SCUOLA/ Autovalutazione, luci e “ombre” (ministeriali) di una bella novità

- Tommaso Agasisti

Con il 31 luglio si chiude il processo di redazione del Rapporto di autovalutazione (Rav) delle scuole. Ora il Miur deve evitare che diventi tutto lettera morta. Di TOMMASO AGASISTI

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Con il 31 luglio si chiude il processo di redazione del Rapporto di autovalutazione (Rav) delle scuole, realizzato nell’ambito del nuovo sistema nazionale di valutazione (Snv) di cui al DPR 80/2013. La redazione del Rav è il primo step di un processo ben più articolato che prevede anche la realizzazione di visite di valutazione esterna (coordinate dal Miur) e l’avvio di piani di miglioramento che ciascuna scuola dovrà realizzare per poi, al termine, rendicontare all’esterno i risultati ottenuti (rispetto agli obiettivi prefissati). 

Il nuovo processo di valutazione ha, certamente, tre elementi positivi ed innovativi che devono essere adeguatamente valorizzati.

Anzitutto, si tratta del primo processo valutativo che coinvolge, obbligatoriamente, tutte le istituzioni scolastiche. Aldilà dell’opinione che ciascuno può legittimamente avere, in relazione alla opportunità di una valutazione “terza” piuttosto che di una autovalutazione, occorre prendere atto che tutte le scuole sono oggi impegnate in un processo che ha l’esplicito obiettivo di pervenire a un giudizio (valutazione) sui risultati da ciascuna ottenuti. In questo senso, per la prima volta nella storia del sistema scolastico italiano l’attività di valutazione è accettata come elemento istituzionale della vita delle scuole. Non secondaria, in questa prospettiva, è l’accettazione di un format unico di Rav, che quindi enfatizza l’importanza di comparare i risultati delle valutazioni pur effettuate autonomamente dalle diverse scuole.

Il secondo elemento di discontinuità rispetto al passato concerne l’utilizzo di indicatori quantitativi alla base della valutazione, ed anche come output della valutazione stessa. Se un punto di debolezza delle attività autovalutative delle scuole consisteva nella eccessiva autoreferenzialità, dovuta anche all’assenza di dati sui risultati, l’attuale sistema si caratterizza invece per la disponibilità di molte informazioni di tipo quantitativo. Ciascuna scuola riceve, durante la redazione del Rav, una sorta di rapporto statistico in cui sono dettagliati numerosi indicatori su risorse disponibili, caratteristiche di studenti e docenti, risultato ottenuti (punteggi Invalsi, tassi di abbandono, esiti a distanza, ecc.) sia con riferimento alla propria situazione che in un’ottica comparativa con la media della propria regione e nazionale. In questo modo, i commenti che ciascuna scuola formula devono basarsi su una discussione di tali dati, e non possono valere “in generale” ma solo con riferimenti agli indicatori comparativi. In questo quadro, è peraltro importante rimarcare positivamente come al centro degli indicatori vi siano quelli di risultato: anche in questo caso, per la prima volta si accetta l’idea esplicita che la scuola debba migliorare i propri risultati formativi (livelli di apprendimento, riduzione del dropout, ecc.) e non possa limitarsi a promuovere un “clima scolastico positivo”. Non solo: sui diversi aspetti (struttura delle attività formative, risultati ottenuti, risorse disponibili ecc.) ogni scuola deve non solo scrivere un commento qualitativo, ma deve anche formulare una propria autovalutazione su una scala di valori categorici da 1 a 7. 

Il terzo elemento innovativo consiste nella pubblicità dei risultati delle valutazioni: infatti, i Rav saranno pubblicati online, così che i diversi stakeholders potranno accedere alle preziose informazioni in essi contenuti. Non solo le varie scuole potranno osservare cosa fanno le altre, ma sopratutto i genitori avranno accesso ad una serie di dati ed informazioni sono ad oggi sostanzialmente inaccessibili. Attraverso una tale iniziativa di accountability, si promuoverà una maggiore consapevolezza delle varie componenti del mondo della scuola e, forse, una migliore collaborazione tra di esse. 

