SCUOLA/ I bambini hanno davvero bisogno di un programma di “meditazione”?

- Luigi Campagner

Un nuovo mainstream sembra prossimo ad arrivare anche da noi, direttamente dagli Usa: la “mindfulness”, primo step delle filosofie orientali. Ce n’è davvero bisogno? LUIGI CAMPAGNER

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Se abitate a New York o nei dintorni avrete anche voi ricevuto una mail dalla scuola elementare dei vostri figli per chiedervi l’adesione al programma di meditazione “mindful schools” che inizierà in molte scuole dello Stato di New York e di altri Stati della Federazione il prossimo mese di settembre. Così alle vostre preoccupazioni estive gravitanti attorno al dilemma: compiti delle vacanze sì, compiti delle vacanze no, ecco aggiungersi un novo esotico e stimolante quesito.

Se invece abitate nell’italico stivale, soprattutto nei dintorni di Milano City, il concentrato urbano più simile alla metropoli verticale americana, non pensatevi al riparo da questo incombente e ormai inesorabile mainstream, perché il vento ha ormai iniziato a soffiare. La mindfulness è uno degli ultimi ritrovati delle università americane nel campo delle terapie psicologiche le cui applicazioni sono di recente approdate sui banchi di scuola. 

I primi studi sulla mindfulness, risalenti agli inizi degli anni 70 alla Massachusetts University, hanno isolato un singolo aspetto delle tecniche di meditazione del buddismo e dell’induismo, per sottoporlo alle esigenze accademico-scientifiche di misurabilità dell’attività psichica: test, scale percentili e misurazioni quantitative varie che farebbero sobbalzare Cartesio e con lui sicuramente anche Spinoza, per i quali pensieri, affetti, sentimenti e emozioni afferiscono alla res cogitans (qualitativa) e non alla res extensa (quantitativa). 

Sull’opinione, poi, che ne avrebbe Freud non ho dubbi: invitato nell’agosto del 1909 da Stanley Hall proprio alla Clark University Massachusetts per una settimana di conferenze, non solo non ebbe mai fiducia nell’insegnabilità della psicoanalisi in università (S. Freud, Bisogna insegnare la psicoanalisi nelle università?, 1918, suggerisco la recente traduzione di Glauco M. Genga disponibile in rete), ma ancor più diffidò della possibilità della psichiatria americana di accedere alle principali scoperte delle psicoanalisi. 

Tuttavia proprio dalle neuroscienze americane è rinato un certo interesse per alcune questioni che Freud lascia aperte in tutta la sua opera, più come spunti di lavoro che come tesi scientifiche da validare, sulla riconducibilità del pensiero alle sue basi biologiche e precisamente neuronali. Che a pensare non sia il cervello per Freud è altrettanto vero quanto che senza cervello non si pensa, ed è proprio in questo spazio dilemmatico che nuotano le neuroscienze e i suoi imperativi di misurabilità evidence based. Eccoci così di nuovo alla mindfulness, la tecnica base di meditazione che costituisce il primo step del cammino spirituale delle principali filosofie orientali, corrispondente allo svuotamento della mente, analizzato sotto il suo aspetto empirico e misurabile.

Immaginatevi un monaco novizio impegnato in un’attività mattutina, agli albori del giorno, mentre spazza l’atrio del tempio e ripete poi l’operazione numerose volte finché questa attività non assurge al livello simbolico di pulizia della mente. È il livello che nella mindfulness si raggiunge concentrando il pensiero solo ed esclusivamente sul respiro e sul suo ritmo.

Questa ginnastica mentale costantemente praticata consente di accorgersi di quanto spesso il pensiero divaghi: di come fugga qua e là, avanti e indietro, e di come sia difficile riportarlo pazientemente al respiro, finché non si sia abituato e vi permanga, almeno per qualche minuto, oppure per molto tempo se si è diventati meditatori esperti. Sugli effetti benefici della mindfulness gli studi evidence based sono numerosissimi e i suoi potenziali campi d’applicazione lo sono altrettanto: dalle scuole alle aziende, alle terapie psicologiche ai reparti oncologici, alle carceri… 

Restringendo il campo alla scuola il London Time ha recentemente richiamato l’attenzione dei suoi lettori sulla mindfulness in età scolare riferendo di uno studio effettuato in Canada e pubblicato su Developmental Psychology. I ricercatori hanno suddiviso in due gruppi 99 bambini di IV e V elementare, sottoponendo per quattro mesi un gruppo ad un programma di mindfulness: tre minuti di meditazione, attivati e interrotti dalla campana tibetana, sul proprio respiro, per tre volte al giorno. L’altro gruppo ha aderito a un programma di “responsabilità sociale”, già in uso nelle scuole canadesi. La comparazione ha dimostrato nel primo gruppo un miglioramento delle performance in matematica del 15%, del 24% nei comportamenti sociali, del 24% nella diminuzione di aggressività e del 20% nell’aumento di comportamenti “pro-sociali”.

La mindfulness aiuta i bambini a lasciar cadere i “pensieri improduttivi” che sono quelli legati agli auto-rimproveri, effetto e prova dell’esistenza (evidence based?) dell’imperativo morale kantiano o “super io” come lo chiama Freud. Questo aiuta a contenere l’ansia (gli americani la chiamano stress) in situazione di richieste performanti, che dalla scuola primaria in avanti saranno una costante. Gli esami, si sa, non finiscono mai, ma allenato dal suono della campana tibetana all’inizio e alla sospensione della meditazione il novello Siddharta diverrà finalmente pronto per buttarsi nella “rat race“, efficace metafora della vita newyorkese coniata dal miglior coffee man di Greenwich Village: la gara dei topolini nelle gabbie per chi meglio si districa nel labirinto della vita e per primo morde il suo pezzetto di cacio. Gara di ratti… gabbia di matti. Traduzione a senso: tanto inesatta quanto precisa.

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