SCUOLA/ Meglio il preside di Renzi che la finta democrazia dei sindacati

- Gianni Zen

Chi sono i presidi oggi? Sono responsabili di tutto, ma senza possibilità di intervento. Ecco perché la riforma di Renzi può finalmente rappresentare una svolta. GIANNI ZEN

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“Come ti senti da preside sceriffo in pectore?”. Immaginate il mio sorriso, misto da preoccupazione, a domande come queste, ricevute in questi giorni.

Perché pochi sono in grado di comprendere la complessità delle responsabilità del preside nella scuola di oggi. Per chi avesse dubbi, provare per credere. E così si sgonfierebbero le troppe polemiche di queste settimane, magari condite anche da parole non vere.

Chi sono i presidi oggi? Sono responsabili di tutto, ma senza possibilità di intervento: penso qui anzitutto alla verifica delle nuove domande formative, della qualità del “servizio” dei docenti e del personale Ata, delle poche risorse. Per la gestione del personale non hanno la possibilità, tanto per capirci, di differenziare chi lavora bene da chi lavora male. Responsabili di tutto, ma con le mani legate.

Questo è il cuore dello scontro ideologico delle ultime settimane. Con, sullo sfondo, anche la strumentalizzazione, purtroppo, dei sindacati che si servono di tutto e di tutti per difendere il loro vecchio ruolo corporativo, oggi sempre più in crisi nella nostra “società aperta”.

E’, questo mio, un inno all'”uomo solo al comando”? Ovvio che no. Perché chi conosce la complessità della scuola sa anche che non c’è questo pericolo. La scuola, infatti, è un luogo dove la collaborazione è la regola prima, mentre da decenni dominante, nascosto dietro la “libertà di insegnamento”, è l’individualismo didattico.

Andando al sodo, come si fa a valutare un servizio? Meno difficile di quello che si pensi: con verifiche dirette ed indirette. Tanto è vero che, a scuola, tutti sanno chi sono i bravi docenti, presidi, personale non docente. Tutti lo sanno. 

Difendo la Buona Scuola di Renzi? Beh, vedere che, finalmente, torna al centro del dibattito, con finanziamenti importanti, vista la crisi, con un organico aggiuntivo, con 500 euro all’anno per la formazione, con riconoscimento (è la prima volta) del principio del merito: perché negarlo?

Sulla scelta dei docenti da parte del preside: tutti sanno che le graduatorie non dicono il valore reale dei docenti, perché una cosa è conoscere una materia, altra è saperla insegnare, saper coinvolgere i ragazzi, saperli appassionare. Anche qui, provare per credere.

Infine, è giusto che si dica una verità scomoda: la tanto sbandierata “democrazia degli organi collegiali”, con collegio docenti e consiglio di istituto, ad oggi senza una chiara distinzione di ruoli, in realtà sappiamo che non funziona. Essendo solo una maschera deresponsabilizzante rispetto alla domanda di qualità del nostro “servizio pubblico” scolastico. Una finta democrazia.

La scuola oggi è un grande pachiderma, con tante persone in gamba e pochi che pensano, se va bene, solo allo stipendio. Un pachiderma ingestibile, con luci e ombre. E’ chiaro che introdurre l’etica della responsabilità non è cosa facile, ma va fatto. 

Il preside poi si comporterà male? E’ giusto che venga valutato e anche rimosso da quella scuola. Una valutazione del suo superiore, cioè il direttore generale, ma una valutazione in primis dal suo consiglio di istituto.

Il fatto che si introduca, come è giusto, il principio di responsabilità personale è dunque un grande passo in avanti. Vedremo se, poi, saremo in grado di corrispondere a questa responsabilità. Sapendo che il cuore della scuola non sono i presidi o i docenti, ma gli studenti, la loro domanda di futuro.

Ed è giusto che, in relazione a questa centralità, tutti siano valutati sulla efficacia del loro “servizio”, come noi facciamo, durante gli scrutini, con gli studenti. Pari dignità, ma chiarezza sul nostro compito formativo.

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