Oltre agli aspetti positivi individuati, non ci si può esimere dal rilevare anche alcune oggettive criticità. In primo luogo, il presidio dell’intero processo da parte del ministero appare talvolta precario; si pensi, ad esempio, alla decisione di prorogare la scadenza della “chiusura” del Rav (sarà riaperta a settembre), che ha fatto sollevare qualche dubbio ai vari attori coinvolti (docenti, dirigenti scolastico, ecc.) sulla effettiva “tenuta” organizzativa del processo nel suo insieme. Sempre con riferimento al Miur, l’attività di consolidamento dei dati sulle caratteristiche delle scuole e dei loro risultati (su cui esse basano la propria autovalutazione) dovrà esser sempre più affinata, sia per renderla più routinaria (e meno invasiva delle scuole, chiamate ad un ulteriore questionario) sia per assicurarne la robustezza (ad esempio, in relazione alla precisione dei dati). 

Ancora, il processo è stato sinora coordinato centralmente in modo molto stringente, mentre sarà sempre più opportuno che le scuole possano rivolgersi con maggiore autonomia a soggetti terzi (università, istituzioni, fondazioni, ecc.) per un supporto già nella fase di autovalutazione (e non solo in quella di miglioramento). A tal fine, potrebbe essere utile un segnale da parte del Miur, che destini nel prossimo futuro risorse ad hoc per favorire una maggior apertura delle istituzioni scolastiche al confronto con soggetti terzi.

Infine, non è ancora chiaro quali strumenti saranno messi in campo per verificare la veridicità delle valutazioni effettuate, ed evitare il rischio — paventato da più parti — di una eccessiva auto-celebrazione (o auto-assoluzione) da parte delle scuole. 

E’ ancora presto per dire se questo primo esercizio di autovalutazione estensivo sortirà effetti benefici per il sistema scolastico, stimolando l’avvio di processi di miglioramento delle attività scolastiche (per perseguire più elevati livelli di apprendimento e di skills non cognitivi), o se invece si tradurrà in un ennesimo rischio di adempimento formale. Le basi per essere ottimisti vi sono, ed ora si tratta di consolidarle e renderle sempre più componente sostanziale della valutazione.

A questo stadio della discussione, in particolare, occorre a mio avviso pianificare con cura due passaggi ulteriori.

Il primo è quello di rendere le scuole (ed i dirigenti scolastici in particolare) responsabili in prima persona dei progetti di miglioramento. Su questa partita si gioca, in maniera decisiva, il vero spazio di autonomia delle scuole. Con una logica sussidiaria, il Miur dovrà fare un passo indietro sulle modalità operative di conduzione dei processi di miglioramento (lasciando libere le scuole di aggregarsi e finanziando i loro progetti anche in partnership con soggetti terzi, università, ecc.) e concentrare la propria attenzione sulla valutazione (esterna) dei risultati conseguiti.

Il secondo consiste nell’utilizzare i risultati della valutazione, e non lasciarli chiusi nel cassetto. In questo senso, ogni iniziativa che dia il senso del follow-up rispetto alla fase attuale andrà salutata con favore: diffusione di informazioni di dettaglio sulla valutazione delle diverse scuole (anche ai genitori), agganciamento delle valutazioni a incentivi finanziari e non solo, e così via. Se invece tali valutazioni rimarranno inutilizzate, si creerà un’opinione di inutilità del lavoro effettuato che vanificherà qualunque sforzo ulteriore. A tal proposito, un ruolo cruciale dovranno giocarlo i dirigenti scolastici: anche alla luce dei maggiori ambiti di autonomia che la legge Buona Scuola sta tentando di creare, i ds dovranno dimostrare di possedere quelle caratteristiche manageriali e di proattività che da loro ci si aspetta.

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