero sfida il riformismo “a corrente alternata” del governo

- Giorgio Rembado

Il ddl ha finito per provocare nei soliti noti (che scioperano il 5 maggio) il veto assoluto a qualsiasi ipotesi di cambiamento. Il governo però dica cosa vuol fare. GIORGIO REMBADO (Anp)

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Ci sono voluti mesi di dibattito sul documento “La Buona Scuola”, centinaia di migliaia di partecipanti, altrettanti contributi e proposte variamente strutturati e aggregati, per poi cadere nel solito vecchio riflesso pavloviano dell’apposizione di un veto assoluto a qualsiasi ipotesi di cambiamento. 

Alla fine sono prevalsi paure e sospetti: paure di essere sottoposti a valutazione, di non ricevere tutti la stessa retribuzione, pur nella diversità di impegno e di risultati professionali di ciascuno; sospetti sui cosiddetti “superpoteri” del dirigente manager, su nuove modalità assunzionali che tengano conto delle esigenze differenziate delle scuole e degli allievi. I nuovi compiti del dirigente in particolare hanno suscitato scandalo, come se non fossero connessi all’esigenza del migliore funzionamento dell’istituto ma rappresentassero invece l’esercizio di un privilegio se non addirittura di un arbitrio sovrano.

Si potrebbe dire: “nulla di nuovo sotto il sole”. E’ già capitato tante volte o, per meglio dire, ogni qualvolta un governo si era posto concretamente l’obiettivo di un intervento non solo di facciata sulla modernizzazione del sistema “scuola”. Come non ricordare il fuoco di sbarramento di tutto il mondo sindacale contro la proposta di valutazione degli insegnanti avanzata alla fine del secolo scorso dall’allora ministro Berlinguer?

Quello che dovrebbe turbare è, a distanza di tanti anni o decenni, la reiterazione delle medesime parole d’ordine, degli stessi comportamenti compulsivi, frutto, nell’interpretazione più benevola, di un’impostazione difensiva della categoria. Ma quello che ancor di più stupisce è l’ostinazione nel credere che il mondo scolastico sia legibus solutus, ossia affrancato dalle regole di corretta amministrazione che si addicono a tutte le organizzazioni o enti complessi. Questi ultimi sono governati secondo il principio di distinzione tra poteri di indirizzo e di gestione. Nella governance della scuola alle prime due funzioni il ddl 2994 affianca quelle didattico-progettuali, da attribuire al collegio dei docenti e alle sue articolazioni. Ma gli odierni contestatori non ne sono paghi, quello che a loro davvero interessa è il contrasto alla funzione di gestione attribuita al dirigente, come se della stessa l’istituzione scolastica potesse fare a meno. Nell’organizzazione scolastica la gestione, secondo la loro visione, non dovrebbe essere contemplata, perché la scuola e il suo personale si autogovernerebbero e non dovrebbero dar conto a nessuno del loro operato.

Non tutti naturalmente la pensano in questo modo, in primo luogo quanti si impegnano con generosità nell’interesse della comunità, ma le voci di coloro che dissentono sono sovrastate dal frastuono della protesta e dall’invettiva. L’indignazione — sincera o drammatizzata — è diventata la nota dominante e ha preso il posto della riflessione pacata e del confronto civile.

E il Governo, questo Governo così determinato a vincere altre battaglie politico-parlamentari, che parte vuol giocare nella storia? Dopo aver dichiarato, all’inizio del suo percorso, di voler “cambiare verso”, dopo aver promesso di porre la scuola al primo posto nella scala delle priorità, pare disponibile a trattare o, per lo meno, a non mostrare la stessa ferrea determinazione esibita nell’approvazione dell’Italicum.

Non saranno le elezioni regionali, non sarà il cambio delle priorità politiche a farlo addivenire a più miti consigli, che però nel caso specifico significano la rinuncia a riformare l’organizzazione scolastica e ad attuare l’autonomia posta al centro degli obiettivi riformistici in materia di istruzione? Ancora una volta verrebbero posposti merito, rendicontazione sociale, carriera degli insegnanti, introduzione di strumenti di gestione corrispondenti ai livelli di responsabilità. Perché è chiaro che qualsiasi mediazione al ribasso non possa che rappresentare una rinuncia al cambiamento promesso e, nel caso, ancora una volta inattuato.

Ci sarebbe a quel punto una sola (amara) conclusione da ricavare, che le ragioni della politica avrebbero ancora una volta avuto la meglio su quelle delle politiche di settore e degli interessi dei cittadini.

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